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Il Mulino di Gragnano: «Noi, ragazzi con le mani in pasta»

26/10/2017  Nelle terre di paccheri e scialatielli Igp, sei giovani si sono inventati un lavoro grazie al microcredito messo a disposizione dai parrocchiani

La mattina cuffia bianca e camice, il pomeriggio cravatta e valigetta. Imprenditori e fattorini, pastai e agenti del marketing: i ragazzi di Gragnano hanno deciso di «mettere le mani in pasta» come ama dire Francesca Scarfato, la sorella maggiore di questo gruppo di under 30 che ha realizzato un piccolo miracolo. Il mulino di Gragnano, pastificio artigianale di eccellenza, nasce dal sogno di chi decide di restare radicato nella terra dove è nato e portare avanti la tradizione degli avi. «Mio nonno lo chiamavano ’o ’mpastatore» dice Francesca, e come lei anche gli altri vantano eccellente discendenza Igp: «Nelle nostre vene scorre sangue con semola e acqua della nostra Valle dei mulini».

CREDITO E FIDUCIA

Il sogno però da solo non basta. Occorrono quei 100 mila euro che i genitori non hanno e né le banche né gli imprenditori della zona sono disposti a rischiare. E così i giovani si rivolgono alla famiglia più grande in cui sono cresciuti, quella parrocchia di cui hanno le chiavi, dove la domenica ci si ritrova a Messa per fare un’omelia dialogata o, durante la settimana, alla fine di un incontro nel salone parrocchiale intorno al forno delle pizze.

Francesca, Luigi, Raffaele, Alfredo, Cristian, Agostino alla fine della Messa di mezzogiorno di una domenica di ottobre del 2014 salgono sull’altare e, insieme a don Luigi Milano, il parroco, ci mettono la faccia: «Vorremmo realizzare questo progetto. Non abbiamo tutti i soldi necessari. C’è qualcuno disposto a farci un prestito?». Dai 20 euro di un animatore, ai 5 mila di una famiglia, ai mille di un cassintegrato, al contributo di altri quattro presbiteri della diocesi… In duecento rispondono, la cifra si raggiunge, l’impresa parte. Il consiglio degli affari economici riceve il prestito e lo passa alla società srl Il mulino di Gragnano. Il parroco e l’allora viceparroco, don Alessandro Colasanto, responsabile diocesano del Progetto Policoro, si assumono la responsabilità, in caso di fallimento, di detrarre 500 euro al mese ciascuno dai 1.200 euro del proprio stipendio e restituire ai creditori. Nessun interesse viene richiesto, così come nessuna scrittura privata sancisce il patto: «Siamo in una vera famiglia».

PARROCCHIA LABORATORIO

  

Dedicata a san Leone II, papa che regnò solo un anno (682-683) e lasciò comunque un segno per il suo impegno nella carità, la parrocchia che accorpa sei chiese sul territorio conta circa 10 mila persone. Don Luigi è qui da 20 anni. Quando è arrivato – «ero la quarta scelta, nessuno voleva venire» – l’edificio era sorretto dalle impalcature. Servivano soldi per le riparazioni e anche in quel caso partì un prestito popolare. Ma di fronte a una parrocchiana che aveva bisogno di 20 milioni per una difficile operazione da fare all’estero «privilegiammo la chiesa di carne a quella di pietra». E i lavori aspettarono. Nel frattempo la comunità conobbe il metodo pastorale del nuovo parroco – formazione gesuitica, licenza in catechetica dai salesiani – che richiama l’eco delle periferie latinoamericane, ispirato a Paulo Freire, il pedagogista che diceva «nessuno educa nessuno, ci si educa insieme». «Noi aggiungiamo “alla scuola di Gesù”», dice don Luigi, che ha voluto la sua parrocchia come un laboratorio continuo dove la comunità fosse la vera protagonista.

Lo testimoniano il magazzino degli attrezzi del gruppo logistica, le poltrone e i tavoli sparsi, pennarelli e materiali vari che si affastellano nei locali della parrocchia, mentre lo striscione con il tema dell’anno – Rischiare nell’oscurità, preso a prestito da una frase di Carlo Maria Martini – è in bella mostra poco lontano da una tela di Luca Giordano. «Qualcuno mi dice che dovrei occuparmi delle anime, perché secondo una vecchia mentalità la catechesi non c’entra con la carità né questa con la liturgia». È la stessa accusa che fanno al Papa, in fondo. «Sì, per la prima volta mi dico papista. Perché, come ribadisce sempre Francesco, con il principio dell’Incarnazione dobbiamo interessarci di un’eternità che inizia su questa terra. Ogni volta che ci impegniamo per un valore umano stiamo annunciando il Vangelo». Essersi dati da fare per valorizzare la «dignità dei giovani che volevano lavorare è stato annunciare la buona notizia con dei fatti», dice don Luigi, che non ama una pastorale giovanile fatta di emozioni, folklore o spiritualismo: «Quella autentica si interessa di tutti gli aspetti della vita dei giovani, e quindi anche del lavoro». Dalla periferia di Gragnano ritorna l’annuncio caro al Papa: «I poveri ti spingono a osare, il cambiamento parte da loro». Da qui il pastificio e una serie di altre realizzazioni, come la collaborazione con l’associazione A braccia aperte, che si interessa di bambini autistici.

PRODOTTI DI SUCCESSO

Oggi la sfida – dicono i giovani imprenditori che in questi due anni si sono ritagliati ciascuno il proprio ruolo nell’azienda a partire dagli studi fatti e grazie a periodi di formazione ad hoc – è ampliare la commercializzazione del prodotto e cominciare anche a ricavarci uno stipendio. I paccheri, gli scialatielli, la calamarata e gli altri formati di pasta lavorata con trafilatura al bronzo e la lenta essiccazione, hanno conquistato anche il palato di chef famosi, come Vissani. Alcuni si sono fatti compagni di strada e hanno regalato una ricetta, «con ingredienti facilmente reperibili», che viene stampata dietro l’elegante confezione dai colori rosso pompeiano e giallo limone di Sorrento. Sono così nati i fusilloni al ragù di coniglio, pinoli e pecorino o i mezzi paccheri con vongole e zucca al profumo del limone.

Nel capannone di un’ex tipografia, ristrutturato dagli stessi ragazzi guidati da muratori esperti, il sogno è quello di ampliare il mercato, raggiungendo il palato di chi è disposto a spendere qualche euro in più per assaporare una pasta delicata e consistente, ottima anche «soltanto con il pomodorino fresco, chiaramente quello del Piennolo del Vesuvio».

La prima sfida è però già stata vinta: «Quando sono arrivati i soldi siamo rimasti a bocca aperta», dice Agostino Alfano, «la gente ha dimostrato che aveva fiducia in noi». E questo ha messo le ali alla volontà e la forza nella braccia.

Foto di Roberto Salomone

SETTIMANA SOCIALE. A CAGLIARI SI PARLA DI LAVORO

  

«Via via che i problemi del Paese si fanno  più complessi, la Chiesa italiana deve sviluppare  e arricchire i suoi strumenti di conoscenza, di riflessione, di elaborazione culturale, per approfondire la consapevolezza delle questioni sul tappeto e per dare più forte contributo alla cultura sociale del Paese»: partendo da questa consapevolezza, nel 1988 i vescovi italiani decisero di ripristinare le Settimane sociali, nate nel 1907 per iniziativa di Giuseppe Toniolo e sospese nel 1970. Con la pubblicazione della nota pastorale Ripristino e rinnovamento delle Settimane sociali dei cattolici italiani (1988) se ne riprese la celebrazione, e la prima edizioni rinnovata fu nel 1991 a Roma su I cattolici italiani e la nuova giovinezza dell’Europa. L’ultima, a Torino, nel 2013 si è focalizzata su La famiglia, speranza e futuro per la società italiana.

Quella che si celebra al Centro dei congressi di Cagliari, dal 26 al 29 ottobre, è la 48ª Settimana sociale, ha come tema Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo, solidale ed è articolata secondo quattro registri comunicativi: denuncia, ascolto, raccolta delle buone pratiche, proposte.

Il programma chiama a confronto i principali protagonisti della vita sociale, ecclesiale e politica italiana. Previsti gli interventi del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei; del cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale; del presidente del Consiglio dei ministri, Paolo Gentiloni, e di Giuliano Poletti, ministro del Lavoro  e delle politiche sociali. Nel corso delle giornate ci sarà spazio per le testimonianze di lavoratori e per diversi momenti di confronto a cui prenderanno parte esponenti del mondo dell’associazionismo cattolico, di docenti universitari, sindacalisti e imprenditori.

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Considerare il lavoratore «una riga di costo del bilancio» è mortificarne la dignità
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