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martedì 23 luglio 2024
 
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La testimonianza dell'inviata del Tg1 dal fronte, che ha scritto un libro su un anno di guerra

24/02/2023  Stefania Battistini è alla sua ottava missione in Ucraina. E' autrice di "Una guerra ingiusta" (Piemme). "Credo molto nel mio ruolo di testimone, quando devo rientrare mi sento in colpa per dover abbandonare il popolo ucraino"

Stefania Battistini è l’inviata del Tg1 in Ucraina dai giorni immediatamente prima lo scoppio della guerra. Da allora ha fatto otto missioni, documentando il fronte della guerra, e le sofferenze del popolo ucraino, L’abbiamo raggiunta telefonicamente a Druzhilovka. Si trova in Ucraina da un mese e a giorni rientrerà in Italia, a Milano dove vive. Sul suo profilo instagram documenta le sue missioni con una serie di ritratti delle gente comune: donne, vecchi, bambini. Un diario di guerra che ha colpito un editor delle edizioni Piemme, Anna Spinelli, che l’ha contattata per chiederle un libro rivolto ai ragazzi che raccontasse cronologicamente questo anno di guerra.

«Dapprima ero un po’ timorosa», confessa Stefania Battistini, «non ho mai scritto per ragazzi e non ho neppure figli. Ma l’editor mi ha aiutato a usare il giusto linguaggio senza dare nulla per scontato e spiegando anche gli antefatti che hanno portato Putin a invadere il Paese». È nato così Una guerra ingiusta – Racconti e immagini dell’Ucraina sotto le bombe, una sorta di diario corredato appunto dalle sue fotografie. Un libro che se primariamente è rivolto ai ragazzi rappresenta una ricostruzione fatta sul campo che può essere interessante e utile per tutti, per avere una visione completa di un conflitto logorante e assurdo che sta devastando un paese con 47 milioni di abitanti senza però piegare la forza e la resistenza del suo popolo.

«Credo sia importante far capire, in un’epoca in cui tutti abbiamo facilità a reperire informazioni, che il ruolo dell’inviato di guerra è ancora fondamentale. Solo chi sta sul campo, assiste con i propri occhi a quello che accade, raccoglie le testimonianze delle vittime, può sgombrare il campo dalla propaganda e dalle fake news. Certo, è un lavoro difficile e faticoso, spesso non c’è la luce, si dorme in stanzoni, la cena non sempre è assicurata, ma questo è il lavoro che ho sempre voluto fare e quando è il momento di ripartire mi sento in colpa nei confronti degli ucraini, perché io una casa in cui tornare ce l’ho, mi sembra di abbandonarli. Per loro non posso far altro che tenere il riflettore puntato sulla loro sofferenza, essere un testimone». Tra le persone che incontra tanti bambini, che come racconta nel libro giocano alla guerra, fingono di avere tra le mani un kalashnikov. La guerra fa anche questo: deruba i bambini della loro infanzia. 


«La situazione è più grave nelle zone di confine, il Donbas in particolare. Qui da un anno si corre in rifugi improvvisati, si sfiora la morte a ogni colpo di mortaio, tanto da considerare “normali” le esplosioni. Mentre in città come Kyiv e Odesa si è tornati a una parvenza di normalità, c’è anche un po’ di vita notturna, i ristoranti hanno riaperto. Io ci tengo a usare i nomi ucraini delle città: nei lunghi anni del dominio russo l’’Ucraina è stata derubata della sua cultura, della sua lingua».
A un anno dallo scoppio della guerra non sembra però ci siano spiragli per una fine immediata. «Purtroppo io non ne vedo. È una guerra di logoramento in cui i due contendenti sono sempre più arroccati sulle loro posizioni. Zelensky rivendica l’integrità del territorio ucraino  e ha dalla sua parte il diritto internazionale; dall’altro Putin, dopo il fallimento del blitz iniziale in cui pensava di poter insediare un governo fantoccio, non può arrendersi a una sconfitta e persegue nella politica imperialista che ha contraddistinto i trent'anni del suo potere».

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