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domenica 21 aprile 2024
 
cinquant'anni di servizio civile
 
Credere

Braccia aperte ai rifugiati

29/12/2022  A Roma Giulia Nieddu sta vivendo un anno al servizio di chi arriva da Paesi lontani, tra scuola di italiano e aiuto a cercare un lavoro. «Ho imparato che il rispetto dell’altro non è mai troppo»

«No, non è un anno perso. Anzi per me è stato risolutivo». Giulia Paola Nieddu, proprio grazie al Servizio civile, sta capendo cosa vuole “fare da grande”. Sarda, 27 anni, una laurea in Relazioni internazionali, con magistrale a Parigi su “Arbitrati e risoluzioni dei conflitti”, da giugno si alterna tra le classi di italiano per stranieri e lo sportello lavoro del Centro Astalli di Roma, il servizio dei Gesuiti che assiste i rifugiati. «Pensavo da tempo al Servizio civile, a un impegno per la cittadinanza attiva e partecipata cui volevo dedicare un anno della mia vita».

lingua e occupazione

«Lavorare con migranti e rifugiati politici è collegato ai miei studi. In particolare sono contenta di fare scuola di italiano, perché la lingua è una barriera importante. E i miei genitori sono insegnanti». Si va all’accoglienza di chi ha bisogno di un completo processo di alfabetizzazione – «partiamo dalle situazioni di vita, non dall’alfabeto» – a chi invece è già avanti nel percorso, «e ci consente di fare lezioni che sono degli scambi culturali, nella classe e con i docenti». Anche lo sportello lavoro, «curriculum, orientamento, ricerca lavoro», dà le sue soddisfazioni: «Quando c’è stata la prima assunzione, mi sono sentita come se avessi trovato io un’occupazione». Cosa sta imparando Giulia da questo anno? «Prima di tutto che la delicatezza e il riguardo nei confronti dell’altro non è mai troppa; che per quanto possiamo sentirci aperti e tolleranti abbiamo tutti degli stereotipi che ci portiamo dentro; che è importante imparare a lavorare insieme, a coordinarsi con gli altri, per un obiettivo comune».

un tempo per decidere

  

L’anno che sta trascorrendo, conclude Giulia, è stato importante anche perché le ha permesso di chiarirsi le idee: «Mi ha smosso da tanti punti di vista. Sono sempre stata convinta di voler lavorare nella cooperazione, per contribuire a costruire la pace, la fratellanza, ma poi ero confusa sul cosa fare. Un anno, a differenza dei tirocini di tre mesi all’Università, ti permette di capire meglio. Questo periodo è come una bussola. Ora so che mi piacerebbe continuare in questo ambito».

 
 
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