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Don Tullio Proserpio: "Il mio Venerdì Santo tra i malati oncologi"

07/04/2022  «Risurrezione è la parola definitiva, ma non si può mettere a tacere il dolore», dice il cappellano dell’Istituto dei tumori di Milano. «A chi soffre offro vicinanza e preghiera» (di Giorgio Paulucci)

Qui ogni giorno è Venerdì santo. Dolore e morte sono ingredienti quotidiani, una provocazione bruciante che mi costringe a domandarmi: la mia fede ha qualcosa da dire rispetto alla sofferenza che abita questo luogo? È una sfida vertiginosa, un esame che devo continuamente sostenere». Don Tullio Proserpio, classe 1964, originario di Carugo (Brianza comasca), è un tipo che va dritto al punto, non si sottrae alle domande scomode. Ne incontra tante, facendo il cappellano all’Istituto nazionale dei tumori di Milano, dove vive e lavora dal 2003.

Laurea in Architettura, a 26 anni entra in seminario, viene ordinato sacerdote nel 1996, poi un’esperienza come coadiutore a Turbigo (Milano) e l’indicazione del cardinale Martini: vai e incontra le persone. «È quello che sto facendo da vent’anni, in quella che per me è diventata una scuola di vita e di cristianesimo». La sua casa è una stanza al nono piano dell’ospedale: letto, poltrona, scrivania e libreria, quel che serve per vivere in maniera essenziale. Le giornate le spende dialogando con i malati, i familiari, medici e infermieri, facendo i conti con speranze e delusioni.

Cancro è una parola che evoca la morte, il desiderio naturale di ognuno è guarire, la domanda che brucia di più è quella sul senso del dolore. «Inutile negarlo, quando guardo Gesù crocifisso vedo un uomo sconfitto. Come è possibile che il Dio della vita abbia permesso la morte di suo Figlio? Trovo risposta solo nel fatto che quel sacrificio è un sacrificio d’amore che sulla croce ha raggiunto il vertice: Cristo ha dato la vita per noi. È l’amore che dà senso all’esistenza, anche se nell’amore può esserci una dimensione legata alla sofferenza.

È risurrezione la parola definitiva, ma la carne di Gesù è stata trafitta, non possiamo fare a meno di attraversare il dolore del Venerdì santo e il buio del Sabato. Altrimenti noi cristiani rischiamo di passare per dei prestigiatori. E qui dentro non funziona». La malattia − in forma spesso estrema e terminale, come accade all’Istituto dei Tumori − per qualcuno diventa l’occasione per interrogarsi sul senso dell’esistenza, riscoprire la fede e il valore della preghiera, per altri è motivo di rabbia, disperazione, fino alla bestemmia. Lui ha imparato ad ascoltare, a “stare accanto”, a mettere da parte le frasi fatte e gli slogan.

IL VALORE DELLA RELAZIONE

«Non posso permettermi di giocare con le parole, non sarei credibile di fronte a chi fa i conti con un tumore», dice. «E spesso le parole neppure servono. Bisogna puntare sulla relazione, su una vicinanza che non ha la pretesa di mettere a tacere il dolore ma offre una condivisione fatta di cose elementari: uno sguardo, una carezza, una preghiera a volte silenziosa. Spesso il cammino dell’altro non corrisponde alla mia aspettativa, magari il paziente non chiede di ricevere i sacramenti ma cerca un volto dal quale essere guardato e al quale guardare. Io so che è il volto di Cristo, ma il valore della mia presenza non dipende dalla conversione del malato, è anzitutto occasione di conversione per me, imparo ogni giorno a capire che il cristianesimo ha a che fare con tutto ciò che c’è di umano». Riprende don Proserpio: «So che in epoca di pandemia è un verbo che non va di moda, ma come ripete papa Francesco dobbiamo “toccare”, essere carnali, accettare anche che le ferite rimangano aperte».

FRA SOFFERENZA E SPERANZA

Accade di scoprire che il desiderio di vita abita nelle profondità dell’animo umano. «Un paziente mi diceva: “Ho la pistola nel cassetto, se mi dicono che ho il cancro giuro che mi sparo”. Dopo che glielo hanno diagnosticato non ha tenuto fede al giuramento e mi confessava: voglio vivere fino all’ultimo istante che mi verrà concesso. L’uomo è un mistero». Oggi si campa molto più di ieri, ma spesso si muore male. E c’è chi vuole la possibilità di chiedere la morte per legge, quando si ritiene che la vita non sia più degna di essere vissuta. «Ma chi può stabilire quando un’esistenza non è più degna? Se il criterio è solo l’efficienza, quante non lo sono! Se il problema è il dolore fisico, oggi la scienza aiuta a combatterlo in maniera eccellente. Ma ha ragione Ratzinger, che nel 2007 scriveva: “Coloro che sul dolore non hanno nient’altro da dire se non che si deve combatterlo, ci ingannano. Certamente bisogna fare di tutto per alleviare il dolore di tanti innocenti e per limitare la sofferenza, ma una vita senza dolore non esiste”. È un approccio realista alla condizione umana, quello che serve». Approfondisce il cappellano: «Un approccio che consideri l’uomo nella sua integralità, fatta di corporeità e di spirito. Per questo sono importanti le cure palliative − in una prospettiva multidisciplinare da parte dei diversi attori coinvolti (medici, clinici, équipe curante) − che mettono il malato e le sue relazioni al centro del progetto terapeutico, secondo un paradigma trascurato dalla medicina ufficiale che sembra puntare maggiormente sulla parcellizzazione dei saperi».

CERCASI TESTIMONI CREDIBILI

L’uomo non può essere ridotto a un ammasso di cellule, e la domanda di salute − che il flagello del Covid ha drammaticamente acutizzato − chiede una risposta capace di guardare alla persona in tutte le sue dimensioni. Ma non si deve cadere nell’errore di considerare la salute come una nuova religione: non è un fine ultimo, è determinata dal significato dell’esistenza. Proprio il Covid insegna che le migliori tecnologie non sono sufficienti ad accompagnare in maniera adeguata le persone malate. Commenta don Tullio: «Una donna inchiodata al letto mi confidava: tutti si chiedono cosa si può fare, io mi domando che senso ha la mia vita. È cimentandosi con questa domanda vertiginosa che la Chiesa può risultare ancora interessante per l’uomo di oggi. Per questo servono testimoni credibili di una speranza capace di condividere il percorso che giunge a dare significato alla vita e alla morte». Capita di trovare testimoni così tra quanti hanno i giorni contati.

A don Tullio è capitato con Claudia, una ragazza di 17 anni ricoverata in ospedale in gravi condizioni: piangeva disperata, poi nel tempo è accaduto un cambio di passo, l’ha presa una inspiegabile serenità. «Un giorno», confida il cappellano, «mi chiede l’unzione degli infermi, e al termine domanda: “Adesso ho le valigie pronte?”. Mi ha letteralmente spiazzato. Poi ha aggiunto: “Ora chiudo gli occhi, e sai cosa succede? Muoio con il sorriso pensando al sorriso del Papa”. Lo aveva incontrato in piazza San Pietro, quando era già malata terminale». Don Tullio apre il breviario, la fotografia di Claudia da quel giorno accompagna la sua preghiera.

CHI É

Età 58 anni

Professione Cappellano

Famiglia Vive in ospedale, i pazienti sono i suoi familiari

Fede Maturata dopo la laurea in Architettura Professione Famiglia

BOX: IL LIBRO

LA SPIRITUALITÀ NELLA CURA

È un libro nato alla macchinetta del caffè all’Istituto nazionale dei Tumori di Milano, dai dialoghi quotidiani tra il cappellano don Tullio Proserpio e Carlo Alfredo Clerici, specialista in Psicologia clinica. S’intitola La spiritualità nella cura (San Paolo), è un viaggio nei molteplici aspetti che vedono intrecciarsi la medicina con la dimensione interiore dell’esistenza, alla ricerca di una nozione di salute che trascenda la pura materialità. Ha il merito di sollevare domande scomode offrendo piste di riflessione che nascono dall’esperienza.

 
 
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