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Heliopolis, la Porta Santa sul Nilo

19/12/2015  Come vive il Giubileo la minoranza cattolica dell'Egitto, composta da 250 mila fedeli di sette diversi riti: copto-cattolico, latino, melchita, siriaco, caldeo, armeno e greco-cattolico. Nostra intervista a monsignor Adel Zaki, vicario apostolico d’Alessandria d’Egitto

Da sinistra: monsignor Adel Zaki, vicario apostolico d’Alessandria d’Egitto, il patriarca copto cattolico Ibrahim Isaac Sedrak e monsignor Bruno Musarò, nunzio apostolico. Foto di Romina Gobbo.
Da sinistra: monsignor Adel Zaki, vicario apostolico d’Alessandria d’Egitto, il patriarca copto cattolico Ibrahim Isaac Sedrak e monsignor Bruno Musarò, nunzio apostolico. Foto di Romina Gobbo.

Il Cairo, Egitto
Nostro servizio


Venerdì 18 dicembre è stato un momento di intensa emozione per i cristiani del Cairo. Monsignor Adel Zaki, vicario apostolico d’Alessandria d’Egitto, monsignor Bruno Musarò, nunzio apostolico, e il patriarca copto cattolico Ibrahim Isaac Sedrak, in unione spirituale con papa Francesco, hanno aperto la Porta Santa della Cattedrale di Heliopolis, dedicata a Nostra Signora di Fatima.

Monsignor Zaki, che significato ha per i cristiani egiziani il Giubileo della misericordia? «Per noi è un grande dono, una grazia particolare. Abbiamo bisogno di fare un cammino di conversione, perché le difficoltà degli anni passati, ci hanno resi un po’ sfiduciati, ci hanno tolto la speranza. Il Giubileo è un invito a ritornare alla Casa del Padre. Aprire la Porta Santa in unione con il Santo Padre, significa riscoprire il volto del Padre misericordioso. Sono cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, un momento importante di influsso dello Spirito, che ha portato la Chiesa ad aprirsi al mondo. Con questa visione, la Chiesa viene ringiovanita. E lo slancio missionario ne è la conseguenza. Noi dobbiamo riflettere la misericordia del buon samaritano. Dobbiamo andare verso il mondo, seguendo le necessità, facendo opere di carità e di misericordia. La Porta Santa non è solo relazione personale con il Padre misericordioso, è anche testimonianza al mondo dell’amore del Padre all’uomo. L’uomo di oggi ha tanto bisogno, di sicurezza, di giustizia e di pace. Per noi, dunque, due sono i significati: la conversione personale e l’invito a rinnovare lo slancio missionario, a mostrare il volto del Padre misericordioso».

Testimoniare con la propria vita è anche un modo per essere più credibili nei confronti delle altre religioni, per voi in Egitto nei confronti della maggioranza musulmana.
«Certo. E poi bisogna dialogare, instaurare relazioni, vivere assieme. La Chiesa cattolica è molto radicata qui, grazie alle sue scuole, alle sue strutture medico-sanitarie e culturali, frequentate da cristiani e musulmani indistintamente. L’importante è cercare sempre di vedere con gli occhi del cuore, non facendo memoria del passato, perché spesso questa memoria è ferita, annerita da ricordi negativi. Invece, serve un cuore aperto, seguendo l’esempio del Padre celeste, che è aperto a tutti. Già Giovanni Paolo II, in occasione del Giubileo del 2000, aveva detto che è necessario purificare la memoria. Anche noi, varcando la Porta Santa, vogliamo fare questa purificazione, chiedendo un cuore misericordioso, rigettando la vendetta. Misericordia, tenerezza, compassione: sono tutti aspetti di un cuore che si è convertito, perché ha incontrato la misericordia del Padre. Spinti da questo spirito, vogliamo essere strumenti di pace».

Come reagisce il cristiano egiziano al terrorismo e agli attentati, che hanno toccato anche il vostro Paese?
 
«Daesh e gli altri gruppi terroristici vogliono mettere paura nei nostri animi. Ma noi dobbiamo essere fiduciosi. Dobbiamo essere la via della speranza, perché forti della grazia del Signore che si è incarnato nella vita».

Come va il dialogo ecumenico?
«In Egitto i cristiani sono il 10%, e la maggioranza appartiene alla Chiesa copta. La comunità cattolica (250.000 persone) è composta da ben sette riti: copto-cattolico, latino, melchita, siriaco, caldeo, armeno e greco-cattolico, ma c’è grande collaborazione tra di noi, ci incontriamo spesso. Tutti facciamo parte dell’Assemblea dei patriarchi e vescovi cattolici, che è testimonianza reale di un’unica Chiesa. Quando l’Assemblea parla, lo fa a nome di tutti».

La Porta Santa della cattedrale di Heliopolis, al Cairo.
La Porta Santa della cattedrale di Heliopolis, al Cairo.


Si sente la secolarizzazione da voi?
«C’è una corrente molto ostile a qualsiasi religione. E’ una corrente che nega Dio, si presenta come autonoma, indipendente, consumista. Il suo messaggio è che si vive meglio senza religione, e si rivolge in particolare al mondo giovanile. Il terrorismo è ad essa funzionale, perché i giovani dicono: “Se in nome di Dio si uccide, allora meglio non averlo un Dio”, e rifiutano la religione. Bisogna che la Chiesa, la società, le autorità chiariscano che cos’è l’Islam, spieghino che non bisogna confonderlo con il terrorismo. D’altra parte, la situazione negativa in cui vivono i nostri giovani, dal punto di vista occupazionale, per cui fanno fatica a vedere un futuro, fa sì che alcuni di loro siano attirati dal fondamentalismo».

Ci sono vocazioni, in Egitto?
«Qui, grazie a Dio, qualche vocazione ancora c’è, sia sacerdoti, che religiosi e religiose. Però dobbiamo fare attenzione, perché la crisi sta arrivando anche da noi».

C’è discriminazione nei confronti dei cristiani?

«Stiamo vivendo tempi migliori che in passato. Per il nuovo Parlamento sono stati eletti 37 cristiani copti; non era mai successo nella storia dell’Egitto (ai tempi del presidente Mubarak, i copti eletti nel parlamento egiziano furono al massimo nove; nel Parlamento del 2012, dominato dai Fratelli Musulmani, i copti erano sette, ndr). Il nuovo presidente ci dà speranza, nutriamo per lui stima e affetto. E’ un uomo che ama il Paese, e assicura di voler trovare una soluzione ai mali della società egiziana. Purtroppo, deve ancora lottare molto contro le correnti tradizionaliste. Il cambiamento avverrà, ma piano piano. Al-Sisi ha preso in mano un Paese moribondo, a livello economico, ma anche politico, culturale… Perciò, non può fare miracoli in breve tempo. Sarà un cammino lungo; richiede tempo e solidarietà».

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