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venerdì 03 aprile 2020
 
 

Crimine e Infinito: così i giudici hanno scovato i “calabresi” in Lombardia

05/03/2014  Le due operazioni che hanno portato magistrati e inquirenti ad accertare che le ‘ndrine clabresi hanno ormai radici salde al nord: territori divisi, capi assoluti, e un enorme flusso di denaro da gestire

Chi capisce di indagini dice che si può pure brancolare nel buio ma qualche idea bisogna averla. Erano i primi giorni del 2010, Ilda Boccassini aveva da poco ricevuto la delega a coordinare la Direzione distrettuale antimafia milanese, cui fa capo parecchia Lombardia, distretto di Brescia a parte. L’antimafia era il suo mestiere da tanto tempo. Il primo dei suoi processi finiti in cronaca, a proposito di intrecci tra Cosa nostra e Lombardia, è passato alla storia come Duomo Connection ed è andato a sentenza di primo grado il 25 maggio del 1992. Sull’asse siciliano di quell’inchiesta lavorò Giovanni Falcone, saltato per aria due giorni prima di quella sentenza.

 L’idea che ha dato la svolta, quasi vent’anni dopo, all’inchiesta nota come Infinito sulla provincia lombarda della ‘ndrangheta è figlia, molto probabilmente, del clima respirato a Caltanissetta, dov’era andata a indagare sulla strage di Capaci. Se vedi un incendio nel milanese, storicamente, la criminalità organizzata non è la prima cosa cui pensi, in Calabria e in Sicilia magari sì. Se però ne vedi tanti tutti insieme – danneggiamenti di macchinari, furti ai cantieri, betoniere a fuoco -  e conosci i codici dell’intimidazione mafiosa la prospettiva cambia. Di lì l’idea di chiedere a ogni Procura del distretto una sorta di mattinale di questura: l’elenco di tutti i reati, in apparenza anche comuni. Quando i reati segnalati dalle procure del distretto sono finiti tutti insieme sul tavolo della Dda il monitoraggio ha consentito di unire i puntini e di vedere con un occhio diverso i reati spia che presi uno a uno avrebbero probabilmente formato un disegno diverso o nessun disegno. Presi tutti insieme hanno lasciato intuire un contesto di estorsioni, di relazioni pericolose, di intimidazioni, di assenza di denunce, che prende a ogni indagine di lì scaturita la forma sempre più precisa della piovra.

 Sei mesi dopo, nel luglio 2010, sono scattati 300 arresti.  Era la prima “uscita pubblica” dell’indagine biforcuta passata alle cronache come Crimine-Infinito, metà a Milano (Infinito) coordinata da Ilda Boccassini e dai sostituti Paolo Storari e Alessandra Dolci, metà a Reggio Calabria (Crimine), coodinata da Nicola Gratteri e, finché sono rimasti in Calabria, Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, perché le Dda di Milano e Reggio hanno lavorato coordinate, scambiandosi informazioni, risultati, conoscenze.

Il primo troncone di Infinito: 110 condanne su 119 in primo e secondo grado in rito abbreviato, (ce n’è un’altra quarantina in primo grado con rito ordinario), approderà a giugno in Cassazione. Crimine, 84 condanne in Appello a Reggio Calabria (rito abbreviato) firmate pochi giorni fa dal collegio presieduto da Rosalia Gaeta è in attesa di motivazioni.

Molte altre indagini tuttora in corso sono scese per li rami di quell’albero biforcuto: l’ultima qualche giorno fa ha filmato con intercettazioni ambientali una banca clandestina a Seveso (Monza e Brianza) riservata alla ‘ndrangheta e ai suoi “clienti”.

Se la Cassazione dovesse confermare quello che dalle sentenze Crimine-Infinito scaturisce – non sempre è facile dimostrare certi reati fuori dai contesti già noti -  sarà un pezzo di storia della criminalità organizzata che si scrive. Vorrebbe dire che la ‘ndrangheta non è come si è creduto a lungo una faida di ‘ndrine separate, ma un’organizzazione complessa e verticistica con una gerarchia ramificata, fatta di un vertice Provincia o Crimine - una di queste si chiamerebbe non a caso la Lombardia - e di locali sui territori, con un coordinamento che parte dalla Calabria, da cui, come dimostrerebbe l’omicidio Novella, è pericoloso tentare di rendersi autonomi.

I condizionali sono d’obbligo fino a sentenza definitiva ma le tessere del mosaico cominciano a diventare tante e il disegno rivela che la linea della palma - o come avrebbe preferito Sciascia la linea del caffè - è salita. Probabilmente ben oltre la Lombardia. Minotauro in Piemonte è un’altra indagine gemella che ha adottato analogo monitoraggio giungendo ad analoghe conclusioni: intrecci apparentemente inestricabili di criminalità, affari, collusioni, zone grigie che coinvolgono imprenditoria e amministrazione, in cui economia sana e criminale si intersecano.

La strage di Duisburg in Germania, nel 2007, d’altro canto ha lasciato intendere che l’Europa non è affatto immune dal contagio, anche perché ha in materia una legislazione inadeguata. Solo l’Italia e gli Stati Uniti al momento hanno il reato di associazione indispensabile al contrasto di un’organizzazione criminale  che sviluppa tentacoli sempre più robusti.

 


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