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Don Pietro Sigurani, il prete convertito dai poveri

21/02/2019  Ogni giorno nel centro di Roma il sacerdote apparecchia tavola per i bisognosi nella chiesa di Sant’Eustachio. Ora sta ultimando la Casa della misericordia, con bar e docce. «Qualcuno storce il naso, ma fare la carità significa offrire un servizio che restituisca dignità»

Nel centro storico di Roma, incuneata tra il Senato della Repubblica e il Pantheon, palpita la “basilica della carità”. È la basilica di Sant’Eustachio, nella quale accade qualcosa d’inconsueto: ogni giorno, da sei anni, alcune tavole vengono apparecchiate in fondo alla navata e viene offerto il pranzo ai poveri della zona. L’iniziativa è nata da don Pietro Sigurani, romano, 83 anni di cui 59 da prete. Don Sigurani perse il padre a 8 anni, nel bombardamento di San Lorenzo, durante la Seconda guerra mondiale. «Siamo i reduci della guerra», ricorda. «Mi sono occupato tanto d’immigrazione e di poveri, perché abbiamo sofferto la fame, siamo stati profughi, e quando l’hai vissuto sulla tua pelle...».

Eppure qualcuno ne è stato infastidito. E così, qualche tempo fa, sul cancello della basilica è apparso un cartello: «Caro reverendo, la chiesa è la casa del Signore, non dei poveri!!! Risponderai davanti a Dio dei sacrilegi/profanazioni compiuti in questa chiesa». Ma don Pietro non se la prende. Quando ci incontriamo, ha sulla scrivania un telegramma di solidarietà da parte di un’alta carica dello Stato italiano.

Don Sigurani, cosa direbbe a chi ha lasciato quel cartello?

«Nessuna accusa: Gesù ci invita a non giudicare per non essere giudicati. Io stesso, qualche tempo fa, mi sarei comportato allo stesso modo. È difficile entrare nello spirito del Vangelo. All’inizio anch’io mi comportavo con i poveri come un benefattore che cercava riconoscenza. Poi loro mi hanno convertito. I poveri mi hanno insegnato che o si serve con cuore gratuito o non serve a niente. Se gli offro un piatto di pasta, il povero deve avvertire − dal modo in cui glielo porgo − che gli sto dando me stesso. E se vuole un caffè, perché non andare a prenderlo insieme, scambiando qualche parola?».

La carità è una questione di cura e di cuore, piuttosto che elemosina di beni materiali...

«Io penso che ci sia bisogno di fare un salto di qualità nella carità, mettendo al centro la persona. Fare la carità significa offrire un servizio che restituisca dignità alla persona. Se io ammasso i poveri in stanzoni senza docce o con bagni insufficienti, li tratto secondo dignità? Abbiamo tanti locali... perché non creiamo tante strutture, ma più piccole, a misura d’uomo, dove si può ricreare la persona? Il traguardo più difficile è che ogni povero riconosca la sua stessa dignità. Non dobbiamo fare dei giardini zoologici dei poveri, ma far sì che tornino a prendersi cura di sé e, dove possibile, a inserirsi di nuovo con gli altri».

Oggi esistono diverse strutture di assistenza. Qual è la via della carità propria della Chiesa?

«A Roma abbiamo scoperto che i malviventi si erano buttati sui centri di accoglienza perché portavano più soldi della droga. Ci sono tante strutture che fanno assistenza, ma spesso adoperando i contributi pubblici... e se io do da mangiare ai poveri, ma lo faccio per presentare in Comune il numero dei pasti distribuiti in modo da essere rimborsato, che cosa ho fatto? Niente. E sono ricattabile: non posso più parlare. Ecco perché la Chiesa deve tornare a fare la carità con la carità. E allora saremo liberi, e non faremo commercio dei poveri».

Cosa significa tornare a «fare la carità con la carità»?

«Il cardinale Bagnasco ha detto al Consiglio delle Conferenze episcopali che in Europa ci sono circa 100 milioni di volontari... Allora com’è che l’Europa sta diventando razzista? Perché abbiamo gestito soldi pubblici. “Fare la carità con la carità” significa che ci metto del mio, che ci rimetto, significa che apro non solo il portafoglio, ma anche il cuore».

Ma come sostenere, in questo modo, le grandi strutture caritative?

«A noi le grandi opere ci ammazzano. Gesù ci ha detto di essere granello di senape, chicco di sale, pizzico di lievito, una fiammella... non c’è bisogno di fare tutto. Facciamo quello che possiamo con la carità, e restiamo liberi. Liberi per provocare lo Stato, liberi per stimolarlo affinché istituisca un’assistenza sociale vera e seria. Lo Stato lo può fare, e inoltre aumenterebbe i posti di lavoro. Se accadesse, la Chiesa potrebbe tornare a occuparsi degli scartati tra gli scartati, come fecero il Cottolengo, don Guanella, Madre Teresa. E noi andiamo da quelli, gli scartati tra gli scartati. Penso sia questo il pensiero di papa Francesco».

Recuperando gli spazi di quella che fu la dimora di sant’Eustachio, sta ultimando la Casa della misericordia: un riparo accogliente con bar, docce, lavanderia, aula computer e presidio medico...

«Ma niente televisione, perché devono parlare tra loro. Questi lavori sono frutto della carità della gente: sono costati 300 mila euro, ne mancano ancora 80 mila, ma arriveranno. Qui non organizziamo niente, neppure per il pranzo: ci saranno i volontari oggi? Speriamo! In tanti anni non sono mai mancati. È un altro modo di concepire le cose, perché siamo malati di previdenza e non viviamo più di Provvidenza. Ma se ricominciassimo a vivere di Provvidenza... la gente ricomincerebbe a dire: “Dio c’è”. Qui passano in tanti e ci dicono: “Io non sono credente, ma questa chiesa piena di poveri che sono serviti e mangiano in modo dignitoso mi fa pensare”».·

Foto di Stefano Dal Pozzolo/Contrasto

 
 
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