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lunedì 06 dicembre 2021
 
Eccellenze
 

Un prof italiano tra i più bravi insegnanti al mondo

17/09/2018  Daniele Manni è un docente di Lecce che potrebbe vincere il “nobel” per l’insegnamento

«Ho deciso che avrei fatto l’insegnante appena sono entrato in una classe. Ho capito che era una situazione per me bellissima, i ragazzi mi hanno conquistato. È successo più di vent’anni fa. Mi era stata offerta una supplenza di sei ore. Fu galeotta». Un amore a prima vista che ha fatto sì che Daniele Manni, 55 anni, docente di Informatica, sia diventato il fiore all’occhiello dell’Istituto Galilei- Costa di Lecce, una piccola scuola dove si vive come in una famiglia. Un professore amatissimo è tra i finalisti della 13esima Conferenza europea sull’innovazione e l’imprenditorialità (Ecie la sigla per la dicitura in inglese): l’unico italiano e l’unico insegnante di scuola superiore tra i 12 concorrenti selezionati, tutti docenti universitari, che il 20 e 21 settembre ad Aveiro, in Portogallo, si contenderanno il prestigioso premio internazionale dedicato all’eccellenza didattica, il Teaching Excellence Awards. Si tratta di  una sorta di Nobel degli insegnanti (con un premio di 1 milione di dollari) il cui scopo è valorizzare la figura e il ruolo di chi fa il lavoro più importante del mondo.  La dedizione, l’autorevolezza, la capacità di suscitare stima: sono le caratteristiche di questo docente, nato in Canada vicino a Toronto, per via del lavoro dei genitori, e giunto in Italia a 11 anni. Si è trovato in questo “corpo di professori scelti”su segnalazione di uno studente che ha mantenuto il massimo riserbo: «Non so chi è. Ho dei sospetti su cinque ragazzi, ma ho smesso di indagare».

Quando i ragazzi stimano così il loro prof c’è sempre un motivo valido e sincero. Soprattutto in un momento in cui questo mestiere appare sempre più svalutato: «Ho scoperto, grazie a questo premio, che la nostra professione ha perso credito in tutto il mondo occidentale» spiega Manni. «È una società che predilige i valori economici…». Manni ha scritto una lettera a Renzi in cui parla anche di questo tema: «Molti l’hanno interpretata come una richiesta di denaro, non è così. Ho chiesto di elevare la figura dell’insegnante e ho suggerito due strumenti. Rendere più dignitoso lo stipendio e diffondere le “buone pratiche” presenti nelle scuole italiane sottolineandone la positività, cosicché la società civile possa conoscerle».

Anni di insegnamento nella stessa istituzione permettono di vederne i cambiamenti: «Purtroppo non ne ho visti. Non tanto per i contenuti che sono eccellenti ma per il metodo con cui si vuole trasmetterli. Il mondo è cambiato. È multimediale e dinamico. Ma nelle scuole non si è capaci di adeguarsi ai nuovi ritmi esterni».

Manni racconta come siano invece cambiati i ragazzi: «Rispetto a vent’anni fa la maggior parte si diploma senza avere idea di cosa vuole fare. La risposta è “poi ci penso”. Sono sfiduciati. La realtà non dà loro la carica. La famiglia e la scuola non indicano la strada».

Due parole anche su un tasto dolente, l’atteggiamento dei genitori. «Una volta erano totalmente al fianco dei docenti, oggi sono contro. Non partner ma nemici. Da parte mia lavoro con serenità perché concentro tutte le attenzioni sui ragazzi. Ma vedo molti colleghi in difficoltà».

I ragazzi sono sempre al centro dei pensieri di Daniele Manni. Che consiglierebbe di intraprendere la carriera di insegnante «a chi ha una carica tale da non avere bisogno di riconoscimenti esterni ed economici. Le soddisfazioni vengono dagli studenti. Solo così diventa una professione bellissima». Una professione per cui bisogna comunque avere delle doti oltre alla preparazione: «Innanzitutto la capacità di modificare il linguaggio a seconda di chi si ha davanti. Così si ottengono dei grandi risultati».

Infine una riflessione su un altro tema cardine, quello del “merito”: «Sono un sostenitore. Ma mi trovo completamente impreparato nel capire come valutarlo. C’è chi dice che devono essere gli studenti, anche se probabilmente dai miei ragazzi riceverei ottime valutazioni, non penso che sia questa la strada. Spesso gli studenti, infatti, non sanno comprendere tutto il bene che un professore magari rigido e severo gli sta facendo in quel momento. Certi atteggiamenti vengono rivalutati con il tempo».

 
 
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