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domenica 29 maggio 2022
 
Suor Roberta Vinerba
 
Credere

«Dio ti ama», le tre parole che cambiano la vita

04/11/2021  È la prima donna in Italia a dirigere un Istituto di scienze religiose ma viene da un cammino tortuoso ed è stata a lungo lontana da Dio. Poi, racconta, «il Signore mi ha preso il cuore»

Nesbø, Mankell e altri giallisti del nord Europa si contendono i ripiani delle sue librerie con i romanzi di C. S. Lewis – lo scrittore fantasy delle Cronache di Narnia –, la teologia di Joseph Raztinger, saggi e volumi di morale sessuale e bioetica, dischi di Francesco Guccini. Tecnicamente è la casa di una single, perché suor Roberta Vinerba, 57 anni il prossimo 27 dicembre, vive da sola. È una francescana diocesana, una definizione “speciale” per una vocazione originale, che ha come casa la comunità parrocchiale, nello specifico quella di Santa Maria in Prepo, a Perugia. Roberta vive in un appartamento della diocesi e fa spesa e bucato negli intervalli del lavoro. È teologa moralista, si occupa di pastorale giovanile, collabora con Tv2000, scrive libri ma soprattutto, da circa tre anni, dirige l’Istituto di scienze religiose, prima donna ad assumere un incarico del genere in Italia. «Devo ringraziare; mi sono affidata alla Chiesa e ho trovato vescovi illuminati che hanno visto il carisma. È la mia storia».

Le strane vie del Signore

A rileggerla, questa storia, chi ama le conversioni con caduta da cavallo può trovare pane per i suoi denti, ma resterà deluso nel finale: tra le battaglie femministe della manager spregiudicata di un grande gruppo editoriale italiano di 30 anni fa, la lotta per la libertà, l’anticlericalismo che l’ha portata a provare disappunto per il fallimento dell’attentato a papa Wojtyla, e la suora dalla parola diretta, che oggi buca lo schermo della tv, «c’è una continuità» che Roberta riconosce e benedice. «L’incontro con il Vangelo ha fatto sintesi di tutte le mie domande, e anche le esperienze sbagliate sono state risistemate e risignificate. Non butto via nulla, non mi piace enfatizzare il prima e il dopo, il Signore già mi voleva bene. Ho tribolato di più, senza alcune cose avrei sofferto di meno, ma sarei diversa, questa è la mia vita. Ci ho fatto pace».

Quando Dio prende il cuore

  

Determinante, racconta, è stato l’incontro «con la femminilità della Vergine Maria. Non è un’idea, con lei ho capito cos’è la donna forte: non quella arrabbiata che ero io, che doveva necessariamente ragionare in termini di rivendicazione e discriminazione. Quello che cercavo era una relazione di reciprocità, dove ciascuno potesse riconoscere degno l’altro. E questo l’ho trovato nel Vangelo, nella comunità ecclesiale. Avrò avuto anche fortuna, ho incontrato dei vescovi eccezionali, che hanno scommesso su di me». C’è un momento che segna il passaggio, la consapevolezza della necessità di mollare le resistenze. «Era il 23 settembre 1987, le 17.30. Sotto il lampione di una chiesa, mia sorella con un inganno mi fece incontrare un sacerdote. Era una razza che odiavo. Lui mi ha preso a braccetto e mi ha detto “Dio ti ama”. Ho cominciato a piangere, erano anni che non lo facevo. Dio mi ha preso il cuore. Sono stati due anni e mezzo di lotta furibonda, ho cercato di scappare. Poi ho raccolto la sfida». Anche ai ragazzi che educa, aggiunge la religiosa, dice che la vita è fatta di sfide. «Entrare nelle situazioni anche più grandi di noi, quando siamo di fronte al buono, al bello e al vero, ci fa tirare fuori una forza che non sappiamo di avere». Lo studio è uno strumento che la orienta e l’aiuta a fare sintesi. «La teologia è importante perché dà sostanza alla fede, ma deve coniugarsi con la vita ecclesiale e il servizio pastorale. Per non restare eruditi sul monte, che non servono a nessuno. La teologia che richiama la vita e la vita che richiama la teologia», dice Roberta. Il suo curriculum racconta di tante attività pastorali, soprattutto con i giovani. «Il mio servizio alla Chiesa è a cerchi concentrici, parrocchiale, diocesano, nazionale, però è vero che è la comunità nella quale sei ancorata che ti impedisce di gonfiarti o di scappare, è garanzia di sanità mentale». C’è anche un santo che accompagna Roberta («san Paolo mi ha strutturato. Il brano della lettera ai Romani “Chi ci separerà dall’amore di Cristo” di Romani 8 lo voglio come seconda lettura al mio funerale») e sono molti i nomi delle persone che le vengono in mente, pensando al cammino fatto. «Sono debitrice a tante persone. Alla mia famiglia, per il senso del dovere che mi ha trasmesso; a don Giuseppe Gioia, il sacerdote che mi ha detto per la prima volta “Dio ti ama”; a padre Giovanni Marini, il padre spirituale nel cammino vocazionale, e a padre Bernardino De Vita, mio confessore; a Klaus Demmer, il mio maestro di teologia, al vescovo Giuseppe Chiaretti. Sono grata agli uomini e alle donne che mi hanno passato la fede. Nessuno si fa da solo».

Oltre le quote rosa

Roberta non enfatizza il tema della donna nella Chiesa: «Se una persona è intelligente, lo è indipendentemente che sia una donna o un uomo. C’è un genio femminile che non sono le quote rosa, si tratta di valorizzare la reciprocità, maschile e femminile, che vanno sempre insieme». Quanto al clericalismo, di cui Francesco parla come uno dei mali della Chiesa, uno dei pilastri di quel “tetto di cristallo” che impedisce la partecipazione qualificata delle donne, suor Vinerba è categorica: «Puntare sull’avere più spazio, più ruolo è giusto, perché la comunità ecclesiale ha bisogno del genio femminile, come diceva Giovanni Paolo II. Però la via non è quella della contrapposizione o rivendicazione, non sono categorie evangeliche. Il tetto del clericalismo va sfondato, ma fa male alle donne come agli uomini. Il clericalismo è la ricerca di privilegi. E può appartenere anche a noi donne. Cerchiamo di evitare di trasformare la questione femminile in una questione di privilegio dentro la comunità ecclesiale. La Chiesa è cattolica e universale, le situazioni sono le più svariate. Da teologa dico che il principio è la reciprocità. Perché da sole noi donne, così come gli uomini, non andiamo da nessuna parte». In relazione al Sinodo della Chiesa italiana che si è appena aperto suor Vinerba è «brutalmente basica: credo che abbiamo bisogno di ascoltare e predicare il Vangelo sine glossa, come diceva Francesco d’Assisi. Abbiamo dato per scontato che la cultura cristiana fosse pregna di Vangelo, ma così non è. Non c’è sinodalità se non c’è annuncio del Vangelo, l’esperienza della carità. L’uomo è la via della Chiesa, diceva Giovanni Paolo II. La Parola di Dio è efficace, dove arriva cambia la vita delle persone. Dobbiamo tutti ricominciare da qui».

Foto di Stefano Dal Pozzolo/Contrasto

Chi è

  

Età 56 anni

Professione Docente di Teologia morale

Vocazione Consacrata francescana diocesana

Sui passi di Francesco

Roberta Vinerba è nata a Perugia nel 1964. Dopo un’esperienza nel mondo del lavoro come manager nell’editoria e nella pubblicità, ha chiesto di consacrarsi in una forma di vita francescana diocesana. Nel 1999 ha emesso i voti perpetui nelle mani dell’allora arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, monsignor Giuseppe Chiaretti. Ha studiato Teologia morale fino a conseguire il dottorato alla Pontificia università Gregoriana. Nel febbraio 2018 è stata nominata direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose di Assisi, collegato alla Pontificia università Lateranense. È la prima donna a ricoprire tale incarico in Italia. Da molti anni era docente di Teologia morale nel medesimo istituto. Vive nella parrocchia di Prepo, a Perugia, dove da trent’anni si occupa della formazione cristiana degli adolescenti e dei giovani. È autrice di decine di libri di pastorale familiare e spiritualità.

 
 
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