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domenica 17 ottobre 2021
 
Devozione
 

A Pompei il Rosario per invocare la fine della pandemia

28/05/2021  Domenica 30 maggio la penultima tappa della maratona di preghiera per la fine della pandemia, voluta da papa Francesco. L'arcivescovo Caputo: «Emerge la forza della preghiera comunitaria, che ci rende fratelli: da Sydney a Efeso, da Cuba a Nagasaki, dal Myanmar al Messico, da Washington ad Algeri, da Fatima a Loreto e Pompei»

Sarà il Santuario di Pompei a guidare, domenica 30 maggio, la preghiera per la fine della pandemia, voluta da Papa Francesco. Il Tempio mariano, fondato alla fine dell’Ottocento dal Beato Bartolo Longo, è infatti tra i trenta santuari di tutto il mondo che hanno accolto l’invito del Pontefice di dedicare il mese di maggio ad una ‘maratona’ di preghiera, per chiedere la fine della pandemia e pregare per la ripresa delle attività sociali e lavorative. L’evento, la cui organizzazione è stata affidata al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, ha il suo filo conduttore nelle parole degli Atti degli Apostoli: «Da tutta la Chiesa saliva incessantemente la preghiera a Dio». A Pompei, insieme all’Arcivescovo, Monsignor Tommaso Caputo, si pregherà per la Chiesa.

Monsignor Caputo, Pompei è la penultima tappa della Maratona di preghiera voluta dal Papa che chiuderà il giorno dopo ai Giardini Vaticani. Come valuta questo mese?

“È stato un mese di preghiera intensa. Maggio lo è sempre, soprattutto a Pompei, dove sono tante le tradizioni vissute con grande partecipazione di fedeli. Quest’anno, poi, la Maratona del Rosario, voluta da Papa Francesco, ha reso questo tempo ancora più speciale. Potremmo dire che la preghiera mariana è stata posta nuovamente al centro della storia dell’uomo perché la nostra invocazione a Dio riguarda il superamento della pandemia, che ha seminato paura e dolore nel mondo. Recitare il Rosario non è una pia pratica lontana dalla vita concreta, anzi è pienamente inserita nella storia e nel tempo. C’è poi un altro aspetto che va messo in rilievo. La preghiera è stata recitata in trenta Santuari, centri mondiali della fede. Insomma, come fratelli, ci ritroviamo, seppur a distanza di migliaia di chilometri, uno accanto all’altro a pregare per un’unica intenzione. Emerge la forza della preghiera comunitaria, che ci rende fratelli: da Sydney a Efeso, da Cuba a Nagasaki, dal Myanmar al Messico, da Washington ad Algeri, da Fatima a Loreto e Pompei. È anche questo un segno di speranza: si vede la luce in fondo alla notte ed è sempre più forte”.

Tra le indicazioni delle intenzioni di Preghiera al Santuario di Pompei c'è la Chiesa. Ci può illustrare meglio il senso di questa preghiera?

“Questo è stato, ed è ancora, pur in modo meno grave, il tempo della prova. Lo è stato anche per la Chiesa: per i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i fedeli laici. Tutti noi. E nel tempo della prova, è emersa la fede autentica di tanti. Penso ai sacerdoti e a tutti coloro che hanno continuato a portare avanti la propria attività, anche a rischio della vita. Nel primo anno di pandemia, nella sola Italia, sono stati 269 i sacerdoti, ammalatisi di Covid-19, che il Signore ha chiamato a sé. Assieme al carissimo Vescovo di Caserta, Mons. Giovanni D’Alise, che ci ha lasciati il 4 ottobre.

Viene da pensare all’oro che viene fuori dal fango. Quelle pepite d’oro rappresentano la fede, mentre il fango sono i pericoli che affrontiamo nell’esistenza, anche la pandemia. È per questo che la preghiera per la Chiesa non solo è finalizzata a chiedere al Padre, per intercessione della Vergine Maria, la ripresa delle attività ordinarie delle diocesi e delle parrocchie, ma è anche preghiera di riconoscenza a Dio per averci donato questi fratelli e queste sorelle che hanno dato testimonianza della propria fede. Hanno vissuto tra noi senza mai dimenticare di guardare il Cielo, che ora abitano”.

Pompei, insieme a Loreto, è la tappa italiana, il Paese non ha vissuto momenti facili ma alcune categorie come quelle degli operatori sanitari si sono impegnati in prima linea per il prossimo, rischiando in prima persona. Quanto è importante ricordare chi si è speso per superare questa pandemia?

“È essenziale. In questi mesi abbiamo letto storie di uomini e donne speciali. C’è chi, pur pensionato, è tornato a lavorare per salvare la vita altrui e ha perso la propria. C’è chi, pur avendo patologie tali da essere considerato soggetto a rischio, non si è tirato indietro e ha continuato a curare gli ammalati. C’è chi ha accettato la sofferenza interiore di non rivedere i familiari per qualche mese, pur di continuare a combattere il Covid in prima linea, senza mettere in pericolo i propri cari. Sono solo tre esempi, ma ogni medico, infermiere, operatore sanitario ha una storia personale e unica. Sono stati atti di ordinario eroismo che, in una prospettiva cristiana, appaiono fortemente radicati nel Vangelo. Queste persone non si sono voltate dall’altra parte, non hanno ceduto alla cultura dell’indifferenza e dello scarto. Non solo in Italia, ma anche nel mondo intero, soprattutto in quei Paesi dove manca tutto: macchine per sostenere la respirazione, ossigeno, antinfiammatori, antibiotici. Tendiamo, però, a dimenticare facilmente. È questo l’errore da non commettere. Bisogna pregare e ricordare tutti quelli che si sono spesi per superare la pandemia, perché diventino simbolo perenne di chi si commuove per la sofferenza altrui, la condivide, cerca di alleviarla. Rappresentano quella parte di comunità umana nella quale, nonostante tutto, il bene resiste, anche se fa meno notizia del male. E anche questo è fonte di speranza”.

 
 
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