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Il generale contro il poeta dissidente

27/05/2014  Al Sisi contro Hamdeen Sabahi, due figure agli antipodi per il nuovo Egitto.

Manifesti a favore di Hamdeen Sabahi al Cairo (foto G. Mastromatteo).
Manifesti a favore di Hamdeen Sabahi al Cairo (foto G. Mastromatteo).


Sabahi contro Sisi, nel segno di Nasser. Da una parte il “nasseriano” civile, fondatore del partito al Karama. Dall’altra il generale, nemico giurato dei Fratelli Musulmani, che del “libero ufficiale” Gamal mira ad essere emulo. La sensazione è che la tornata elettorale equivarrà ad un referendum sulla sua persona.

 

Ma chi è Abdel Fattah Al Sisi? Sessant’anni ancora da compiere, addestrato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ufficiale modello ma poco appariscente. Pochissime parole in pubblico, anche durante la campagna elettorale. Molti fatti. A cominciare dalla repressione della Fratellanza Musulmana, messa al bando e decimata dagli arresti, dopo l’oceanica manifestazione del 30 giugno 2013 e la successiva rimozione del presidente eletto un anno prima, Mohamed Morsi.

Rampollo di una nuova e ambiziosa generazione di ufficiali, che nel giro di pochi anni ha decapitato i padri, i Mubarak e i Tantawi, l’incarico più rilevante lo assume dopo il 2008, quando gli viene affidata la guida dell’Intelligence militare egiziana. Dopo la caduta di Mubarak entra a far parte dello Scaf, il Consiglio supremo delle Forze armate. E’ il più giovane tra i suoi membri. E non è certo amato dalla piazza. Nel marzo del 2011, appena due mesi dopo la rivoluzione anti-Mubarak, ammette pubblicamente l’infamia dei test sulla verginità, cui i militari sottopongono alcune manifestanti arrestate.

Ma la popolarità, nel bene e nel male, la deve proprio a Morsi e ai suoi Ikhwan, i Fratelli musulmani. Il 12 agosto del 2012, appena due mesi dopo essere diventato presidente, Morsi lo nomina nuovo vertice delle Forze armate e ministro della Difesa del governo di Hisham Qandil. Una decisione che, unita alla nota devozione di Sisi all’Islam, alimenta ogni sorta di leggenda. Sisi l’ikhwan si trasforma in eroe nazionale in meno di un anno. Il 3 luglio 2013 rimuove Morsi dalla presidenza. Ad agosto ordina lo sgombero dei due sit-in pro Morsi a Nahda e Rabaa al Adaweia. Al suolo restano quasi mille morti.

 

Di tutt’altro genere il curriculum vitae di Hamdeen Sabahi. Giornalista, poeta e scrittore, ma soprattutto politico di lungo corso. Fonda il partito al Karama (della dignità) nel 1993. La sua prospettiva è quella di Gamal Abd El Nasser: panarabismo e socialismo. Dapprima è oppositore di Anwar Sadat, poi di Hosny Mubarak. Negli anni colleziona una ventina di arresti. Il 25 gennaio del 2011 sposa la protesta di piazza Tahrir e ne diventa uno dei leader politici. Un anno dopo si presenta alle elezioni presidenziali. Relegato, alla vigilia, al ruolo di outsider, raccoglie invece un risultato insperato, giungendo, con il 21,5 per cento delle preferenze, a soli 700 mila voti dal ballottaggio. Al secondo turno Sabahi decide di appoggiare Mohamed Morsi, per scongiurare una vittoria del vecchio regime, incarnato dal feldmaresciallo Ahmed Shafiq. La decisione gli costerà cara, in termini di consensi, soprattutto all’interno della comunità dei copti.

A cambiare idea ci mette poco. Nell’autunno del 2012 costituisce il Fronte di salvezza nazionale, un organismo che riunisce la gran parte delle opposizioni liberali e democratiche al presidente islamico. Ma la sua azione è fiacca e viene ben presto scavalcato dal movimento dei Tamarod (i ribelli) i quali organizzano la manifestazione che porterà materialmente alla cacciata di Morsi. Il Fronte, di fatto, cessa di esistere dopo la roboante uscita di scena di Mohamed El Baradei, dimessosi in polemica con i massacri di Nahda e Raba Al Adaweya. L’ex candidato Amr Moussa decide di appoggiare la candidatura di Sisi. Sabahi si ricandida, unico contendente del “faraone” nella corsa al trono più scomodo d’Egitto.

 

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