logo san paolo
mercoledì 18 maggio 2022
 
il ritratto
 

Chi è Joseph Zen, la "coscienza di Hong Kong" temuta dalla Cina

11/05/2022  Salesiano, ha studiato a Torino e dal 2002 al 2009 ha guidato la diocesi dell'ex colonia britannica divenendo uno dei leader morali delle proteste in difesa della democrazia e contro Pechino. Creato cardinale da Benedetto XVI nel 2006, negli ultimi anni ha criticato l’accordo provvisorio tra Cina e Santa Sede invitando i cattolici cinesi ad «attendere tempi migliori, tornare alle catacombe, il comunismo non è eterno»

Affabile e bonario, il cardinale Joseph Zen, 90 anni compiuti a gennaio, non è mai stato un trascinatore di folle. Eppure è uno degli uomini più temuti dal regime di Pechino. Lo chiamano “la coscienza di Hong Kong” da quando guidò in piazza mezzo milione di manifestanti in difesa della democrazia. In una celebre omelia del 2003 invitò i cinesi a non subire: «Se saremo in tanti a imboccarla, la strada della democrazia si aprirà». I cattolici cinesi costretti a praticare la fede nella clandestinità sanno di avere in lui un difensore indomabile. Zen è uno di loro.

Arrestato e rilasciato su cauzione con l'accusa di "collusione con forze straniere" per aver sostenuto i manifestanti pro democrazia del 2019.

Vescovo di Hong Kong dal 2002 al 2009, creato cardinale da Benedetto XVI nel 2006, Zen è nato a Yang King-pang, diocesi di Shanghai, il 13 gennaio 1932, da Vincent e Margaret Tseu. «I miei genitori erano cristiani», ha ricordato in un’intervista, «mio padre era così fervente che voleva diventare sacerdote, ma il missionario che lo battezzò lo convinse invece a sposarsi. Ancora oggi secondo un'antica consuetudine e una pratica saggezza, nella Chiesa cattolica solitamente si tende a non ammettere agli ordini sacri gli appartenenti alla prima generazione di convertiti. Quando ero bambino alla domenica mio padre mi portava a cinque Messe, due in parrocchia e tre in altre chiese ma non mi sono mai annoiato. I miei genitori avevano un buon livello di educazione. Sfortunatamente, durante la guerra con il Giappone, mio padre che era ingegnere, si ammalò gravemente, e perdemmo ogni fonte di sostentamento. Per qualche anno vivemmo in estrema povertà, e mia madre fu costretta a vendere i suoi pochi gioielli per procurarci il pane. Il parroco ci aiutò e, conoscendo le mie intenzioni, mi indirizzò presso l'aspirantato che i Salesiani avevano aperto a Shanghai. Essi mi accolsero, e feci il noviziato a Hong Kong. Fu un anno bellissimo. Il superiore, don Carlo Braga, era un sant'uomo, dal cuore grande. Don Braga fu definito il "Don Bosco della Cina"».

Nella famiglia salesiana il futuro vescovo di Hong Kong ha emesso la prima professione il 16 agosto 1949 e quella perpetua il 16 agosto 1955. Ha poi studiato in Italia, alla Facoltà di Teologia del Pontificio Ateneo Salesiano a Torino Crocetta (Istituto internazionale Don Bosco), quindi a Roma.

Viene ordinato sacerdote a Torino l'11 febbraio 1961, respira l'aria del Concilio prima di far ritorno ad Hong Kong nel 1964. Qui vive la tragedia delle persecuzioni religiose. Nel 1957 Mao aveva creato la Chiesa patriottica controllata dal partito comunista. Durante la Rivoluzione culturale dal 1966 al 1976 le religioni sono messe al bando, i fedeli sono “rieducati” nei campi di lavoro.

I più fortunati scappano a Hong Kong dove la diocesi di Zen è in prima fila nell’aiutare i rifugiati politici. Non tutti ci arrivano vivi: durante le purghe degli anni Sessanta nel Delta delle Perle galleggiano i cadaveri delle vittime dei processi di piazza. «È solo nel 1974», ha raccontato Zen, «che riesco a far visita ai miei familiari a Shanghai. In piena Rivoluzione culturale trovo le chiese tutte chiuse, una visione spettrale. Impossibile incontrare i confratelli: in prigione o clandestini». Dal suo rientro, è stato insegnante allo studentato salesiano di Hong Kong e al Seminario diocesano “Holy Spirit”.

«La mia nomina a cardinale segno di benevolenza per tutta la Cina»

  

Per sei anni è stato Superiore Provinciale per la Cina della Società Salesiana di San Giovanni Bosco. Dal 1989, l’anno del massacro di piazza Tienanmen, al 1996, ha insegnato filosofia e teologia sacramentaria in alcuni Seminari cinesi, tra cui quello di Sheshan, alla periferia di Shanghai. Questa struttura ospita i seminaristi delle diocesi delle sei province dell'est della Cina: Fujen, Shandong, Zhejiang, Jiangsu, Hanshui e Shanghai.

«Feci rientro nella mia città natale nel settembre 1989», ha raccontato, «mentre tanti fuggivano dalla Cina io tornavo. Seguirono per me sette anni appassionanti. Insegnavo nei seminari di Shanghai, Pechino, Xian e Wuhan. Prima di andarci mi ero fatto l’idea che la Chiesa ufficiale fosse uno scisma manipolato dal regime; una volta lì scoprii che le cose sono più sfumate. Tanti preti dell’associazione patriottica sono come noi, solo che gli era vietato avere contatti con Roma. La mia presenza li riempiva di gioia».

Il 13 settembre 1996, un anno prima del ritorno di Hong Kong alla Cina, viene nominato da Giovanni Paolo II coadiutore della diocesi di Hong Kong e riceve l'ordinazione episcopale il successivo 9 dicembre.

Quando gli inglesi restituiscono alla Repubblica popolare la loro ex colonia, nel 1997, il cardinale diventa uno dei leader morali del movimento democratico a Hong Kong. La sua visibilità sale alle stelle il 1° luglio 2003. Quel giorno mezzo milione di persone scendono in piazza per contrastare la legge “anti-sovversione” che vuol mettere il bavaglio al dissenso. Di fronte alla marea umana che riempie il Victoria Park l’anziano prelato grida al microfono: «Non diventate schiavi!». L’indomani l’amministrazione locale ritira la legge liberticida ma inizia un campagna denigratoria contro Zen che intanto nel 2002 diviene vescovo di Hong Kong, dopo la scomparsa del cardinale John Baptist Wu Cheng-chung.

La sua denuncia non si ferma: «A Hong Kong non c’è una vera democrazia perché il governo locale fa solo ciò che vuole Pechino. Neanche sotto l’amministrazione coloniale c’era una vera democrazia, però le libertà venivano rispettate dagli inglesi, mentre dal 1997 in poi ci sono stati tentativi di limitare i diritti civili».

In occasione della XI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, nell'ottobre 2005, tiene un intervento su Sensus ecclesiae e libertà religiosa: «La Chiesa in Cina, apparentemente divisa in due, una ufficiale riconosciuta dal governo e una clandestina che rifiuta di essere indipendente da Roma, è in realtà una Chiesa sola, perché tutti vogliono stare uniti al Papa», dice, «dopo lunghi anni di separazione forzata, la stragrande maggioranza dei Vescovi della Chiesa ufficiale è stata legittimata dalla magnanimità del Santo Padre. Specialmente negli ultimi anni è risultato sempre più chiaro che i Vescovi ordinati senza approvazione del Romano Pontefice non vengono accettati né dal clero né dai fedeli. Si spera che davanti a questo sensus Ecclesiae il governo veda la convenienza di venire a una normalizzazione della situazione, anche se gli elementi "conservatori" interni alla Chiesa ufficiale vi pongono resistenza, per ovvi motivi di interesse».

Quando nel 2006, Benedetto XVI gli annuncia l'intenzione di crearlo cardinale, commenta così: «Questa nomina è un segno di benevolenza e di affetto del Papa per tutta la Cina. E se io accetto, l'accetto per tutta la Cina. Ho ormai quasi 75 anni e pensavo di andare in pensione. Adesso non so cosa mi accadrà. Staremo agli ordini ed obbediremo. Forse il Papa avrà bisogno ogni tanto di qualche consiglio. Sulla Cina ci sarà molto da lavorare».

Nel 2016 critica aspramente l’accordo provvisorio (e segreto) tra Vaticano e Cina sulla nomina dei vescovi. In un’intervista concessa il 24 ottobre del 2018 al New York Times, aveva invitato i cattolici ad «attendere tempi migliori, tornate alle catacombe, il comunismo non è eterno», sottolineando che con Pechino non è possibile nessun dialogo.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo