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Solo per giovani: è la strada giusta?

05/11/2020  Come coinvolgere i giovani? Come avvicinarli? Quali sono le ragioni per un ripensamento della pastorale? La riflessione del teologo Gaetano Piccolo

Sempre più spesso mi capita di incontrare parroci delusi da una pastorale giovanile che non funziona. Come coinvolgere i giovani? Come avvicinarli? Il Sinodo che di recente si è rivolto proprio a loro sembra un antico ricordo. Complice anche la pandemia, le chiese non solo si sono svuotate, ma sembrano ormai incapaci di riprendere quel dialogo già difficile con il mondo giovanile. Neppure l’approccio tecnologico, che ha caratterizzato la pastorale di molte parrocchie negli ultimi mesi, ha garantito un incremento della partecipazione dei giovani. Si tratta solo di una mancanza di creatività dei parroci? Bisogna ascrivere questo fenomeno solo al momento storico che stiamo attraversando? O ci sono ragioni più profonde che comportano un ripensamento della pastorale? A ben guardare, l’approccio che finora abbiamo seguito è stato quello che riversare gran parte delle nostre energie sulle fasce più giovani, fino a imitare lo stile di molti genitori che provano a costruire per i figli un mondo su misura, tentando di rispondere a ogni loro desiderio, diventando, se necessario, loro amici per ridurre il divario dell’età. Questi atteggiamenti nella pastorale non hanno portato grossi risultati (e forse neppure nell’educazione). Eppure la situazione potrebbe essere guardata anche da un altro punto di vista: in quale momento della vita l’annuncio del Vangelo si rivela più fecondo? Il Vangelo parla a uomini e donne che hanno sperimentato ferite e delusioni, a uomini e donne che vogliono essere amati in un modo autentico. Forse quando si è giovani non si è ancora pronti ad accogliere fino in fondo questo annuncio. C’è bisogno di camminare, di attraversare le fatiche della vita, forse anche di sbagliare e di rendersi conto di quello che veramente ci rende felici. Ovviamente ciò non vuol dire non dedicare spazio alla formazione cristiana dei ragazzi e dei giovani, ma probabilmente non è il caso di meravigliarsi se in quelle età della vita l’evangelizzazione si rivela sterile. Al contrario si potrebbe cominciare a dedicare tempo e risorse ad altre fasce della popolazione che hanno sete e non trovano risposta al loro desiderio di un cammino più profondo. E forse, chissà, diventeranno proprio loro poi i migliori evangelizzatori di quegli stessi giovani che noi abbiamo fatto fatica a raggiungere.

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