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domenica 11 aprile 2021
 
Taizé
 
Credere

Frère Alois: le nuove generazioni hanno sete di autenticità

20/08/2020  «Tra i giovani ci sono sensibilità diverse, ma tutti capiscono immediatamente se le idee sono tradotte in azioni o restano parole», dice il priore della Comunità di Taizé, dove da più di 50 anni arrivano ragazzi da tutto il mondo

«Quando ero giovane, mi stupivo nel vedere dei cristiani che, pur facendo riferimento a un Dio d’amore, sprecavano tante energie nel tentativo di giustificare le loro opposizioni. E mi dicevo: per comunicare il Cristo, esiste forse una realtà più trasparente di una vita donata, nella quale, giorno dopo giorno, si concretizza la riconciliazione?». Così mi disse un giorno frère Roger Schutz quando salii, un po’ di anni fa, sulla collina in Borgogna per una lunga intervista. Quella vicenda, iniziata esattamente 80 anni fa, nel 1940, è uno dei capitoli più significativi della storia del Novecento religioso europeo. Qualcosa di assolutamente singolare e inedito che ha lasciato il segno nella vita di decine di migliaia di giovani di tutti i continenti. Communauté de Cluny, così si chiamava all’inizio: una comunità monastica maschile, la prima in campo protestante, che nel corso degli anni ha maturato e consolidato la sua vocazione ecumenica rendendo visibile due grandi aspirazioni: camminare nella vita interiore attraverso la preghiera personale e la bellezza della preghiera comune e assumere delle responsabilità per rendere la terra più abitabile.

L’IMPRONTA DI FRÈRE ROGER

Una storia certo legata al carisma, unico, del suo fondatore, Roger Schutz, pastore della Chiesa riformata, «una personalità fuori dal comune, che attrae senza volerlo» (disse di lui il teologo Olivier Clément), che ha saputo radunare attorno a sé, sin dagli inizi, in un progetto di vita comunitaria, un gruppo di giovani desiderosi di essere «una parabola della comunità fraterna e dell’unità umana che non è possibile che in Cristo». «L’eredità di frère Roger è immensa ed è viva ogni giorno». A parlarne così è frère Alois che, dopo la morte tragica di frère Roger, avvenuta il 16 agosto del 2005, è il priore della comunità. «Di frère Roger vorrei ricordare due aspetti. Il primo riguarda l’ecumenismo: credo che non abbiamo finito di esplorare cosa significa dar vita a una comunità che anticipa l’unità, che la vive in anticipo. Questo ci spinge a chiedere ai cristiani di osare mettersi sotto lo stesso tetto senza aspettare che tutte le domande che li separano siano risolte. Un’altra delle sue preoccupazioni era quella della pace, della condivisione, della solidarietà tra umani. Anche questa ci pare profondamente attuale. Con tutti i giovani che salgono sulla nostra collina, ci viene data l’opportunità di realizzare, su piccola scala, il segno di una fraternità universale». La scorsa estate sono salito a Taizé con Renata, mia moglie, e Benedetta, l’ultima nostra figlia adolescente, insieme ad alcune coppie di amici con figli. Pochi giorni trascorsi sono bastati, anche per chi saliva la prima volta, per rendersi conto dello spessore spirituale di una realtà apparentemente leggera dal punto di vista della “struttura” e dell’organizzazione. Ero curioso di scoprire se questa vicenda spirituale, per me davvero importante, non fosse divenuta, nel tempo, consunta e logora. Abbiamo trovato invece e di nuovo una comunità viva, uomini appassionati del Vangelo, non troppo preoccupati delle loro sorti, aperti a quella che chiamano la «dinamica del provvisorio».

LA PREGHIERA, IL VALORE DI TAIZÉ

  

Abbiamo incontrato giovani, da ogni parte del mondo, capaci di custodire, durante le tre liturgie quotidiane, un silenzio intenso, non artificiale. Proprio durante le liturgie si coglie il valore di Taizé: un’esperienza spirituale profonda, capace di mettere al centro la contemplazione pasquale di Gesù, che è riuscita a diventare anche un modo di celebrare, un modo di cantare, un modo di pregare, un modo di rappresentare. Aveva ragione Giovanni Paolo II, salito anche lui, nell’ottobre del 1986, a pregare e a incontrare la comunità: «Si passa a Taizé come si passa accanto a una fonte. Il viaggiatore si ferma, si disseta e continua il cammino». Chiedo a frère Alois: i giovani hanno sempre risposto in modo generoso alla “chiamata” di Taizè. Dove sta a suo avviso la ragione di questa risposta? «Ancora oggi rimaniamo sorpresi», dice, «nel vedere che da più di cinquant’anni, come un passaggio di generazione in generazione, i giovani vengono a Taizé. Siamo molto grati del fatto che continuino a incrociare la loro strada con la nostra. Ma prima di lanciare una “chiamata”, noi vogliamo ascoltarli! Certo, tra quanti salgono a Taizé, c’è una grande diversità. C’è chi crede profondamente, si impegna nella Chiesa e legge la propria vita alla luce del Vangelo. Ci sono altri che sono lontani dall’avere una fede esplicita, ma che cercano un significato nella loro vita. Tutti sono con noi, pregano con noi tre volte al giorno... Ciò dimostra che la ricerca di Dio oggi è espressa in lingue che sono spesso molto diverse. Se un giovane mi chiede “posso cantare con gli altri se non sono credente?” è per me il segno che c’è una sete, un’aspettativa, che posso discernere, valorizzare, a’dare a Dio».

COME PARLARE AI GIOVANI?

Ma dal vostro osservatorio particolare è possibile comprendere quale “sete” custodiscono i giovani di oggi? «A causa della grande diversità che ho appena detto, è diffcile trarre conclusioni generali sulla gioventù di oggi. Ma penso di poter dire che molti di loro hanno fame di autenticità. Capiscono immediatamente se le parole sono tradotte in azioni concrete o restano solo parole. Di fronte all’emergenza climatica, ad esempio, sono pronti a impegnarsi, ma vogliono anche un cambiamento reale nelle pratiche e negli stili di vita. C’è qui un bellissimo appello per la Chiesa! Anche se non tutti lo descrivono con il vocabolario della fede, molti giovani hanno sete di un’esperienza di amicizia, di comunione. Per noi fratelli, questa comunione è radicata nella preghiera: e speriamo che i pellegrini e i visitatori possano a loro volta entrare in questa esperienza di amicizia con Cristo». Quello che è certo, dico a frère Alois, è che le Chiese, in Occidente, sono vuote di giovani. «Sì, ha ragione. I motivi sono tanti. Mi sembra però che ciò non significhi che Cristo non parla più ai giovani di oggi! Piuttosto questo dovrebbe prima di tutto incoraggiarci su come sia possibile mostrare la novità radicale del Vangelo oggi. Ho partecipato al Sinodo che si è interrogato proprio su questo. Una delle conclusioni principali che ho tratto da quella esperienza è che è essenziale pensare al ministero della gioventù... insieme con i giovani, al fine di evitare il rischio di avanzare proposte “dall’alto”, disconnesse dalla realtà vissuta dalle nuove generazioni. A questo proposito, la presenza di 35 giovani delegati al Sinodo è stata un contributo insostituibile». Un occhio sempre sensibile e attento, quello di frère Alois sui giovani, che lo scorso anno l’ha spinto a rendere noti con «vergogna e profondo dolore» cinque casi di aggressioni sessuali su minori avvenuti a Taizé, tra gli anni ’50 e gli anni ’80, da parte di tre confratelli. Un gesto dettato dal desiderio di ascoltare le vittime e continuare a promuovere la comunità come «spazio di fiducia, sicurezza e verità», come scrisse lui stesso nella lettera aperta in cui annunciava anche di aver informato le autorità giudiziarie e dava indicazioni su come denunciare eventuali altri casi.

IL VIRUS E IL FUTURO

  

Il tempo della pandemia ha coinvolto anche Taizé. La comunità ha interrotto l’ospitalità e i fratelli si sono divisi in otto case in modo da non essere troppi a tavola e alle preghiere che, alla sera, venivano trasmesse dal sito su Internet. Ogni giorno, da metà marzo a Pentecoste, sono state decine di migliaia i giovani da tutto il mondo connessi tramite i social network per il tempo della preghiera. La comunità, che non può ricevere alcuna donazione e vive del proprio lavoro, ha dovuto fare i conti anche con la precarietà economica. Il periodo di isolamento cosa può aver insegnato all’uomo contemporaneo? «In primo luogo credo che la pandemia abbia ricordato a tutti la nostra fragilità umana. Questo microscopico virus ha costretto più della metà degli abitanti di questo pianeta a rimanere confinata per settimane con conseguenze profonde. La quarantena ha anche mostrato di quanta solidarietà l’uomo è capace. I giorni dell’isolamento sono stati accompagnati da molti gesti concreti di attenzione, specialmente verso gli anziani o i vulnerabili. Sono grandi segni di speranza. Infine, è valso per la nostra comunità ma credo anche per tante persone: l’isolamento è stato anche un’occasione per concentrarsi sull’essenziale, per semplificare il nostro stile di vita. All’indomani della crisi pandemica, si teme che la disuguaglianza aumenterà ulteriormente e che la ripresa economica avrà luogo senza tenere sufficientemente conto dell’emergenza climatica. Ma abbiamo anche un’enorme opportunità: possiamo chiederci che futuro vogliamo. Saremo in grado di cogliere questo momento?». Taizé è stata una parabola di comunione anche durante i tempi della divisione netta dal mondo. Oggi il mondo pare più connesso ma le divisioni attraversano ancora il cuore degli uomini e degli Stati.

OLTRE I RIGURGITI IDENTITARI

Come è possibile essere − senza retorica − a servizio della riconciliazione? «La nostra epoca è davvero piena di paradossi. Senza dubbio, oggi come mai nella storia siamo interconnessi e le notizie viaggiano istantaneamente da un capo all’altro del mondo. Allo stesso tempo, ci sono divisioni che si aggravano, un aumento della xenofobia e, in molte parti del mondo, preoccupanti fenomeni di rigurgiti identitari. È scioccante, per esempio, scoprire che alcuni giovani europei sono andati a combattere in Siria insieme all’Isis. Come è stato possibile che siano stati sfruttati da un’ideologia che perverte la religione? Di fronte a questi pericoli, dare vita a incontri personali è fondamentale. Senza scambi concreti, ci rimangono statistiche o paure irrazionali. Sì, gli incontri faccia a faccia sono essenziali: serve mettersi in ascolto della storia delle persone concrete: un migrante, un rifugiato. Incontrare quelli che vengono da altrove ci permetterà anche di comprendere meglio le nostre radici e approfondire la nostra identità. È successo anche a noi: ospitando migranti nel nostro villaggio, abbiamo assistito alla nascita di una vera ondata di solidarietà, anche da parte di persone che non vengono mai a pregare a Taizé».

Chi è Frère Alois

  

ETÀ 66 anni

INCARICO Priore della Comunità di Taizé

FEDE Cattolica

CARISMA Si dedica all’ascolto dei giovani

Nato nel 1954 in Baviera, Alois Löser iniziò a frequentare Taizé ancor prima dei vent’anni. Nel 1973-1974 rimase in comunità un anno occupandosi dell’accoglienza dei giovani. Al termine dell’esperienza entrò in comunità seguendo il programma di formazione teologica e spirituale per i nuovi fratelli, fino alla consacrazione avvenuta nel 1978. Frère Alois è priore dal 2005. Seguendo la Regola di Taizé, che prevede per il priore di designare il suo successore, frère Roger aveva indicato il suo nome già nel 1988.

(foto in alto di Fabrizio Annibali)

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