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lunedì 15 aprile 2024
 
tragedia
 

Ciudad Juarez, 39 migranti morti bruciati al confine tra Messico e Usa

30/03/2023  In un centro di detenzione le persone, chiuse a chiave, sono state intossicate dai fumi di un incendio. Una frontiera, simbolo del sogno americano, dove carovane di messicani, honduregni e venezuelani cercano di arrivare negli Stati Uniti

Uno dei migranti sopravvissuti all'incendio ricoverato in ospedale (Reuters)
Uno dei migranti sopravvissuti all'incendio ricoverato in ospedale (Reuters)

In Messico muoiono 39 migranti nel centro di detenzione di Ciudad Juarez, chiusi a chiave, sono stati intossicati dai fumi di un incendio. Nel penitenziario che si trova nella periferia nella città del Nord, simbolo del sogno americano, dove carovane di messicani, honduregni e venezuelani in cerca di una nuova vita risalgono un immenso continente, l’incendio è il tragico epilogo di un lungo viaggio. Sono 8 le persone indagate di omicidio doloso, agenti di polizia pubblica e appartenenti ad agenzie di sicurezza privata; un video mostra che durante l’incendio non aprono i cancelli per far uscire i migranti.

La notte del 27 marzo oltre ai 39 morti, 29 persone sono rimaste ferite a causa del fuoco divampato nel centro di detenzione dell'Istituto Nazionale delle Migrazioni (INM) nello stato di Chihuahua.

Siamo ai confini con gli Usa, un luogo simbolo di speranza per andare negli Stati Uniti; la paura dei pericoli di bande di narcotrafficanti che si dedicano al rapimento dei migranti anche per assoldarli nelle loro organizzazioni criminali, non fa diminuire le carovane di famiglie e persone sole, spesso anche minorenni non accompagnati dai genitori. La maggior parte delle vittime proveniva da paesi del centroamerica.

I feriti sono stati trasferiti in quattro ospedali della zona in condizioni "anche gravi", secondo le cronache locali. Il numero dei feriti è ancora incerto, si pensa che oltre che dal Guatemala 13 persone venivano dall'Honduras, dal Venezuela, 12 da El Salvador; una persona dell'Ecuador e uno dalla Colombia. I migranti erano stati arrestati quello stesso lunedì da agenti dell'INM per presunti disordini sulle strade ed erano rinchiusi in diverse celle sul lato sinistro dell'edificio che dipende dal governo federale messicano. Intorno alle 21:30 è scoppiato l'incendio, un evento che ha evidenziato la precaria condizione di sicurezza per i detenuti. “Non hanno mai aperto loro la porta”, ha detto Vinagly Infante, una migrante venezuelana che si trovava alle porte del centro dove era detenuto il marito.

«L'hanno portato via in ambulanza, ma i funzionari non ci dicono niente. I nostri familiari potrebbero essere morti, nessuno ci avvisa", ha aggiunto ai giornalisti. La donna ha raccontato alle agenzie di stampa di aver aspettato il marito detenuto dalle 13, chiedendo notizie alla polizia penitenziaria “Ma alle 22:00 il fumo ha cominciato a salire da tutte le parti. Hanno iniziato a scappare tutti, gli unici rinchiusi lì dentro sono stati i nostri uomini”, afferma disperata la giovane asciugandosi le lacrime. E questa enorme città a 80 chilometri dal confine Usa, papa Francesco nel 2016 aveva voluto visitare nello storico viaggio in Messico, un epicentro di problematiche in cui emergono il grande flusso di migranti, una vera e propria tratta, e la corruzione considerata quasi normale, incrostata e consolidata nella società.

Attraverso la rete di confine con il Rio Bravo, il 17 febbraio il Papa aveva pregato per i tanti morti vittime della violenza delle bande ai confini con El Paso, in un deserto arido e terribile, tomba per uomini e donne che hanno speso tutto quello che aveva per intraprendere il cammino. “Molti fratelli e sorelle sono diventati frutto del traffico umano”, aveva affermato papa Francesco sotto il cocente solo del Messico alla concelebrazione con i vescovi americani e messicani, uniti dietro l’altare.

“Preghiamo per una società che la Misericordia divina trasforma. Pregare e piangere per il degrado, l’oppressione, l’ingiustizia. Le lacrime per la trasformazione, le lacrime che purificano lo sguardo e ci fanno vedere i peccati che compiamo”, annunciava commosso il papa latinoamericano dinanzi a una folla immensa prima di prendere il volo di ritorno. Carne da macello, denunciava il papa, e il macello si è ripetuto il 27 marzo, in un penitenziario diventato tomba per uomini in cerca di una vita diversa dove mogli, sorelle e figli aspettano ancora di sapere la sorte di padri, mariti e fratelli, qui alle porte degli Usa, dove la speranza è più forte della disperazione.

 
 
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