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Ebola, un orrore più grande della guerra civile

27/11/2014  La gravità dell'epidemia nelle parole di don Maurizio Boa, missionario del Murialdo, da quasi vent'anni in Sierra Leone, accanto ai sofferenti del campo profughi di Kissi Town, nella periferia della capitale Freetown. "Resto qui, anche perché in Italia sarei guardato con paura". L'aiuto alla sua missione da parte dell'associazione Maniverso.

don Maurizio Boa durante una celebrazione a Kissi Town
don Maurizio Boa durante una celebrazione a Kissi Town

“Ebola è peggio della guerra civile”. E se lo dice lui che opera in Sierra Leone da quasi 20 anni, c’è da crederci. Settant’anni, missionario giuseppino del Murialdo, don Maurizio Boa,  non è certo uno che si impressiona facilmente, ma ai suoi occhi il virus sta facendo ciò che neanche la guerra era riuscita a fare. “Quando ho cominciato ad andare a Waterloo Camp, ora Kissi Town, periferia di  Freetown, era tutto un miscuglio di gente scappata dalla guerra in Liberia e dalla furia ribelle in Sierra Leone. Ho ospitato negli anni  fino a 80 mila e più persone. Poi le guerre sono finite  e quelli che hanno potuto hanno fatto ritorno ai loro villaggi. Oggi lì sono ancora in 20 mila. Poveri, disoccupati, ammalati, amputati, ciechi”. Un campo  profughi fatto di povere case di fango, tetti di plastica e paglia. E fuori tanti bambini scalzi, malvestiti, denutriti e ammalati.

Qui è scoppiato Ebola.  E il racconto, nei dispacci del missionario, assume toni da Apocalisse: “I corpi non sepolti sono ovunque lungo la strada  e il contagio continua. E’ una sofferenza che ci vede impotenti. Dalle case chiuse chiedono cibo, acqua,  aiuto. Chi darà loro da mangiare? Chi si occuperà dei bambini? E dove?”. L’unico a passare i blocchi è lui, don Luciano, per portare  sacchi di riso, olio, cipolle. “Il capo  villaggio ringrazia e mi porge una lunga lista che non finisce mai. Manca il pesce, la cassava, l’acqua, la clorina, il sapone, i disinfettanti… Manca tutto e nessuno interviene. Tutti hanno una sacrosanta paura ad avvicinarsi, paura di essere coinvolti”, così scriveva qualche settimana fa don Boa, che ha deciso di non tornare in Italia, ma rimanere laggiù per non abbandonare la sua gente.  Anche perché in Italia, ragiona amaramente il missionario “sarei guardato con sospetto, forse anche con paura. Qui sto bene, è il mio posto, la mia vita è qui. E ringrazio Dio con tutto il cuore”. Il prete italiano segue in particolare un gruppo di 40 famiglie di pluriamputati che vivono in un piccolo villaggio. Ma il contagio è arrivato anche lì.

don Maurizio con una bimba a Kissi Town
don Maurizio con una bimba a Kissi Town

L’aggiornamento sulla situazione nella capitale e al campo di Kissi town è quasi quotidiano grazie al filo diretto che il sacerdote tiene con l’associazione umanitaria mestrina “Maniverso Onlus”, la quale ha attivato uno dei suoi progetti  di sostegno a distanza  proprio per la Sierra Leone e la missione di don Maurizio: “Le donne che andavano nel piccolo ospedale a partorire, ora non ci vanno più, così i neonati e bambini muoiono di morbillo o alla prima influenza”, racconta ancora.  Tra tanta disperazione, però, c’è anche  una buona notizia: è iniziata una collaborazione tra il sacerdote e i dottori di Emergency, oltre a quelli del Cuamm e di Medici Senza Frontiere. “I frutti si cominciano già a vedere: cinque persone ammalate di Ebola che vivevano nelle loro case al campo profughi di Kissi sono state trasferite nel centro di Emergency a Lakka. 

    Maniverso ha intanto raccolto e inviato a don Boa 40 mila euro per l’acquisto di generi alimentari ed è in partenza un container con vestiario, generi alimentari, biciclette e disinfettanti. “C’è anche l’apparecchiatura per autoprodurre candeggina disinfettante”, spiega il presidente dell’associazione veneziana, Alberto Correnti: “Si tratta di un semplice dispositivo composto da un contenitore per l’acqua e una batteria, costruito dagli studenti del Centro di formazione professionale di Trissino (Vicenza) e dall’associazione degli ex-allievi dello stesso CFP”.

Pubblichiamo, di seguito, l’ultima lettera-preghiera che don Maurizio ha scritto dalla missione:

  “Carissimi, con queste parole vi voglio ringraziare tutti per la comunione e la solidarietà concreta e veramente impensata, con cui seguite la situazione difficile che stiamo vivendo in Sierra Leone.  Non vi sembri strano che vi chieda di unirvi a me per un momento di preghiera, vi ringrazio per questo, desidero che sentiate la mia presenza in mezzo a voi e la presenza di Dio. Abbiamo bisogno di vivere la presenza di Dio, la sua volontà di bene e il suo amore salvifico. Il nostro è un Dio amante della vita e fonte della gioia. A lui ci rivolgiamo in questo momento di grave sofferenza di una intera nazione. Ancora non vediamo barlumi di speranza, anzi le nude cifre parlano di incremento del contagio e della morte.

   Oggi Ebola colpisce ad una velocità 9 volte maggiore di due mesi fa. Soprattutto nelle aree periferiche rurali, Waterloo, Morabie con 12 nuovi casi ogni giorno, all’inizio settembre erano 1,3. E in Freetown, la capitale, si registra un aumento di casi 6 volte maggiore di due mesi fa. L’urlo continuo delle sirene delle ambulanze è un monito ad essere attenti, prudenti, ma ci dice anche che la morte è tutta intorno a noi.

   Cinquemila persone sono morte e 10.000 almeno sono state infettate. Le strutture sanitarie sono al collasso; mancano posti letto, malati di ebola giacciono all’aperto nei cortili dei centri sanitari. Quando li ho visti mi sono detto che è disumano morire così. Molta gente non lavora più, non guadagna, è in quarantena, non può uscire dalle case, ma ha ugualmente bisogno di nutrirsi per vivere o sopravvivere. Ho conosciuto in questo periodo una sorprendente, impensabile generosità di tanti amici, anche di gente che non mi conosce, ma che vuole ugualmente partecipare alla gara di solidarietà per la salvezza di tante persone. Soprattutto i bambini; il 20% dei malati di ebola sono bambini; scuole chiuse, essi sono confinati in casa, invitati a non giocare con gli altri amici con cui prima condividevano la gioia del gioco e la vita, perché il nemico è invisibile, è pronto a colpire dove meno te lo aspetti. Che il contagio si fermi! 

  Per questo la nostra preghiera e per questo gli sforzi continui di tanta gente di buona volontà che mette a repentaglio la propria vita per la salvezza altrui. Medici, infermieri, a loro la nostra ammirazione e il nostro grazie. Il loro sacrificio non sia vano.

   O Dio Padre nostro, amante della gioia e fonte della vita, ci rivolgiamo con fiducia a te in questi giorni di difficoltà per questa nostra amata nazione. Stiamo soffrendo, stiamo morendo e non sappiamo perché. Un nemico invisibile e letale si è insinuato in mezzo a noi. Noi non possiamo niente contro di lui, ma tu lo vedi, Signore, tu lo conosci, tu sei più forte di lui. Aiutaci a sconfiggerlo. Vedi quanta gente di buona volontà è disponibile a donare la propria vita, il proprio tempo, le proprie risorse per lottare contro; fa’ che tutto questo sforzo non sia vano, che questo grande, collettivo gesto di amore sia più forte della forza della male e ci porti ancora a vivere nella gioia e a lottare insieme per un mondo migliore.

   Sotto la tua protezione troviamo rifugio, o Santa Madre di Dio. Ascolta la nostra preghiera nelle necessità, e liberaci sempre da tutti i pericoli, Vergine gloriosa e benedetta. Amen”.  

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