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domenica 26 maggio 2024
 
IL DIBATTITO
 

«Chiamati a guardare in alto»: monsignor Derio Olivero e il senso delle croci in quota

27/06/2023  Il vescovo di Pinerolo, appassionato alpinista, riflette sul significato dei simboli religiosi posti sulle nostre montagne. Nei giorni scorsi, la polemica (poi rientrata) sui crocifissi alpini.  «Un simbolo ha senso se è condiviso», puntualizza monsignor Olivero. «Dati alla mano, ora non siamo più la maggioranza. Dobbiamo chiederci perché vogliamo continuare a mettere le croci sulle cime delle montagne, che sono spazi di tutti, quando poi, magari, non abbiamo neppure più un crocifisso nelle nostre case». Insomma: (maggior) consapevolezza, valori vissuti e non solo proclamati, il tutto intrecciato con rispetto e dialogo

Sopra, monsignor Derio Olivero, 62 anni, vescovo di Pinerolo, sulla cima del Rocciamelone (Alpi Graie, 3.538 metri) con amici alpinisti. In alto: in cima alla Punta Cornour, sulle Alpi Cozie, 2.868 metri. In copertina: una foto Ansa.
Sopra, monsignor Derio Olivero, 62 anni, vescovo di Pinerolo, sulla cima del Rocciamelone (Alpi Graie, 3.538 metri) con amici alpinisti. In alto: in cima alla Punta Cornour, sulle Alpi Cozie, 2.868 metri. In copertina: una foto Ansa.

«Le croci di montagna? Per noi cristiani sono un simbolo bello. Ci invitano a guardare in alto. E ci ricordano che Dio ha il volto del crocifisso. Attenzione, però. Un simbolo ha senso se è condiviso. Dati alla mano, ora non siamo più la maggioranza. Dobbiamo chiederci perché vogliamo continuare a mettere le croci sulle cime delle montagne, che sono spazi di tutti, quando poi, magari, non abbiamo neppure più un crocifisso nelle nostre case». Insomma: (maggior) consapevolezza, valori vissuti e non solo proclamati, il tutto intrecciato con rispetto e dialogo.

Monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, le montagne le conosce bene. Ne ha scalate tante. E tante gli sono entrate nel cuore. Lo raggiungiamo mentre infuria la polemica, culturale e politica, sulle croci di vetta, che sono una presenza costante nel paesaggio alpino e appenninico italiano. Il caso è scoppiato a partire da un articolo pubblicato sulla rivista del Cai (Club Alpino Italiano), a firma del direttore editoriale Marco Albino Ferrari. Nel testo, si evidenziava (come dato ampiamente condiviso all’interno dell’associazione) la “necessità di lasciare integre le croci esistenti, perché significative di uno spaccato culturale”, ma allo stesso tempo, “di evitare l’installazione di nuovi simboli sulle cime”. Come spesso accade in questi casi, in poche ore si è levato il solito vespaio di reazioni contrapposte: chi (ministri ed esponenti del centro-destra in primis) a indignarsi per l’affronto alla cultura e ai valori tradizionali; chi, sull’opposta barricata, a inveire contro i simboli divisivi e oscurantisti. Ben presto, però, il presidente del Cai, Antonio Montani, ha fatto un passo indietro: «Posizioni personali. Nulla di condiviso». E dunque, per ora, tutto resta com’è. Si inserisce in questo contesto la riflessione di monsignor Olivero, che, però, va ben al di là della polemica di giornata. 

«Ho scalato molte montagne, dal Bianco al Rosa. E sono stato 27 volte sul Monviso, spesso accompagnando gruppi di alpinisti. Lì, nel più assoluto silenzio, a 3.841 metri di quota, si trova una grande croce, che ha un significato profondo per la mia vita». Non solo. «Io stesso, da parroco, portai una croce sulla Rocca di San Bernolfo, in Valle Stura, sopra la località di Bagni di Vinadio (Cuneo). Fu un atto di comunità. Tante persone, con me, portarono a spalle un pezzo di croce. E arrivati in cima, celebrammo la Messa». Dunque, per chi crede, questi simboli così visibili, posti sulle cime dei monti, hanno un valore speciale. «Le montagne sono dita puntate verso il cielo e, in questo senso, la croce di vetta è un po’ come “una ciliegina sulla torta”. Ci invita a guardare in su e ci ricorda che, per noi, Dio ha il volto d’amore del crocifisso».

 

Fin qui la parte più rassicurante. Ma c’è anche altro. «Un simbolo, per definizione, è comune. Quando le croci sono state installate, erano indubbiamente dei simboli, perché rappresentavano la maggior parte della popolazione italiana». E oggi? «Oggi non più. Dati alla mano, i cristiani “praticanti” non arrivano al 10% della popolazione. Allora dobbiamo chiederci se sia giusto che una minoranza metta il suo simbolo in uno spazio comune». Da qui una serie di domande, che toccano nel profondo il nostro essere cristiani. «Quante persone» si domanda il presule «arrivate in cima si fermano a dire una preghiera? E perché vogliamo mettere le croci sulle vette se poi, magari, il crocifisso è sparito dalle nostre case, che tendono a essere spazi sempre più neutri?».

Siamo immersi in una crisi di simboli. «Non ce n’è più uno che rappresenti l’intera popolazione. E, indubbiamente, senza simboli comuni è più difficile creare relazioni». Ma non per questo ci si deve scoraggiare. Anzi. «Dobbiamo avere grande rispetto per il pluralismo. E andare in punta di piedi, perché un simbolo non si impone. Però, nello stesso tempo, dobbiamo risvegliarci. Quanti sono i cristiani? E dove sono? Dobbiamo chiederci se e quanto il nostro cristianesimo ci appassioni, quanto i nostri riti riescano a essere significativi, a lasciare un segno nelle nostre vite».

 

Monsignor Derio Olivero, primo a sinistra, sulla vetta del Monviso (Alpi Cozie, .3.841 metri).
Monsignor Derio Olivero, primo a sinistra, sulla vetta del Monviso (Alpi Cozie, .3.841 metri).

Infine, una riflessione ancora più generale, «che mi viene sempre in mente quando la presenza o assenza della croce fa discutere, che si tratti di montagne o di scuole» osserva monsignor Olivero. «Pochi sanno che la croce esisteva, come simbolo, ben prima del cristianesimo. La ritroviamo, ad esempio, nello zoroastrismo persiano. Aveva molteplici significati. Tra questi, l’incontro dell’orizzontalità, che rappresenta la dimensione umana, con la verticalità, espressione del divino e della trascendenza. Non solo. La croce rappresentava l’incontro dei quattro punti cardinali e dei due diametri di un cerchio», indicando quindi una totalità sia spaziale, sia cronologica, poiché, nel mondo antico, il tempo era percepito come circolare. «Dunque, nel simbolo della croce ci sono domande che interrogano l’umanità intera, cristiani compresi. E se provassimo a ripartire da qui?».

 
 
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