Gero Cardarelli, il mimo che ha abitato 27 anni nella pancia del Gabibbo, è morto il 20 agosto. Per ricordarlo pubblicchiamo la sua ultima intervista, uscita sul numero 30 di Famiglia Cristiana.

Per fare un Gabibbo ci vogliono tre persone: Lorenzo Beccati che gli dà la voce con il suo inconfondibile accento genovese, Antonio Ricci che canta le canzoni e Gero Cardarelli il mimo, ovvero il “ripieno”. «Sono 27 anni che indosso il costume del Gabibbo», racconta Gero Cardarelli nella sua casa di Milano. «Ho conosciuto Ricci mentre lavoravo a Drive in. Mi hanno cucito addosso il costume, che pesa dieci chili, e la sarta era mia moglie Katia. Ma quando il Gabibbo si traveste da Marco Polo o da Ulisse il costume pesa ancora di più. Sono io che l’ho voluto diverso dagli altri pupazzi che animavo, non è in gommapiuma e ha due cerchi di metallo intorno alla pancia che mi permettono di essere agile e di muovermi, tanto da scavalcare anche i cancelli. Non me lo tolgo neppure per andare a mangiare al ristorante: il Gabibbo spalanca la bocca e da lì spunta la mia testa. Il mio record nei panni del Gabibbo è stato di 21 ore. Eravamo a Bologna quando gli immigrati per protesta avevano occupato la basilica di San Petronio. Per evitare che fossero sgomberati sono rimasto a protezione dei bambini».

Tante avventure, denunce, impegno sociale da quando apparve per la prima volta a Striscia la notizia il 1º ottobre 1990. A Sanremo, quando bloccarono i lavori della variante Aurelia perché c’era un cimitero di mezzo, .nì che arrestarono anche un assessore. In Africa rimase otto ore al giorno dentro il costume a 40 gradi, per denunciare le ruberie italiane. A Cagliari chiusero una scuola senza che quella nuova fosse ancora aperta e c’erano i bambini con un cartello con scritto “Gabibbo aiutaci tu”. «Il Gabibbo è molto popolare tra i bambini: qualcuno è impaurito, altri vorrebbero portarselo a casa», dice con orgoglio. Gabibbo, o gabubbo, è una parola genovese ed era il titolo che i marinai genovesi davano agli scaricatori del porto di Massaua (Eritrea), chiamati così perché un nome proprio diffuso in quel luogo era Habib, che significa amato. In seguito veniva usato per indicare i non liguri, come per esempio i meridionali, non in senso dispregiativo ma più scherzoso. L’impegno di Cardarelli si divide tra Striscia la notizia e Paperissima, che vanno in onda tutto l’anno, malgrado l’età di Gero, 75 anni. «Prima o poi smetterò anche se Ricci vuole che rimanga fino a 85 anni!».

Sembra facile, ma dietro le movenze del Gabibbo c’è una lunga professionalità. Gero Cardarelli ha iniziato presto a recitare, quando si trovava in orfanotrofio dopo la morte, a poca distanza l’uno dall’altro, dei suoi genitori. Il primo ruolo fu quello di una femmina. Quando uscì dal collegio ha fatto il suggeritore in buca, l’elettricista, il macchinista, .no ad avere ruoli da protagonista lavorando anche con Strehler in I giganti della montagna. Nel 1965, quando già insegnava recitazione, ha impersonificato Topolino davanti a Walt Disney. Nel 1974 Maurizio Nichetti gli propose di fondare insieme una scuola a Milano, Quelli di Grock, che arrivò ad avere fino a 200 allievi. Cardarelli realizzava i suoi spettacoli integralmente, dalla scenografia alla manovra dei pupazzi, fino a 50 in un solo spettacolo, a cui prestava anche la voce. Per molti anni anche quando interpretava il Gabibbo continuava a fare i suoi spettacoli, fino a quando è diventato troppo faticoso.

Dopo aver scritto la biografia Una vita da ripieno, ora è anche autore di un libro per bambini, “Belandi che storia!” (Mondadori), tre avventure illustrate in cui il Gabibbo affronta in modo divertente temi educativi, come l’educazione ambientale e stradale. Il tutto in una cornice gabibbesca a suon di besughi e pattoni. Negli studi di Mediaset c’è il Museo di Striscia, a cui ha donato due costumi del Gabibbo, e c’è anche una parete piena di denunce e uno dei quadri in gommapiuma di Gero, coloratissimi disegni in rilievo in stile naïf, appesi nella sua casa, dove c’è anche una collezione di piccoli Gabibbi dalle diverse fattezze, oltre a un immancabile tapiro e al Telegatto che vinse nel 1991, consegnato dalle mani di Corrado. Nella sua carriera gli è capitato di consegnare tanti tapiri. «Ricordo quando dovevo darlo a Raffaella Carrà, ma lei si ri.utò perché aveva paura del Gabibbo e mi lasciò in strada per ore. Mentre un magistrato di Brescia mi accolse a braccia aperte. Fu molto di spirito Andreotti: era un tapiro pieno di gioielli, lui mi ricevette, parlò con me, insomma stette al gioco. È stato bello lavorare con Greggio, Iachetti, la Hunziker, Ficarra e Picone. Un altro episodio che ricordo con piacere è quando Gino Bartali, che per un certo periodo condusse Striscia la notizia, entrò nel mio camerino e mi chiese una fotografia. Un onore per me che ero stato un bartaliano».

Un aspetto particolare di Gero Cardarelli è la sua fede buddhista. «Pratico ogni giorno la meditazione e questo mi ha aiutato anche a non soffrire dentro il pesante costume del Gabibbo. L’idea di fondo è che la sofferenza passa, tutto è impermanente. Per un tumore ho rischiato di morire, eppure ho continuato a lavorare malgrado la chemioterapia. Il buddismo serve a prendere in mano la propria vita. Recitare il mio mantra toglie la guerra dal mio cuore e la pace arriva automaticamente».


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