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mercoledì 15 luglio 2020
 
la riflessione
 

Corpus Domini, senza la processione, che festa è?

05/06/2020  Il teologo Pino Lorizio: «La processione ha un senso in quanto intende innestare questa fede nella Parola evangelica, nella città, attraversando i suoi quartieri e strade. Se quest’anno non possiamo celebrare la manifestazione pubblica dell’Eucaristia, siamo chiamati comunque a realizzare una “vita eucaristica”»

Papa Francesco celebra il Corpus Domini il 18 giugno 2017 a Roma (Ansa)
Papa Francesco celebra il Corpus Domini il 18 giugno 2017 a Roma (Ansa)

Quanta nostalgia nei nostri cuori? Quanti cattolici rimpiangono le celebrazioni di papa Francesco in Tv? Quanti di noi non ricordano, con grande malinconia (in Brasile si direbbe saudades), le processioni del Corpus Domini, con i drappi ai balconi, i petali di fiori lanciati dalle finestre al passaggio del Santissimo Sacramento, la banda che a intervalli regolari intonava il “Noi vogliam Dio!”, le soste sugli altarini allestiti nei quartieri per la benedizione, i bambini e le bambine con gli abiti della prima comunione? Qualcuno potrebbe esclamare: allora sì che eravamo cattolici! Cosa siamo diventati? Cosa rimane di tutta questa pietà popolare e del suo folklore?

Ma ci siamo mai interrogati sul senso della festa dell’Eucaristia e della processione che la rappresentava? Erano tempi bui, quando papa Urbano IV, nel 1264, ad Orvieto, istituì questa solennità. Il dubbio si era insinuato nella Chiesa a causa della tesi di Berengario di Tours, che riteneva il pane e il vino semplici simboli del corpo e del sangue del Signore, tanto che a Liegi, già qualche decennio prima, si celebrava la festa. Il miracolo di Bolsena del 1263 interpellava la comunità in maniera vivida e direi cruenta.

Alla circostanza dell’istituzione da parte del Papa del Corpus Domini appartiene una perla preziosa, che ancora oggi ci aiuta a comprenderne il senso: l’inno Adoro te devote, il cui testo è attribuito a san Tommaso d’Aquino. Qualche secolo dopo lo stesso Lutero ha dovuto confutare, con la veemenza che gli era propria, le tesi di quei riformati (fra cui Zwuiglio), che mettevano in dubbio la presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche. La Confessione sulla cena di Cristo del 1528, ora in integrale traduzione italiana presso l’editrice Studium (Roma, 2019), è una testimonianza, ma anche un appello e un richiamo alla fede autentica nel mistero eucaristico.

Siamo chiamati a realizzare una "vita eucaristica"

Il senso della festa sta dunque nella presenza reale di Cristo, per cui l’ostia consacrata non è un oggetto, né un idolo da esibire e portare a passeggio, ma racchiude una persona, col suo corpo, il suo sangue, la sua anima e la sua divinità. Oggi questa persona è ferita, malata, nel lutto, tanto che non può uscire di casa (“Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo”, scriveva Blaise Pascal), allora tocca a noi andarla a trovare e cercarla, certo davanti al tabernacolo in chiesa, ma anche in quel tabernacolo che sono gli ultimi, i sofferenti, le persone sole e povere, sempre più impoverite e spesso abbandonate.

E davvero l’inno, che mi piace pensare uscito dalla penna di Tommaso, ci aiuta a comprendere il senso della festa, quanto cantiamo che la divinità, nel pane e nel vino è latente (latens Deitas, quae sub his figuris vere latitas). Cristo nell’Eucaristia è veramente presente e vivo, opera con il suo Spirito, ma, come aveva ben detto San Tommaso, «tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma, oltre la natura. È un segno ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi» (Sequenza nella Solennità del Corpus Domini).

Gli fa eco il filosofo Pascal: «Come Gesù Cristo è rimasto sconosciuto tra gli uomini, così la sua verità resta, tra le opinioni comuni, senza differenza esteriore. Così resta l’Eucaristia tra il pane comune» (fr 789 Brunschwicg)” (Fides et ratio 13). E allora, in questa nostalgia, gravida di attesa e di speranza, anche se pervasa di malinconia, ci viene ricordato che Visus, tactus, gustus in te fallitur, sed auditu solo tuto creditur (“La vista, il tatto, il gusto, in Te falliscono, ma solo con l’udito si crede con certezza”).

È dall’ascolto della Parola che nasce la fede che salva. E questa Parola ci dice non “questo significa il mio corpo”, ma “questo è il mio corpo”, come scriveva Lutero.

La processione ha un senso in quanto intende innestare questa fede nella Parola evangelica, nella città, attraversando i suoi quartieri, le sue strade, i luoghi della vita quotidiana. Abbiamo davvero riflettuto e attuato questo innesto dell’eucaristia nella città (polis, politica), quando potevamo accompagnare e vivere la processione del Corpus Domini, oppure si è trattato solo di esperienze episodiche, archiviate appena passata la festa? Se oggi non possiamo celebrare la manifestazione pubblica dell’Eucaristia, siamo chiamati comunque a realizzare una “vita eucaristica”, in modo che il “dono” (“questo è il mio corpo che è dato per voi”), sia l’orizzonte del nostro impegno nel lavoro, nella famiglia, nella società, nel quartiere.

Se questo non accade, l’invocare la processione sarà solo un anelito al folklore e alla superstizione. Se, invece, potrà accadere, allora la pandemia ci avrà educati ad andare all’essenziale e il ritorno anche a queste espressioni della pietà popolare potrà ritrovare il senso che rischiava di perdere nella superficialità festaiola e coreografica di una policromia floreale frivola ed effimera. L’Eucaristia è il “vincolo sostanziale” (M. Blondel), che instaura un legame profondo, autentico, inscindibile fra l’Eterno e il tempo, Dio e l’uomo e fra di noi (costituendo la nostra “fratellanza”). Questo “vincolo” non viene meno in assenza delle sue rappresentazioni, ma può e deve rinforzarsi nel tempo della latenza della Divinità e del suo nascondimento.

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