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Gli 80 anni del maestro Riccardo Muti, la musica come missione

28/07/2021  Il grande direttore d'orchestra, nato a Napoli il 28 luglio 1941, ha annunciato di voler festeggiare il compleanno in famiglia. E' reduce da una tournée in Armenia e dall'Arena di Verona. Domani sarà al Quirinale: in diretta su Rai 1, alle 20.30 per il G20 della cultura, la "Sinfonia dal nuovo mondo di Dvorak". Ripubblichiamo un'ampia intervista realizzata nel 2020

“Adda passa ‘a nuttata”, sospira Riccardo Muti mentre cita Eduardo De Filippo per commentare questa fase in cui, causa Covid, la vita musicale  e culturale si è rallentata. “In realtà”, racconta il maestro, “non mi sono del tutto fermato. Ancora non posso dirigere a Chicago, perché le orchestre americane stanno ferme, però ho diretto al  Ravenna Festival, a Paestum, a Salisburgo tre concerti con i Wiener Philarmoniker e il 3 ottobre ho avuto l’onore di dirigere al Quirinale l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini per le celebrazioni dedicate a Dante Alighieri”. Questi concerti sono raggi di luce nella “nuttata”, ma resta la preoccupazione. “Questo virus”, prosegue Muti, “uccide le persone, l’economia e anche la cultura. Mi fa pensare a una riflessione di Cassiodoro citata dal cardinale Ravasi: una delle più grandi punizioni per l’umanità è restare senza musica”.

Il virus ha ritardato anche l’uscita del libro “Le sette parole di Cristo” in cui Muti dialoga con il filosofo Massimo Cacciari. Pubblicato da Il Mulino, il testo fa parte della collana “Icone: pensare per immagini”. L’immagine ispiratrice è quella di un capolavoro di Masaccio (1401-1428) , la “Crocifissione” esposta nel Museo di Capodimonte, a Napoli. Nel loro dialogo Muti e Cacciari riflettono sul dipinto e sulla composizione di Franz Joseph Haydn (1732-1809) intitolata “Sette ultime parole del nostro Redentore in croce”, che sembra dare un suono a quella immagine.

Maestro, come è nata la sua conoscenza con Cacciari?

“Ho conosciuto Massimo quando ricevetti una laurea honoris causa dalla Università San Raffaele di Milano, dove lui insegna, poi è venuto spesso al Festival di Ravenna. Cacciari è una persona straordinaria, un filosofo che cerca sempre la verità in ogni cosa. La sua è una mente superiore e io ho cercato di mettermi alla sua altezza in un dialogo dove siamo  riusciti a trovare un punto di contatto fra la filosofia, arte dei concetti, e la musica, arte dei suoni. Abbiamo trovato molte consonanze fra il capolavoro di Masaccio e quello di Haydn, espressioni straordinarie di una umanità, creatività e spiritualità con una tendenza irrefrenabile verso l’alto”.

Che cosa la colpisce nel dipinto di Masaccio?

“Le diverse espressioni del dolore che troviamo nei quattro personaggi. La Madre raccolta in un angolo con le mani giunte. Giovanni in un atteggiamento di grande tenerezza. La  Maddalena che sembra irrompere nel dipinto con il suo manto porpora, la chioma dorata le braccia alzate verso il crocifisso. Cristo spogliato della sua divinità, raffigurato come un uomo che soffre. Sono quattro figure unite dalla sofferenza”.

Haydn che suono dà a questa sofferenza?

“L’ immenso capolavoro di Haydn parte con una introduzione musicale, seguono le varie sonate ispirate da una frase di Cristo in croce, infine c’è un terremoto che in due minuti chiude in maniera tempestosa la composizione. Ogni parola di Cristo ispira la fantasia compositiva di Haydn a creare una situazione sonora che non descrive, ma evoca lo stato d’animo di una persona sul punto di morire in maniera così atroce”.

Lei spiega che eseguire questa musica rappresenta una esperienza interiore molto forte.

“Sì, ho eseguito molte volte questa composizione, una volta anche presso la tomba di Haydn. L’ho incisa tre volte con i Wiener Philarmoniker, i Berliner Philarmoniker  e con l’Orchestra della Scala., Spesso ho chiesto a un sacerdote di introdurre brevemente ogni sezione dell’opera di Haydn. L’ho fatto anche con il cardinale Ravasi e con gli arcivescovi di Chicago e Ravenna, ogni volta è stato interessante ascoltare la spiegazione del significato profondo delle parole di Cristo”.

Dialogando con  Cacciari lei dice che esiste un’armonia dell’universo, come la spiega?

“Sì, ho sempre pensato che l’universo abbia un suo suono che noi non possiamo cogliere, non è possibile che l’universo sia completamente muto”.

Chi o che cosa muove il tutto?

“Chiamiamolo Dio, natura, creato, ma immagino questo movimento che genera suoni. E ho sempre pensato che un musicista come Mozart ha potuto scrivere una musica così sublime proprio perché attraversato da questi raggi sonori. L’esistenza di Mozart è una prova dell’esistenza di Dio”.

Lei nel libro lascia in sospeso una domanda: la musica del Paradiso è quella di Mozart?

“Lo penso e ne ho parlato anche con il papa emerito Ratzinger, che sono andato a trovare tempo fa con mia moglie. Nella sua breve vita Mozart ha espresso in musica l’anima dell’uomo in tutti i suoi aspetti  con un livello di bellezza che raggiunge la perfezione assoluta. Lui non ha mai scritto nulla che risulti accademico o di routine, Mozart si è sempre posto al livello del sublime. Come è stato possibile? Non è qualcosa di umano. Pensiamo all’ Ave Verum Corpus, quella musica l’ha scritta una mano guidata da Dio”.

Nella sua formazione contano moltissimo le musiche delle bande che accompagnavano le processioni, che ricordi ha?

“ Sì, da ragazzo a Molfetta seguivo le processioni del Venerdì e del Sabato Santo che partivano dalla chiesa di Santo Stefano, accompagnate dal suono della banda. Erano processioni molto composte e silenziose, con le statue che ondeggiavano seguendo il passo cadenzato di chi le sorreggeva. La musica accompagnava questo incedere con delle marce funebri dal carattere fortemente lirico e appassionato. Quelle marce funebri sono state il mio primo cibo musicale  e ringrazio quelle bande, un patrimonio della cultura popolare che sarebbe un peccato abbandonare o lasciar morire”.

Citando un suo grande collega, Carlos Kleiber, lei dice che certe musiche sono così belle che non andrebbero eseguite. Come è possibile?

“Sì, il mio amico Kleiber diceva che ci sono  musiche talmente sublimi e inarrivabili che è meglio lasciarle sulla carta, lasciando che prendano vita nella nostra mente senza farle passare nell’elemento limitante di uno strumento o dell’interprete, che non può essere perfetto, perché ciò sprecherebbe la bellezza e la purezza della musica. La trovo  una straordinaria intuizione e penso che le Sette ultime parole del nostro Redentore in croce di  Haydn sia una di quelle composizioni che Kleiber avrebbe considerato intoccabili”. 

 

 
 
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