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mercoledì 15 luglio 2020
 
L'analisi
 

Il gioco pericoloso di Trump che non ha nulla da perdere e si gioca tutto

04/06/2020  La questione razziale, mai risolta e che ha visto episodi di violenza anche sotto Barack Obama, sembra aver messo sotto scacco il presidente. Che ora gioca la carta del pugno di ferro perché sa che c’è un'America, quella della maggioranza silenziosa, che forse è ancora pronta a seguirlo e riconfermarlo a novembre alla Casa Bianca

Tutti contro Donald Trump. I manifestanti, bianchi e neri, che scendono in piazza dopo che i poliziotti di Minneapolis hanno ucciso George Floyd in quel modo brutale. Parte delle forze dell’ordine sull’esempio del capo della polizia di Dallas, che ha intimato al Presidente di tacere. I generali del Pentagono, che rifiutano l’idea di mandare i soldati a soffocare le proteste. L’ex presidente George W. Bush che, pur senza citare Trump, ha detto che “chi si propone di mettere a tacere quelle voci (quelle di chi protesta, n.d.A.) non conoscono il significato dell’America”. E poi i social network come Twitter (che appiccica l’etichetta “fuorviante” ai tweet del Presidente), i grandi giornali come il New York Times (in cui mezza redazione si è sollevata per la pubblicazione dell’articolo pro-Trump di un senatore repubblicano), i dirigenti di Facebook, gli attori di Hollywood, parte delle gerarchie religiose di tutte le confessioni.

Un pessimo presagio per The Donald, visto che il 3 novembre si vota per la Casa Bianca. Eppure… Anche nel 2016 tutti erano contro Trump. Allora, poi, sembrava una mostruosità il solo fatto che lui fosse riuscito a candidarsi. Non c’era “esperto” o “analista” che non lo desse perdente contro Hillary Clinton. Facciamoci venire un dubbio: non è che la storia sta per ripetersi?

Un passo indietro. Alla fine di gennaio, Trump sembrava avviato verso una agevole rielezione. L’economia Usa tirava come un trattore, la Cina era tenuta a bada con la guerra dei dazi, la Russia era impantanata in Siria, l’Europa intimidita, e il rivale democratico Biden aveva problemi a regolare la concorrenza interna ai democratici portata da Bernie Sanders, altro che sconfiggere Trump. Poi sono successe due cose. La più importante, ovviamente, è l’arrivo del coronavirus, che ha messo in mostra le magagne del sistema sanitario americano (e Trump, tra l’altro, si era molto battuto, anche se invano, per far abrogare le riforme di Obama), ha spinto il Presidente a fare una lunga e goffa serie di dichiarazioni a dir poco avventate e ha trascinato nella disoccupazione 40 milioni di americani. La seconda è la discesa in campo del vero segretario politico del Partito democratico, ovvero Barack Obama. Lavorando dietro le quinte, e sopperendo all’inconsistenza di Joe Biden, l’ex Presidente ha fatto il deserto intorno a Sanders, ha convogliato i suoi voti verso Biden in modo da farne il candidato unico dei democratici e ha ricompattato un partito che, fino a quel momento, non aveva né capo né coda.

La questione razziale, mai risolta neppure da Barack Obama, ora si è incancrenita

Poi, purtroppo per George Floyd e per gli americani, sono arrivati i quattro poliziotti di Minneapolis a dare una mano a Trump. È chiaro, infatti, che il Presidente sta cercando con cinismo di usare questa crisi per accreditarsi come l’uomo forte, capace di garantire legge e ordine e di reggere il Paese nelle difficoltà. E lo fa non solo con cinismo ma anche con più lucidità di quanto si tenda a credere. La popolazione degli Usa è fatta per il 72,4% di bianchi e per il 12,6% di neri. Lo spettacolo delle proteste, degli scontri e dei saccheggi da parte di manifestanti in gran parte neri non può che indignare, qualunque sia la causa, una parte importante dell’elettorato bianco. In primo luogo, i ceti benestanti delle grandi città e la piccola borghesia e i lavoratori dell’immensa provincia americana. Ovvero, i cittadini che hanno eletto Trump nel 2016.

Certo, noi sappiamo che sullo sfondo resiste una questione di integrazione razziale mai risolta, anzi incancrenita. Che per ogni detenuto bianco, nelle prigioni americane ci sono cinque detenuti neri. Che il Covid-19 ha mietuto vittime soprattutto nei quartieri popolosi delle minoranze, tra coloro che non possono permettersi le costose assicurazioni sanitarie. Guardiamo i telegiornali e tendiamo a credere che questo sdegno sia sentito a livello collettivo, di società. Ma non è così. Le ultime parole di George Floyd, assassinato a Minneapolis perché aveva tentato di fare acquisti con una banconota falsa da 20 dollari (pari a 17,8 euro), sono state “I can’t breathe!”, non riesco a respirare. Ma queste stesse erano state le ultime parole anche di Eric Garner, morto allo stesso modo a New York nel 2014. L’era di Barack Obama era stata punteggiata da episodi di violenza poliziesca ai danni dei neri: a New York, come detto, ma anche a Ferguson (Missouri) dove, due mesi dopo Garner, fu ucciso un diciottenne nero disarmato; a Baton Rouge (Louisiana), quando la polizia uccise due neri; e a Dallas (Texas), due giorni dopo, dove un reduce dell’esercito, proprio per vendicare i morti di Baton Rouge, uccise cinque poliziotti. E neppure il primo Presidente nero degli Usa, più che sensibile al tema del razzismo, era riuscito a fare qualcosa in proposito.

Per questo, ora, Trump gioca la carta del pugno di ferro. Sa che c’è un’America, quella della maggioranza silenziosa, che forse è ancora pronta a seguirlo. Non siamo più nel 2016 ma Trump, purtroppo, non ha nulla da perdere. Tranne la Casa Bianca.

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