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lunedì 13 luglio 2020
 
La svolta
 

Il caso Cesare Battisti a una svolta: il Brasile apre all'estradizione

14/12/2018  Il giudice Luis Fux ha ordinato l'arresto immediato del terrorista latitante italiano, condannato nel 1991 all'ergastolo in contumacia per quattro omicidi. Dal 2004 l'ex leader dei Proletari armati per il comunismo vive nel Paese latinoamericano. Nel 2010 l'allora presidente Lula gli ha concesso lo status di rifugiato politico.

(Foto Ansa)

Cesare Battisti deve essere immediatamente arrestato, per pericolo di fuga, in vista dell'eventuale estradizione in Italia. È quanto ha ordinato Luiz Fux, magistrato del Supremo tribunale federale brasiliano, massima autorità giudiziaria del Paese dove il terrorista italiano condannato all’ergastolo risiede. Jair Bolsonaro, neoeletto presidente del Brasile, lo aveva dichiarato già durante la campagna elettorale: in caso di vittoria alle urne, fra i suoi primi atti ci sarebbe stata la consegna all’Italia di Cesare Battisti. Del resto, che la politica brasiliana di indulgenza e protezione nei riguardi del latitante italiano fosse cambiata lo aveva già fatto capire Michel Temer, presidente ad interim (dopo l’impeachment di Dilma Rousseff), quando aveva annunciato di voler procedere al più presto con l’estradizione del latitante, ma ritardando poi di fatto qualunque decisione in questo senso. 

Andrea Santoro, maresciallo della polizia penitenziaria ucciso a Udine, Pierluigi Torregiani, gioielliere ucciso a Milano, Lino Sabbadin, macellaio freddato a Mestre, Andrea Campagna, agente della Digos assassinato a Milano. Sono le quattro vittime, fra il 1978 e il 1979, per le quali nel 1991 Battisti, 63enne ex militante e leader dei Proletari armati per il comunismo (Pac) negli anni di Piombo, convertitosi alla lotta armata dopo anni di azioni come criminale comune, è stato condannato in via definitiva all’ergastolo. Due omicidi commessi materialmente, due in concorso con altri (materiale in un caso, morale in un altro). Una condanna in contumacia, perché il criminale, che si è sempre dichiarato innocente parlando di persecuzione politica e processo “senza garanzie giuridiche” , era fuggito dal carcere di Frosinone ed era già latitante da dieci anni.

Prima in Messico, poi in Francia, dove per molti anni ha goduto della “dottrina Mitterand”, una politica di diritto d’asilo adottata nel 1982 (durante la presidenza di François Mitterand appunto) sulla base della quale Parigi negava l’estradizione a militanti politici che avevano commesso reati se la richiesta arrivava da un Paese il cui sistema giudiziario non corrispondeva all’idea francese di libertà (in questo caso, secondo la Francia, quello italiano degli Anni piombo).

Nel 2004, Battisti è fuggito dalla Francia – dove peraltro era diventato romanziere - ed è arrivato in Brasile, durante il primo mandato dell’ex presidente Lula.  E proprio la gestione del caso Battisti ha gettato un'ombra ingombrante sul percorso politico del presidente-operaio fautore del miracolo economico brasiliano, il leader amato dal popolo che ha combattuto per la giustizia socio-economica nel suo Paese. La questione Battisti ha creato discussioni e lacerazioni anche all’interno dello stesso Brasile. Come ha scritto qualche anno fa il quotidiano Folha de S.Paulo, questo caso resta “uno degli episodi più controversi della politica estera del Governo Lula” (2003-2010) e secondo O Globo “si è trasformato in una delle maggiori polemiche della diplomazia brasiliana del secondo mandato del presidente Lula”.

Nel 2009 prima il ministro della Giustizia Tarso Genro ha concesso lo status di rifugiato politico, con la giustificazione di “fondato timore di persecuzione”, poi il Supremo tribunale federale ha stabilito che lo status di rifugiato era illegittimo e ha deciso per l’estradizione, ma lasciando al presidente l’ultima parola. E Lula, dopo aver lasciato passare quasi un anno senza prendere una decisione, il 31 dicembre del 2010, ultimo giorno del suo secondo mandato, ha clamorosamente confermato per Battisti lo status di rifugiato politico e gli ha concesso la permanenza permanente in Brasile, seguendo il parere dell’Avvocatura generale dell’Unione del Brasile secondo cui non era obbligatorio procedere con l’estradizione.

La decisione di Lula era basata sull’accordo bilaterale Italia-Brasile del 1989, ma prendendo come riferimento un articolo secondo il quale l’estradizione può essere negata nel caso in cui il reo possa andare incontro a persecuzione politica. Un aperto smacco al nostro Paese, alla tradizione di democrazia e al sistema giudiziario italiani: così è stata evidentemente vissuta al di qua dell’Oceano la contestata decisione del capo di Stato brasiliano. Ribadita successivamente dalla presidente che ha raccolto l’eredità di Lula, Dilma Rousseff, che nel 2011 ha negato di nuovo l’estradizione perché Battisti in Italia “potrebbe subire persecuzioni a causa delle sue idee”. La questione Battisti in questi anni è stata molto dibattuta fra Italia e Brasile, creando non pochi momenti di tensione tra i due Paesi e accese discussioni.

Il terrorista vive a Cananeia, sulla costa dello Stato di San Paolo. Ha avuto un figlio (il terzo per lui) con la brasiliana Piscila Pereira. Nel 2015 si è sposato con la fidanzata Joice Lima ma dopo due anni si è separato. Un anno fa è stato arrestato al confine con la Bolivia con una grossa quantità di denaro in tasca. Un probabile tentativo di fuga dal Paese, che lui ha negato affermando che stava andando a fare compere di prodotti a minor costo.

Il Supremo tribunale federale deve decidere se il presidente attuale può modificare la decisione presa da un precedente capo di Stato (Lula). Inoltre, in quanto padre di un figlio brasiliano, la giustizia brasiliana potrebbe di nuovo negare l’estradizione. La questione, dunque, è complicata. Intanto, Battisti risulta già irreperibile: nella sua casa di Cananeia nessuno lo vede da giorni. La polizia federale brasiliana lo sta cercando ma per ora di lui nessuna traccia. L’incubo che ancora una volta sfugga alla giustizia italiana potrebbe diventare realtà.

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