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domenica 19 maggio 2024
 
Dopo tutto
 
Credere

Il dramma dei social? La polizia morale che cova dentro di noi

25/01/2024  «Non dobbiamo aizzare gli ignoranti a “fare giustizia” e non dobbiamo scatenare le “iene da tastiera”» Dalla rubrica di Credere "Dopo tutto" di Monica Mondo

Cos’è la libertà di stampa? Non avere vincoli politici, ideologici, economici nel dare le notizie, nell’informare. Sappiamo bene che, come disse un noto giornalista, l’editore di riferimento incide, perlomeno sul taglio delle notizie, sulla loro rilevanza, sul modo in cui sono titolate. Ma viviamo in un Paese, in un continente dove la libertà di stampa è garantita dalle costituzioni, e dalla pluralità dell’offerta informativa.

È un privilegio, rispetto a mezzo mondo, e dobbiamo esserne consapevoli, prima di gridare all’attentato alla libertà di stampa a ogni piè sospinto (magari plaudendo a Putin o Hamas). Però ci sono limiti imposti dalla legge e dalla coscienza di chi informa nel porgere le notizie. Condizionamenti etici, chiamiamoli così. Nessuna censura, o autocensura, nessun moralismo: se è vero il detto che ne uccide più la lingua che la spada, sparare notizie che poi si rivelano false o parzialmente false può distruggere la vita, la reputazione di una persona. Tocca ripeterlo, che i giornalisti hanno una responsabilità, che necessita di prudenza e un orizzonte largo per valutare i fatti. Non basta avere una soffiata, prima di processi sommari in cui sulla carta o in tv si danno patenti di colpevolezza o innocenza. A volte bisogna saper attendere, e magari privarsi di uno scoop, pur di non far del male. I social sono assimilabili alla stampa? Anche se non fanno sempre informazione, sì.

E dovrebbero essere ancor più stringenti le regole di un loro uso paziente e assennato. Non tanto per personaggi noti, e quindi pubblici, ma soprattutto per sconosciuti, che non hanno la possibilità di difendersi con avvocati o milioni di follower. Per parlar chiaro: puoi anche attaccare un politico o una nota in­fluencer. Ma la signora della porta accanto? Si dirà, ha cercato di promuovere la sua pizzeria inventando un post discriminatorio, per potersi mostrare paladina dell’inclusione. Forse sì, ed è sbagliato: peccato, ma veniale. Invece una donna è morta, suicida.

Chi l’ha messa alla berlina ha svolto il suo mestiere di giornalista, cercando la verità a tutti i costi, o ha cercato a sua volta di promuovere la propria immagine? Non possiamo usare i social o i giornali, la tv, per fare giustizia. E non dobbiamo aizzare ignoranti a esaltare la nostra idea di giustizia. Bisogna farsi scrupoli, dosare la cattiveria, se proprio non se ne può fare a meno. Ricordo che esiste l’ironia, al suo posto, che si tratti di giudicare un ballerino scarso o di anticipare la magistratura per indicare i colpevoli, dimenticando il necessario “presunti”.

Tuttavia dobbiamo essere chiari: istigare al suicidio è ben altra cosa. Infame anche qui attribuire colpe. Il problema, come si diceva un tempo, è a monte. Perché dovrebbe essere notizia di rilievo nazionale un post sui social che prenda le difese di disabili e gay? Dovrebbe essere tanto normale da diventare una non notizia, anche per non scatenare le iene da tastiera (basta usare il termine leone, i leoni sono animali nobili, sono le iene a cibarsi delle carogne). Il politically correct ci sta uccidendo. Dà licenza alla polizia morale che cova dentro di noi, e ciascuno la usa per i suoi scopi.

 
 
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