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Chi era Felicia Impastato, la storia vera oltre la fiction

22/05/2020  La storia vera di Felicia Impastato, la madre di Peppino, che ha spiazzato tutti con la forza e il coraggio della sua testimonianza

«Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo». C’è questa frase nel libro La mafia in casa mia, in cui Felicia Bartolotta Impastato raccontò la sua vita. E, unita all’altra che ripeteva ai ragazzi che dopo la morte di Peppino andavano a chiedere di lui: «Studiate, ragazzi, tenete la testa alta e la schiena dritta», dice tante cose della sua eredità.

Il passo cui allude è il matrimonio con Luigi Impastato, che Felicia aveva sposato nel 1947. Luigi veniva da una famiglia legata alla mafia di Cinisi e nel 1947 Felicia l’aveva sposato per amore, rifiutando un partito proposto dal padre. Da quell’unione erano nati Giuseppe (Peppino nel 1948), Giovanni (nel 1952 morto bambino) e l’altro Giovanni (nel 1953).  

Nella vita di Felicia, in poco tempo, cambia tutto. E la vita di moglie e di madre cambia Felicia, le apre gli occhi. Il cognato, marito della sorella di Luigi, è Cesare Manzella capomafia del paese. Felicia respira l’aria che tira dentro casa e comincia a capire, prendendone progressiva distanza, le cose di cui prima “non capiva niente”. Il matrimonio è burrascoso da subito: «Appena mi sono sposata ci fu l’inferno. Attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava. Io gli dicevo: ‘Stai attento, perché gente dentro [casa] non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre».

Nel 1963 Manzella muore in un attentato, durante la guerra di mafia, Peppino ne è scosso: ha quindici anni e si fa domande sulle cose che ha sentito in casa dal padre e dallo zio, alla madre ripete “Veramente delinquenti sono”.   Peppino cresce e si impegna in politica, si schiera contro la mafia, Felicia si preoccupa e in quel momento i contrasti con il marito crescono, anche perché, come ricorda Anna Puglisi autrice con Umberto Santino del libro intervista La mafia in casa mia, l’amicizia di lui con Tano Badalamenti lei proprio non la digerisce. Difende Peppino dal padre, che lo caccia di casa. Quando Luigi muore, in un misterioso incidente stradale, Felicia ha imparato molte cose, capisce anche che ora Peppino è solo, ha le spalle scoperte, e rischia molto più di quando il padre era vivo.

Negli ultimi otto mesi di vita di Peppino, quelli che dividono il suo assassinio dalla morte del padre, Felicia, da madre, prova a difendere anche suo figlio da sé stesso, dai rischi che si prende: cerca di fermare il ciclostile sul quale Peppino ha scritto che “la mafia è merda”, prova a convincerlo a lasciar perdere, ai suoi comizi non va per timore di quello che può dire, di quello che gli potrebbe accadere. Lo guardavo e dicevo: figlio chissà come ti finisce”.

Se lo sente, Felicia, che ormai ha capito tutto. Se lo sente che finirà a brandelli. Accade il 9 maggio 1978.
A quel punto Felicia che non ha più da perdere nemmeno un figlio, invita l’altro, Giovanni, a lasciar parlare lei e si schiera. Diventa la prima donna in Italia a costituirsi parte civile, rompe con i parenti del marito, si mette con gli ex compagni di Peppino. Apre la casa a tutti i ragazzi che vogliono sapere: «Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise«. Un figlio che: «… glielo diceva in faccia a suo padre: ‘Mi fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto… Fanno abusi, si approfittano di tutti, al Municipio comandano loro’… Si fece ammazzare per non sopportare tutto questo».

Al processo accusa Badalamenti di essere il mandante dell’omicidio di suo figlio. Il magistrato Franca Imbergamo ricorderà così quel momento: nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. «Era un momento storico perché abbiamo assistito al riconoscimento da parte di una madre coraggio e alla capacità delle istituzioni di darle una risposta. Era commovente ed emozionante perché Felicia portava con sé il dolore più grande per una donna, quello di vedere ucciso un figlio. E poi c'era in collegamento dagli Stati Uniti, in video, Gaetano Badalamenti, che la osservava. Abbiamo scritto secondo me una pagina di storia, della storia della lotta alla mafia».

Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato, che il 6 dicembre del 2000 approva una relazione sulle responsabilità dei rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Nel 2001 la Corte d’Assise di Palermo condanna Vito Palazzolo a 30 anni di reclusione e Gaetano Badalamenti all'ergastolo.

Nel 2011 la Procura di Palermo riapre le indagini sul depistaggio. Felicia fa in tempo ad assistere alla condanna di Badalamenti, non a sapere che dalla relazione della Commissione antimafia che le aveva ridato l’altro pezzo di verità che cercava sono scaturite nuove indagini: muore il 6 dicembre 2004.

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