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martedì 21 settembre 2021
 
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La regione del Kivu tra guerre, violenze e povertà

22/02/2021  Luca Attanasio, il nostro diplomatico, è finito vittima dell’assalto di un commando per ragioni tutte da chiarire sulla strada che porta al cuore dei Virunga. Il parco naturale dove vivono gli ultimi gorilla di montagna, ma dove si rifugiano anche alcuni dei gruppi armati che insanguinano da molto tempo le regioni orientali del Paese africano. La causa di tutto? Le sue immense ricchezze naturali

Luca Attanasio (il secondo da destra) il giorno della partenza da Bukavu, sabato 19 febbraio.
Luca Attanasio (il secondo da destra) il giorno della partenza da Bukavu, sabato 19 febbraio.

Il nostro ambasciatore, Luca Attanasio, stava viaggiando lungo una “strada maledetta”, specie per noi italiani: è lungo quella pista, solo un po’ più a nord, che furono massacrati i sei volontari di Mondo Giusto, nell’ormai lontano 1995. La strada che dalla città di Goma, adagiata sulle sponde nord del lago Kivu, sale su, dentro il Parco dei Virunga, dove vivono gli ultimi esemplari dei gorilla di montagna, e prosegue poi verso le città di Butembo e Beni, oppure, verso ovest, in direzione di Kisangani, la città di “Cuore di tenebra”, il romanzo di Konrad.

Siamo nell’estremo est della Repubblica Democratica del Congo, quello che fu il Paese di Mobutu, poi dei Kabila padre e figlio, e ora di Felix Tshisekedi, l’attuale presidente.

Ma Kinshasa, la capitale, dove sta il presidente e il potere politico, è a 2.500 chilometri da Goma e dai vulcani dei Virunga. L’ambasciatore Attanasio era in missione. Due giorni fa, sabato, aveva passato il pomeriggio e la cena con un gruppo di italiani che vivono a Bukavu, la città congolese affacciata anch’essa sul lago Kivu, ma sul lato sud. Domenica mattina si era spostato a Goma, e l’aveva fatto seguendo il percorso più sicuro, ossia con il battello che attraversa il lago. Da Goma in poi, per andare a nord verso la cittadina di Rutshuru, l’unico mezzo utilizzabile è la macchina.

Un gruppo di ribelli nel Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo).
Un gruppo di ribelli nel Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo).

Nei prossimi giorni probabilmente emergeranno tanti particolari per capire le ragioni di un attentato – nel quale hanno perso la vita anche il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Milambo – che in questa zona è senza precedenti: non era mai accaduto che venisse assaltato il convoglio di un diplomatico straniero. Il commando aveva avuto una “soffiata” sul percorso dell’ambasciatore? Doveva essere un tentativo di sequestro ed è finito male? Era un attacco mirato proprio al nostro rappresentante diplomatico? Forse si capirà esattamente cos’è accaduto e perché.

Quello che per adesso è noto è che Luca Attanasio, nel corso di questo tour nel Congo orientale, era andato a parlare di sviluppare progetti sociali a favore della popolazione, aveva incontrato missionari e rappresentanti di organizzazioni non governative, stava andando a presenziare a una distribuzione di beni di prima necessità del Programma Alimentare mondiale, l’agenzia delle Nazioni Unite. Stava facendo quello che aveva fatto molte altre volte, nei quattro anni di sua presenza in Repubblica Democratica del Congo.

Paese sterminato (uno dei più grandi d’Africa), sfacciatamente ricco di risorse naturali, dannatamente povero nelle condizioni di vita dei suoi abitanti, orribilmente oltraggiato dalla guerra, dalle bande armate, dalla violenza quotidiana.

Militari congolesi nel Nord Kivu.
Militari congolesi nel Nord Kivu.

Questa parte del Congo – la fascia orientale, che comprende le regioni del Katanga, del Sud e Nord Kivu e, a settentrione, dell’Ituri – è quella che primeggia in tutto: nelle ricchezze naturali, nella povertà, nelle violenze che qui vengono perpetrate da decenni. Dalle regioni orientali, nel lontano 1964, partì la famosa Rivolta dei Simba, come pure la più violenta insurrezione popolare contro il dittatore Mobutu Sese Seko, nel 1991. E sempre qui si riversarono i 2 milioni e mezzo di ruandesi di etnia hutu che scappavano dopo il genocidio in Ruanda, quando il Fronte Patriottico Ruandese, a maggioranza tutsi, stava liberando il Paese dai responsabili della caccia all’uomo che provocò un milione di vittime in soli 100 giorni. Una parte di quei ruandesi – si stima che all’epoca fossero circa 300 mila – non rientrò mai in Ruanda. Una grossa parte fu sterminata dall’esercito del nuovo governo ruandese, all’inizio della guerra civile congolese nel 1996-97. I ruandesi sostenevano il movimento ribelle di Laurent Desiré Kabila, ne accompagnarono l’avanzata fino alla caduta di Mobutu, nel maggio 1997, ma in cambio ebbero anche mano libera nell’eliminare quella che consideravano una grave minaccia: gli ex militari dell’esercito genocidario ruandese e i famigerati miliziani denominati Interahamwe, fra i principali responsabili dei massacri.

Fatti, questi, che vanno ricordati a proposito dell’attentato al nostro ambasciatore, perché dalle prime testimonianze pare che i membri del commando si parlassero fra loro in kinyaruanda, la lingua ruandese, e si rivolgessero alle persone del convoglio in swahili, lingua comunemente parlata nelle regioni del Kivu.

I sopravvissuti militari e miliziani ruandesi di quegli anni sono ancora attivi. In questi decenni sono stati, sotto diverse sigle, uno degli elementi di instabilità costante nelle regioni del Sud, ma soprattutto del Nord Kivu, e le foreste della zona dei Virunga sono state spesso il luogo di rifugio dove nascondersi.

Va ricordato che dopo la prima guerra congolese ne venne una seconda, e anche questa mosse i primi passi dalle regioni orientali. Fu quella denominata come la “Prima guerra mondiale africana”, perché vi erano coinvolti soldati di sette diversi Paesi e il Congo, per quasi cinque anni, fu di fatto diviso in quattro parti, controllate da altrettante fazioni.

L'ambasciatore Luca Attanasio insieme ad alcuni bambini congolesi.
L'ambasciatore Luca Attanasio insieme ad alcuni bambini congolesi.

Violenze su violenze, guerre su guerre, quindi, senza soluzione di continuità, dal 1994 fino a oggi. Il perché lo ha spiegato più e più volte, e con molta chiarezza, il premio Nobel per la Pace Denis Mukwuege, il ginecologo specializzato (suo malgrado) negli interventi di ricostruzione e riabilitazione post violenza sessuale (questa è la regione al mondo con il maggior numero di stupri – spesso caratterizzati da violenza estrema – in rapporto al numero di abitanti): il medico, che opera nell'ospedale di Panzi a pochi chilometri da Bukavu, ha denunciato ripetutamente il fatto che la costante violenza delle bande armate e il conflitto a bassa tensione che vive la popolazione da tanto tempo sono funzionali e direttamente collegati all’economia di rapina che vige nelle aree delle miniere di coltan, oro, diamanti, cobalto e delle altre ingenti ricchezze minerarie di questa fascia di territorio congolese. Insomma, interessi economici ingentissimi e assai lucrosi mantengono queste regioni nell’instabilità e nel clima di violenza.

Luca Attanasio e la moglie, Zakia Seddiki.
Luca Attanasio e la moglie, Zakia Seddiki.

Chi scrive quella strada l’ha percorsa più volte. In un solo viaggio c’è stata l’occasione di andare su, nei Virunga, nel cuore del parco. Era il 2003, la guerra civile congolese era finita da poco. I ranger del Parco ma anche l’intero Nord Kivu speravano che iniziasse una nuova epoca, finalmente di pace. La missione, voluta dal Wwf e dalla Ong Coopi e realizzata insieme ad altri giornalisti italiani, aveva l’obiettivo di andare, dopo 5 anni, a vedere, filmare e fotografare una delle famiglie di gorilla di montagna. Ma nemmeno allora quella pista, ovviamente, era sicura, perlomeno secondo i criteri occidentali di sicurezza. Fummo accompagnati da almeno una ventina di militari congolesi, come scorta.

Allora, la guerra era finita da pochi mesi. Oggi, 18 anni dopo, lungo quel nastro d’asfalto hanno trovato la morte tre persone, fra cui l’ambasciatore Luca Attanasio. Che, ricordiamolo, ha una moglie e tre bambine piccole. Tutti e due, Luca e la consorte Zakia Seddiki, erano particolarmente impegnati a favore dei bambini di strada. Dei tanti bambini di strada che ci sono in Congo, a Kinshasa come anche a Bukavu e Goma. Frutto anch’essi di quella povertà e quella violenza che probabilmente è all’origine dell’attentato di oggi.

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