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martedì 24 novembre 2020
 
 

La vera storia della banca del Vaticano

22/05/2013 

 
Il chirografo di Pio XII, in piena guerra le missioni di Giovanni XXIII, le scelte difficili di Paolo VI, Marcinkus e l'Ambrosiano, la Maxi tangente Enimont, la meteora Gotti Tedeschi. La storia dello IOR ha attraversato momenti difficili, segnati da numerose vicende e gravissimi scandali.  Alla vigilia di una nuova epoca per l’Istituto, vale la pena di ripercorrere le tappe salienti della sua storia, per capire che cos’è veramente lo IOR e a che cosa serve.

PRIMA PARTE. LA NASCITA DELL'ISTITUTO


L’aura di segretezza che circonda lo IOR nasce già con il suo nucleo originario: la Commissione  cardinalizia per i depositi Ad Pias Causas
, considerata l’antenata dell’Istituto. Fu infatti creata l’11 febbraio del 1887, d’intesa con il vicario pontificio, il cardinale Raffaele Monaco la Valletta, da papa Leone XIII, il pontefice della Rerum Novarum, per amministrare e custodire in un fondo speciale i capitali delle “pie fondazioni”: le offerte dei fedeli; i lasciti di case, terreni e palazzi; i beni delle diocesi destinati all’attività religiosa o benefica. Un patrimonio da tenere nascosto, perché andava messo al riparo dalle confische incombenti dello Stato italiano. Nei decenni la Commissione assume altri nomi, mantenendo lo stesso ruolo, e nel 1939 si trasferisce nel torrione Niccolò V, a due passi dalla porta Sant’Anna, in Vaticano, detto anche il torrione degli svizzeri poiché vicino alla caserma delle guardie del Papa. Il suo predecessore più prossimo si chiama Commissione per le opere di religione.

 

Lo IOR vero è proprio nasce in un periodo cupo e drammatico: il 1942, in piena guerra, quando a Roma si patiscono la fame, la miseria e i bombardamenti, come quello devastante del quartiere di San Lorenzo. L’atto di fondazione ufficiale è costituito da due chirografi, ovvero due brevi documenti scritti dal Pontefice di proprio pugno con valore di atto giuridico firmati da papa Pacelli, il primo del 27 giugno 1942. Perché quella riforma proprio in piena guerra? C’era l’esigenza di una trasformazione della Commissione  in senso autonomo. Lo IOR è infatti fin da subito definito “ente centrale della Chiesa cattolica”. In pratica significa che in considerazione dell’autonomia che gli viene riconosciuta, l’ente non è considerato un braccio, un ufficio, una struttura della Curia romana. Non è, propriamente, Santa Sede, ovvero organo del governo della Chiesa. Il che non vuol dire che chi la dirige non sia sottoposto al controllo della Santa Sede. A sovrintendere sull’ente infatti, fin dalla sua fondazione, ancora oggi, vi è una commissione di cardinali che risponde alla Segreteria di Stato e in ultima istanza al Papa.

 


Anche in questo caso, come i precedenti atti sovrani, i pontefici non hanno inteso costituire un’entità economica a fini di lucro, bensì un ente svincolato dalla logica del profitto. Lo scopo di quella che ai sensi del diritto canonico e giuridico è una vera  e propria fondazione, è quello di “provvedere alla custodia e all’amministrazione di capitali destinati ad opere di religione e di carità”. Insomma lo IOR è un ente che si regge con le proprie norme, distinto dalla Curia romana e non ha con questa alcun rapporto organico, né funzionale né economico (al punto che paga perfino un congruo affitto alla Santa Sede, proprietaria del torrione e degli altri uffici all'interno del Palazzo Apostolico). Ogni responsabilità patrimoniale verso terzi è imputabile soltanto all’Istituto. I redditi netti ricavati dall’amministrazione di tali beni sono destinati “ad pias causas”, secondo l’intenzione dei fondatori, che devono esplicitamente dichiararla con atto scritto nel momento in cui trasferiscono o affidano i beni all’Istituto. La riforma nasce in piena guerra anche perché proprio in guerra nascono esigenze organizzative più stringenti e riservate per finanziare gli enti e gli istituti ecclesiastici.


Con successivo chirografo, il 24 gennaio 1944, papa Pacelli dispone lo Statuto. L’Istituto ha sempre come scopo (articolo 2) “la custodia e l’amministrazione dei capitali, depositati in titoli od anche in contanti, e destinati ad opere di religione e di cristiana pietà”.

In pratica si prevede che il nuovo ente finanziario possa gestire depositi in danaro e titoli per conto di istituti religiosi, enti ecclesiastici, prelati e dipendenti del Vaticano, e si prefigura la possibilità di assunzione di “laici”. Cardinali, prelati, parroci, religiosi, membri di congregazioni, suore e laici legati al mondo cattolico lasciano i propri risparmi nella nuova banca del Papa, (che banca propriamente non era). Secondo Benny Lai lo IOR acquisì anche un nuovo ruolo, quello di finanziare gli aiuti a tutte le Chiese del mondo, persino quelle di Hiroshima e Nagasaki.        


Seconda parte. L'era di Spada

Nel Dopoguerra allo IOR comincia a emergere il ruolo di Massimo Spada. I volumi e gli articoli usciti su di lui lo dipingono con un principe, un esponente della nobiltà nera papalina. In realtà, nonostante il cognome Spada sia il nome di una famiglia nobile molto legata ai papi, Massimo Spada non ha niente a che fare con quella casata. Prima di essere chiamato in Vaticano era un modesto agente di borsa, figlio a sua volta di un agente di cambio. Assunto in Vaticano nel ’29, aveva fatto carriera ed era diventato segretario amministrativo dell’Istituto, carica che equivale a quella di amministratore delegato. Sopra di lui c’era solo il cardinale Alberto Di Jorio, che però era impegnato anche in un altro ufficio finanziario del governo della Curia romana, l’Amministrazione Speciale della Santa Sede, e - almeno all'inizio - lo lasciava fare. In quel periodo verrà assunto anche Luigi Mennini, che era segretario ispettivo (una sorta di direttore generale, in pratica il vice di Spada), altro protagonista della storia dello IOR.

Tra i due, molto diversi di indole e di carattere, ci fu sempre un certo dualismo, una certa rivalità. Figlio di un capostazione, Mennini aveva 14 figli (tra cui uno divenuto nunzio apostolico a Londra e un altro dirigente dell’Ambrosiano). Piccolo di statura, con due baffetti corti all'inglese, aveva un fare un po’ pretesco e aveva l’abitudine di parlare sottovoce, come in un confessionale. La sua conoscenza dell’Istituto era capillare e immensa. Spada, al contrario, era sanguigno ed esuberante, un romano de Roma molto mondano. Un gigante con la panza, ma con un grande carisma sui dipendenti. Grazie a lui, negli anni ’50, gli organismi economici del Vaticano comprano partecipazioni azionarie e immobili in tutta Italia per far rendere il patrimonio di Pietro. Al tempo in cui la legge consentiva di cumulare le cariche in maniera illimitata, Spada girava l'Italia in una settantina di consigli di amministrazione a bordo di una Lancia con autista attrezzata con tanto di lettino per riposare il suo corpo da peso massimo.

Il tramonto della stella di Spada è legato ai suoi legami con Sindona, il bancarottiere siciliano passato dall’altare alla polvere, rivelatosi connivente con la mafia italo-americana, che non esitò a far uccidere l’avvocato Giorgio Ambrosoli, nominato dalla Banca d’Italia liquidatore della Banca Privata Italiana. E’ proprio quest’ultima banca milanese monosportello, con sede in Via Verdi, dietro la Scala, uno dei primo dei legami tra lo IOR e Sindona. Un legame che costò caro a Spada, poiché Di Jorio gli diede il benservito quando quest'ultimo gli propose di acquisire la maggioranza della banca milanese. Ne seguì che Spada, sconfessato da Di Jorio, venne costretto a rivendere la quota di minoranza che già avevano allo stesso Sindona. Il quale aveva aspirazioni di banchiere internazionale e l’acquisirà tramite la sua holding Fasco A.G., con sede in Liechtenstein. In pratica Sindona, definito da Andreotti “il salvatore della lira”, nel pieno della sua stagione più smagliante, quando ancora non si sapeva dei suoi legami con la mafia americana e del fatto che stava svuotando i depositi dei correntisti per le sue avventure finanziarie, acquista o favorisce la vendita della piccola galassia di partecipazioni azionarie dell’Istituto vaticano, che ormai davano più perdite che utili.

Bisognava dismettere quella galassia (che comprendeva anche due cotonifici e alcune imprese chimiche importanti), anche se le cedole e gli utili servivano da linfa economica del ministero petrino, che non è mai stato particolarmente ricco, nonostante quel che si dice. Oltretutto il governo di Centrosinistra di Moro aveva ripristinato l’imposta per tutte le rendite di capitale che il Vaticano possedeva in Italia (la cosiddetta cedolare). le partecipazioni non convenivano più. Papa Paolo VI spingerà molto per la dismissione.
Intanto il sodalizio con Sindona costerà nel 1980 a Spada (che si farà tre settimane di carcere) e nel 1981 a Mennini (rappresentante dello IOR al tempo in cui questi aveva una partecipazione di minoranza nella Banca Privata Italiana) guai giudiziari con accuse per concorso in bancarotta fraudolenta. La sentenza per Mennini verrà poi annullata dalla Cassazione, che sancì un difetto di giurisdizione della magistratura nei suoi confronti. Ma i guai maggiori, per lo IOR, devono ancora arrivare.

Terza parte. Marcinkus e l'Ambrosiano

  

Alla fine degli anni Sessanta arriva alla presidenza dello IOR un prelato, già officiale della segreteria di Stato, di nome Paul Casimir Marcinkus. Era nato a Cicero, un sobborgo povero e violento di Chicago in cui aveva regnato Al Capone, il 15 gennaio del 1922. Marcinkus è morto a Sun City, in Arizona il 21 febbraio 2006, dove era stato assegnato – su sua richiesta - in qualità di coadiutore della piccola parrocchia di San Clemente. Una sorta di ritorno alle umili origini familiari. Il padre Mykolas, lituano, era emigrato in America nel 1908 e aveva trovato un posto da lavavetri nei grattacieli di Chicago.

Dopo qualche periodo in Bolivia e in Canada, al servizio della diplomazia vaticana, Marcinkus era rientrato nel 1952 dentro le mura leonine, sempre al servizio dell’amministrazione della Santa Sede, alla sezione inglese della Segreteria di Stato. 
Nel Palazzo Apostolico collaborerà con monsignor Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI, prima che questi divenga arcivescovo di Milano. Ha spiccate doti organizzative. Nel 1963 fa costruire Villa Stritch, dal nome di un vescovo di Chicago, destinato a ospitare il clero americano in viaggio a Roma. All'inaugurazione partecipano alcuni membri della famiglia Kennedy e i Rockfeller.

Alto un metro e ottantasei, robusto, fumatore di puzzolentissimi sigari, amante del golf ,del tennis e degli stornelli di Claudio Villa, si occuperà dei viaggi e della sicurezza dei viaggi di Paolo VI, cui farà anche da guardia del corpo in virtù del suo fisico. Il fotoreporter Giancarlo Giuliani, durante un viaggio di Giovanni Paolo II nelle Filippine, lo vide sferrare (per scherzo) un pugno nello stomaco al collega Vittoriano Rastelli che lo lasciò senza fiato per parecchio tempo.

“Di me hanno parlato come di Al Capone”, disse Marcinkus in un’intervista, quella in cui commenta che la Chiesa non si mantiene con le Ave Marie, frase ormai celeberrima che finirà per rimbalzare in tutti i libri sullo IOR. E in effetti Marcinkus – secondo la deposizione dell’amante di un boss della banda della Magliana - è stato accusato persino di essere coinvolto nel rapimento di Emanuela Orlandi, la giovane figlia di un dipendente del Vaticano scomparsa misteriosamente. Manca solo l’omicidio Kennedy. 

Nel saggio dedicato alla finanza cattolica di Giancarlo Galli, l’ex presidente dello IOR Angelo Caloia racconterà di aver spiegato a monsignor Stanislao Dziwisz, allora segretario di papa Giovanni Paolo II, che secondo lui era solo una grande incompetente (e che don Stanislao assentì in silenzio, con un cenno del capo). 

Di certo il suo nome resta indissolubilmente legato a quello di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano. Il prelato di Chicago incrementò la partecipazione azionaria dello Ior nell’istituto di credito milanese, sfiorando l’uno per cento del capitale. Ma soprattutto Calvi e Marcinkus siederanno fin dalla fondazione anche nel cda della Cisalpine Overseas Bank di Nassau, alle Bahamas, la cabina finanziaria dell’impero parallelo di Roberto Calvi, di cui lo IOR ha il 2,5 per cento del capitale. A partire dal 1971 l'Istituto vien coinvolto come tramite di una serie di operazioni effettuate dal Banco Ambrosiano: depositi fiduciari (cosiddetti “back to back”, per aggirare il divieto di esportazione di valuta), linee di credito, detenzione fiduciaria di azioni. Una spirale che vede lo IOR sempre più compromesso in azioni sempre meno trasparenti da parte di Calvi, che andava tessendo la sua tela di ragno, la sua rete off shore di società occulte a doppio e triplo fondo. Una rete destinato a far precipitare l’Ambrosiano in una bancarotta da oltre 1600 milioni di dollari, coinvolgendo anche lo IOR. 

La spirale finirà per costargli la vita, dopo la rocambolesca fuga verso la Svizzera e la morte (molto probabilmente l’omicidio) per impiccagione sotto il ponte dei frati neri di Londra. Sono passate alla storia le lettere di patronage di Calvi che attestavano che lo IOR stava dietro i debiti dell’Ambrosiano, contro-bilanciati dai documenti di manleva (in inglese) esibiti dai funzionari dello IOR Luigi Mennini e Federico de Strobel. Con essi il banchiere riconosceva che nella faccenda lo IOR aveva avuto un ruolo puramente fiduciario. Ci fu chi sostenne che quelle contro-lettere di favore non impegnavano, in realtà, il Banco, essendo firmate a titolo personale da Calvi. Ma in ogni caso lo IOR rifiutò di pagare. Per l’Ambrosiano il crack fu inevitabile.

La relazione alla Camera nella seduta del 2 luglio 1982 presieduta da Nilde Iotti da parte di Beniamino Andreatta, allora ministro del Tesoro del Governo Spadolini, in risposta alle numerose e infuocate interpellanze sul caso Calvi, fu piatta, lucida e articolata. Andreatta ricordò che il Banco era stato sottoposto ad accertamenti fin dall’aprile del 1978, quando già si lamentavano deficit di informazioni sull’attività svolta all’estero con resistenze a rispondere alle domande degli ispettori. Il drenaggio di risorse finanziarie del Banco era avvenuto attraverso il canale estero che faceva capo al Banco Ambrosiano Holding di Lussemburgo, perdendosi nei rivoli dello sciame di consociate estere. L’azionariato della banca di piazzetta Ferrari era estremamente frazionato: “Era possibile esercitare il controllo disponendo di un pacchetto azionario contenuto”. La situazione, spiegò Andreatta, “si presenta aggrovigliata per un complesso di operazioni anomale e spericolate fortemente accentrate e personalizzate al di fuori di ogni logica bancaria”. Lo IOR fa capolino quasi alla fine del discorso. Andreatta annuncia l’incontro tra i commissari e l’istituto vaticano, quella mattina stessa: “Il Governo si attende che vi sia una chiara assunzione di responsabilità da parte dello IOR che in alcune operazioni con il Banco Ambrosiano appare assumere la veste di socio di fatto”. I giornali, il giorno dopo, titolarono a nove colonne.

Quarta parte. Il coraggio di Casaroli

Vaticano e IOR alla fine non smentirono del tutto un ruolo di sostegno rispetto alle esigenze di ripianare le perdite del Banco Ambrosiano, pur declinando ogni responsabilità. Fu il segretario di Stato Agostino Agostino Casaroli, l’uomo che ebbe “il coraggio della pazienza” e che contribuì insieme a papa Wojtyla a far cadere il muro di Berlino gettando il comunismo nel generale discredito, a voler venire per primo a patti con lo Stato e ad arrivare a un accordo.


Una decisione osteggiata da una parte della Curia, a cominciare dallo stesso Marcinkus. Ma il cardinale Casaroli non desistette dalla decisione. Aveva dalla sua molti esponenti della Chiesa, tra cui il cardinale di New York O’Connor, preoccupato anche che le vicende torbide dello IOR si riflettessero in maniera negativa sulla partecipazione dei fedeli e sulle offerte dell’Obolo di San Pietro. “Casaroli”, scrive Carlo Bellavite Pellegrini, nella sua Storia del Banco Ambrosiano (Laterza)  “si mosse con estrema abilità in una situazione molto difficile”.  

Con molta lungimiranza il primo segretario di Stato di Wojtyla aveva intravisto che la soluzione del problema poteva essere una commissione che trattasse direttamente con le autorità italiane. “Il segretario di Stato si rese conto che lo IOR si era cacciato in un guaio di grandissime dimensioni e stava usando tutta la sua grande intelligenza e la sua consumata abilità diplomatica per venirne fuori”. Ma ci sono anche altre considerazioni che riguardano l’uomo Casaroli: “Senso della giustizia e della misura” come scrive Bellavite Pellegrini, “volontà di dialogo, ma anche il desiderio di arginare Marcinkus”. 

Casaroli fu rapidissimo nel mantenere l’impegno assunto: il 13 luglio 1982 annunciò che il Vaticano aveva nominato tre esperti che avrebbero esaminato il rapporto tra l’Ambrosiano e lo IOR.  Il successivo 19 luglio Casaroli convocò nuovamente l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede Chelli e gli comunicò che i tre saggi  (uno di questi era lo svizzero Philippe De Veck, già presidente dell’Ubs e futuro vicepresidente dello IOR) stavano facendo un ottimo lavoro. Nella seduta alla Camera di venerdì 8 ottobre 1982, il ministro Andreatta, in un'aula semideserta, approfondirà i principali aspetti “di una vicenda che è di complessità pari alla sua gravità”. 

Un’esposizione tormentata, quella dell’esponente cattolico e democristiano, già consigliere economico di Aldo Moro, priva di timori reverenziali nei confronti del Vaticano. Quel venerdì le cifre colossali della mala gestione dell’Ambrosiano esposte dal ministro che aveva imposto il suo scioglimento e la sua liquidazione risuonarono nell’aula: “Le consociate del gruppo Ambrosiano dovevano dare 743 milioni di dollari alla Ambrosiano Spa; 788 milioni di dollari alle banche dell’euromercato; 102 milioni di dollari ad altre consociate (Banca del Gottardo, Credito Varesino, Banca Cattolica del Veneto). Il tutto per un totale di 1.633 milioni di dollari. Le consociate, a loro volta, dovevano avere dallo IOR e da sue patrocinate 1.159 milioni di dollari”.

Come detto, dopo aver chiesto un parere interno ai tre saggi, per dirimere la questione Casaroli propose una commissione di esperti che indagasse “in spirito di giustizia e di dialogo”. Nacque così la commissione mista italo-vaticana, che venne costituita con atto internazionale il 24 dicembre 1982 e che lavorò fino all’autunno dell’anno successivo, producendo un articolato documento finale. Della commissione, a nome del Vaticano, faceva parte monsignor Renato Dardozzi, che incontreremo più avanti. La questione venne chiusa il 25 maggio del 1984, a Ginevra. 

Il verbale di quello che è passato alla storia come l’Accordo di Ginevra, è molto schematico. Le parti “addivengono al presente accordo in uno spirito di reciproca conciliazione e collaborazione” si legge nell’accordo. Premesso che “IOR, mentre riconferma di non aver responsabilità in ordine a tale dissesto e di esservisi trovato coinvolto involontariamente, pur tuttavia, unicamente in ragione della sua speciale posizione, ha manifestato la sua disposizione ad effettuare un contributo volontario nella misura appresso precisata” . Lo IOR pagò 250 milioni di dollari, non a titolo di risarcimento ma come atto di “contributo volontario”, in cambio della rinuncia da parte delle banche a qualunque futura rivalsa. 

Casaroli, l’artefice del progetto di risanamento dello IOR, aveva preso due decisioni fondamentali. Quella di risarcire l’Ambrosiano e quella di assumere dei laici per far fare allo IOR un cammino di trasparenza e di legalità. Ora si trattava di avviare il nuovo corso e riorganizzare le finanze vaticane. L’ora del rilancio dello IOR nel senso della trasparenza e della competenza affidata a dei laici stava per scoccare.

Quinta parte. Gli "gnomi" laici nel torrione

  

La scelta del segretario di Stato Casaroli per rilanciare l'Istituto e avviarlo alla massima trasparenza ed efficienza cade su un banchiere milanese originario di Castano, un Comune tra Novara e Milano di cui in gioventù è stato giovanissimo sindaco. Si chiama Angelo Caloia. E' docente di Economia politica all'Università Cattolica e presidente del Mediocredito Lombardo, una banca del gruppo Cariplo specializzata negli impieghi alle piccole e medie aziende. Cresciuto alla scuola del cardinale Martini, ha fondato il gruppo Cultura Etica e Finanza, di cui fanno parte anche il presidente dell'Ambroveneto Giovanni Bazoli ed economisti di spicco come Alberto Quadrio Curzio e Tancredi Bianchi.


Il presidente del Mediocredito, che ha 50 anni, ha tutte le carte in regola per dirigere lo IOR. Poliglotta, parla perfettamente l’inglese, presupposto indispensabile per muoversi nella babele della Curia vaticana e della finanza internazionale  (tra l’altro è la lingua delle riunioni del Consiglio di Sovrintendenza). E’ anche consulente del vescovo ausiliare e pro-vicario generale di Milano, monsignor Attilio Nicora, amministratore dei beni della Curia milanese. Per prima cosa Caloia lavora con Casaroli e altri membri della Curia romana al nuovo Statuto, presupposto indispensabile per le riforme. La nuova "governance" contempla un sistema “duale”, come si dice in gergo bancario. Sul Consiglio di Sovrintendenza (in pratica il consiglio di amministrazione) vigila infatti la Commissione Cardinalizia, che si limita a verificare se il consiglio obbedisce alle norme statutarie. In pratica la Commissione Cardinalizia, da consiglio di amministrazione, (quale era dal 1942 e prima ancora) si trasforma in commissione di vigilanza o, se vogliamo, in organo che riunisce i poteri dell’assemblea, per verificare la fedeltà allo Statuto dell’Istituto, nomina il Consiglio di Sorveglianza, decide il riparto degli utili, esamina ed approva il bilancio annuale.

Lo Statuto prevede, all'articolo 9, anche l'istituto del Prelato, figura che fa da ponte tra le due commissioni, partecipando alle riunioni della prima per riferire alla seconda, con poteri consultivi e senza poteri amministrativi come avveniva precedentemente. La carica viene affidata a monsignor Donato de Bonis, un sacerdote originario della Basilicata che era entrato allo Ior chiamato dal cardinale di Iorio negli anni '50 e d era divenuto il vice di Marcinkus. Casaroli sceglierà anche i nomi degli "eminentissimi cardinali". Oltre allo stesso segretario di Stato, presidente è Bernardin Gantin. Ad essi si aggiungono il venezuelano José Rosalio Castillo Lara, lo spagnolo Eduardo Martinez Somalo (cardinale camerlengo)  e  il cardinale di New York Joseph O’Connor.

Il Consiglio di Sovrintendenza è composto, oltre che da Angelo Caloia, dallo svizzero Philippe de Veck (già presidente Ubs), dall'americano Thomas Macioce (supreme knight dei Cavalieri di Colombo, la grande associazione di beneficenza americana che in consiglio ha praticamente un posto fisso), dal tedesco Theodor Pietzcker, direttore generale della Deutsche Bank e dal basco José Angel Sanchez Asiain, vicedirettore del Banco di Bilbao Vizcaja. Il nuovo Consiglio degli "gnomi laici" si riunisce ufficialmente per la prima volta nel torrione Niccolò V il 18 luglio 1989. Con la prima riunione in pratica lo IOR esce da un periodo di commissariamento e congelamento durato sette anni. La stampa internazionale parla di rivoluzione in Vaticano. “Per la prima volta nella sua storia centenaria”, scrive Angelo Pergolini sulla rivista Espansione,  “l’istituto finanziario della Santa Sede non è retto da porporati ma è affidato a un gruppo di laici. Tutti uomini di fede, s’intende, ma soprattutto banchieri, ben conosciuti sulle principali piazze finanziarie e ben addentro alla comunità internazionale degli gnomi”.

Sesta parte. Le prime riforme

Lo Ior è l’acronimo di Istituto per le Opere di religione. Il termine “Opere di religione” ha un doppio significato. Da un lato vuol dire azioni di carità, di apostolato e di pastorale, come il sostentamento di una diocesi, di una parrocchia, l’apertura di un oratorio o di una scuola parificata, di un centro di accoglienza, di un ospedale, di una casa famiglia per ragazze madri, il restauro di un luogo di culto e via dicendo. Dall’altro le ‘opere di religione’ vanno intese nel senso di diocesi, di congregazioni, di missioni, di tutte quelle realtà che operano per il bene della Chiesa e della società. Insomma: alle opere per le opere.
L’obiettivo è quello di offrire un servizio finanziario alle realtà religiose della Chiesa cattolica sparse in tutto il mondo, senza che ci siano intenti commerciali, secondo un rapporto di condivisione e di giusta ripartizione degli oneri ma anche dei rendimenti di questo servizio. Se poi questa azione di servizio alla comunità ecclesiale si risolve anche in un risultato di bilancio, tale risultato positivo ritorna nuovamente alla Chiesa, perché viene messo formalmente a disposizione della Commissione cardinalizia e quindi del Papa, perché lo utilizzi per i fini di bene della Chiesa e delle sue necessità. Ecco perché lo IOR è una realtà non profit. Se c’è un risultato ritorna alle realtà ecclesiali. Questa lunga digressione serve a capire quali sono i binari entro i quali deve muoversi il nuovo consiglio di Sovrintendenza dello Ior presieduto da Angelo Caloia. Il nuovo presidente cerca innanzitutto di svecchiare l’Istituto in nome della trasparenza e dell’efficienza. Al posto dell’ottantenne Luigi Mennini Caloia porta alla direzione generale Giovanni Bodio, 67 anni, che era stato con lui al Mediocredito Lombardo, già vicedirettore della Cassa di Risparmio e presidente di Finreme (una finanziaria del Mediocredito Lombardo).
Quando, il 30 aprile del 1992, Bodio, a 70 anni, termina il suo mandato per raggiunti limiti d’età, Caloia assume ad interim il ruolo. Due anni dopo, il Consiglio di Sovrintendenza nomina il bergamasco Andrea Gibellini, 61 anni, bocconiano con un’esperienza quarantennale alla Popolare di Bergamo (dove era entrato a 22 anni). La sua esperienza allo Ior durerà poco. E così Caloia individua un terzo direttore generale, l’umbro Lelio Scaletti, una leggenda dell’Istituto, uomo di comprovata professionalità e fedeltà alla Chiesa, legato da un rapporto di stima e di fiducia ai cardinali Tardini e Casaroli, assunto allo Ior nel dopoguerra.

Per il banchiere del Mediocredito Caloia, occorre mettere mano a un processo di riforme per aumentarne l’efficienza, la trasparenza e la redditività. Ottenuto il disco verde da Casaroli, Caloia accelera sul processo di rinnovamento. Sul piano finanziario tra le prime mosse della presidenza e della direzione c’è quella della messa a maggior reddito di una quota crescente della liquidità, in precedenza investita a breve termine mediante semplice acquisto di titoli obbligazionari a rischio contenuto. In pratica l’Istituto si limitava a incassare le cedole dei titoli senza fgestirle più di tanto. Caloia introduce moderni metodi di gestione patrimoniale. Per facilitare il compito nel torrione ha lavorato un team di alto livello della società di revisione contabile Peat Marvick, Il rappporto Peat Marvick elenca una lunga serie di consigli per migliorare e ammodernare la struttura operativa e contabile, a cominciare da un organigramma con compiti e funzioni procedurali (con la gestione Marcinkus tutto era più indefinito e spesso le funzioni si accavallavano), da un manuale di istruzioni, da maggiori indicazioni sulla politica degli investimenti. Occorreva poi un’anagrafe del patrimonio immobiliare, ulteriori controlli interni e anche un inventario. Tra gli altri suggerimenti la necessità di dotarsi “di un articolato piano di conti” e soprattutto di “nuovi principi contabili (quelli attuali sono inconsistenti)”, la radiografia dei conti “dormienti”, la riduzione delle giacenze in contanti. Bisognava operare sul piano della sicurezza, dell’illuminazione e persino degli avvisatori di fumo.Verrà anche istituito un servizio interno di ispettorato incaricato di esercitare controlli e verifiche sulla consistenza dei valori, sulla regolarità formale e sostanziale delle scritture contabili e dei contratti, sulla correttezza delle condizioni applicate ai rapporti che generano interessi attivi e passivi e sulle commissioni. A fine anno l’utile complessivo crescerà notevolmente.

Settima parte. L’affare Enimont

  

Nel 1990, quando Macioce, venuto a mancare, viene sostituito dal “supreme knight” dei Cavalieri di Colombo Virgil Dechant, i nuovi uomini dello Ior hanno giù avuto modo di vedere i primi risultati del nuovo corso. Sempre nel dicembre del 1990, diviene segretario di Stato il cardinale Angelo Sodano, che assicurerà a Caloia diciannove anni di gestione dello Ior e lo sosterrà sempre, anche nei momenti più difficili.
Il primo maggio 1991 il regolamento interno e il relativo organigramma sono operativi, dopo la delibera del Consiglio di amministrazione, con la nuova distribuzione delle funzioni di responsabilità. Sotto il direttore generale ci sono cinque capi ufficio responsabili di altrettanti dipartimenti: Servizi esterni, Servizi interni (quest’ultimo guidato da un prelato, monsignor Recchia), Contabilità generale e Banche, Sistemi informativi, Titoli (il settore più delicato, insieme con la Tesoreria).
Dopo la vicenda dell’Ambrosiano, i consiglieri di sovrintendenza sanno che uno dei principali scopi del nuovo Ior è quello di ripristinare l’immagine di affidabilità nei confronti dei depositanti. Viene così messa in atto una “delicata opera” per riconquistare la fiducia di chi ha affidato risorse all’istituto ed era stato turbato dalle vicende legate al crack Ambrosiano. Per l’uso della firma sociale, la firma singola è attribuita unicamente al presidente del Consiglio di Sovrintendenza nella sua qualità di legale rappresentante dell’istituto. Tale prerogativa spetta dunque a Caloia, che però può utilizzarla solo per gli atti di rappresentanza legale. Per tutto il resto, come per gli altri responsabili, vale il principio della doppia firma, dal direttore generale fino ai capi ufficio, per maggior sicurezza nelle operazioni.
Con l’arrivo di Caloia, monsignor Donato De Bonis aveva abbandonato la funzione di segretario generale che deteneva dal 1970 ed esercitava le funzioni di Prelato, carica, come abbiamo visto, contemplata dallo Statuto. De Bonis fa parte della vecchia guardia dello Ior ed è l’unico del vecchio quartetto di comando che ancora lavora nel torrione (Marcinkus, Mennini e De Strobel ormai non ci sono più). Sulla carta ha perso i poteri amministrativi, ma mantiene intatto su molti dipendenti il carisma accumulato in tanti anni dentro l’Istituto e la Curia vaticana. “Molti dipendenti subivano una sorta di soggezione psicologica”, ricorderà il banchiere milanese nel libro “Finanza Bianca” di Giancarlo Galli.
Sul prelato vigila anche un altro prelato, monsignor Renato Dardozzi, un dirigente della Stet che aveva abbracciato il sacerdozio a 51 anni ed era diventato presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, oltre che uno dei consulenti finanziari più fidati del cardinale Casaroli e poi del cardinal Sodano. Dardozzi si accorge che nell’Istituto erano stati aperti i conti di alcune “fondazioni” impropriamente dette che in realtà altro non erano che depositi serviti in alcuni casi a effettuare passaggi di denaro per sospette operazioni di riciclaggio, Caloia e Dardozzi, insieme a un ristretto numero di uomini fidati dell’Istituto, cominciano a “tallonare” il prelato e a frugare con discrezione nelle sue operazioni. Quando si verrà a capo della vicenda, un dettagliato rapporto consegnato alla segretria di Stato porterà De Bonis ad essere “promoveatur ut amoveatur” prelato dell’Ordine di Malta. Più tardi, quando la Procura busserà alle porte del Vaticano, il processo Enimont rivelerà che si trattava di titoli di Stato consegnati da uomini della Ferruzzi (Luigi Bisignani, C. S. e Sergio Cusani) nelle mani di De Bonis. I titoli, dopo esser stati cambiati, finivano in successivi conti svizzeri e da lì ad importanti uomini politici italiani. Si trattava di parte della maxi tangente Enimont, la madre di tutte le tangenti come disse Di Pietro al processo. La Procura di Milano presentò una serie di rogatorie che vennero accolte dal Vaticano. La piena collaborazione dello IOR portò all’individuazione di gran parte di quel fiume di denaro. De Bonis e il presidente della Commissione Castillo Lara sosterranno sempre di essere stati raggirati dagli uomini dei Ferruzzi (che al processo Enimont avvaloreranno questa versione). Ma come abbiamo detto, anni prima Caloia e Dardozzi, quando ancora non sapevano da dove venivano e dove finivano quei titoli, ma avevano capito che si trattava di possibili operazioni di riciclaggio, erano comunque riusciti a ottenere l’allontanamento dallo Ior di de Bonis. Gli amanti del genere, possono ritrovare la vicenda in libri, saggi e articoli usciti sull’argomento. Una pubblicistica che spesso e volentieri inserisce documenti veri in un contesto impreciso, fuorviante e a volte capziosamente ideologico.
Fatto sta che, superata la grana “Enimont” (che peraltro spinse definitivamente il Consiglio di Sovrintendenza e la Commissione cardinalizia a introdurre regole di controllo e trasparenza ancor più restrittive), l’Istituto, nel 1993 riprese il suo processo di rinnovamento. Un anno dopo, per volere del Consiglio di Sovrintendenza e della Commissione dei Cardinali, arrivarono anche i revisori “esterni” dei conti: gli austeri e inflessibili analisti svizzeri della Price Waterhouse & Cooper, che con stampo calvinista analizzarono i bilanci fino all’ultimo numero prima di dare il loro nulla osta.

Ottava parte. La ristrutturazione

Dopo l’approvazione del nuovo statuto e il suo recepimento nella riorganizzazione della Curia voluta da Wojtyla e contemplata nella costituzione apostolica Pastor bonus, i tre grandi progetti messi in campo dalla presidenza Caloia sono l’informatizzazione dell’Istituto, il riordino contabile-gestionale e la revisione organizzativa. Ad essi si aggiunge la ristrutturazione della sede dello IOR.

Il progetto di restauro dell’intera fortezza papale rinascimentale in sui ha sede l’Istituto, che era stata fatta costruire dal papa umanista Niccolò V per proteggere il palazzo Apostolico, viene suddivisa in tre lotti riguardanti il piano attico, il piano terra e il piano centrale.
Il primo lotto si conclude sul finire dell’estate del 1993, con il trasferimento del Centro elaborazione dati e gli uffici collegati. Contemporaneamente si provvede al trasferimento degli Archivi (dislocati ai Propilei, per renderli idonei al voluminoso materiale storico dell’Istituto che fino ad allora era situato nei piani inferiori del torrione). E così, liberati i locali, si provvede al restauro e all’arredamento del piano terra, dove vengono sistemate le 18 casse a disposizione della clientela, il servizio titoli, il caveau e i servizi tecnici, secondo il progetto dell’archistar Michael A. Lack.

 

Il nuovo IOR verrà ultimato nell’estate del 1996. Una struttura ipermoderna celata dentro un maniero del Rinascimento e sorvegliata discretamente da telecamere a circuito chiuso. Come ha scritto Aldo Maria Valli nella sua storia dello IOR (Il forziere dei papi, Ancora editore), “se all’esterno il torrione è più o meno come seicento anni fa, e ti spetti che da un momento all’altro spunti un alabardiere pronto a chiederti la parola d’ordine, all’interno ci si trova in un ambiente a metà tra lo Space Center della Nasa e una chiesa”. 

Un altro passo verso il nuovo IOR è il nuovo sistema informatico, divenuto operativo già entro la fine del 1993. Il processo di informatizzazione si lega anche al processo di trasparenza, fortemente voluto fin dall’inizio da Caloia, de Veck e dai membri della commissione cardinalizia, fin da quando ne facevano parte il cardinale Casaroli e il cardinale O’Connor. Le nuove procedure informatiche, con l’installazione di un database SQL, permettono già nel 1992 l’anagrafe generale della clientela. Dall’aprile 1992 si erano intensificate anche le procedure per evitare operazioni “sporche” o “improprie”. Il regolamento interno prevedeva il divieto di maneggiare somme superiori a un certo limite senza l’autorizzazione del consiglio di sovrintendenza e della presidenza, l’informatizzazione di tutte le operazioni (anche per garantirne la tracciabilità), una gestione il più possibile collegiale e sempre controllata per evitare altri “casi de Bonis”, la “doppia firma” per le operazioni più delicate, che dovevano essere sempre condotte da almeno due dirigenti corresponsabili.

Era stato anche introdotto il protocollo internazionale “Know your customer” (KYC), l’anagrafe dei conti che impone di conoscere l’identità, la performance, la solvibilità, le potenzialità, la provenienza del capitale e altri dati sensibili di chi entra in contatto con l’istituto. E soprattutto, come abbiamo già visto, i bilanci dell’istituto erano stati sottoposti ai tignosi revisori della Price Waterhouse and Cooper’s di Ginevra. I bilanci venivano assoggettati ai requisiti internazionali IAS (acronimo di International Accounting Standards).
In questo solco e in questo contesto vanno letti gli ulteriori passi di adeguamento agli standard internazionali. Come la nuova legge 127 sulla trasparenza varata nel 2011. Già dopo l’11 settembre era stata approvata dal Consiglio di Sovrintendenza la richiesta di adesione al Gafi (Gruppo di azione finanziaria internazionale) con il ricorso al gruppo Moneyval del Consiglio d’Europa per l’adesione alle misure per la lotta al riciclaggio internazionale e al finanziamento del terrorismo. La richiesta, inoltrata in Segreteria di Stato, ha terminato il suo iter intorno al 2009, con la presentazione ufficiale a Bruxelles.

Nona parte. La missione internazionale

  

Intorno alla seconda metà degli anni ’90, quando viene completata anche la fase della ristrutturazione, lo IOR è ormai un istituto finanziario solido e al passo coi tempi, che contribuisce a far rendere i patrimoni ecclesiali che gli vengono affidati con performance competitive rispetto alle banche private. Il nocciolo duro dei clienti depositanti è costituito dalle congregazioni femminili. Anche se molti clienti considerano ancora l’Istituto come una sorta di banca di prodotti semplici (conti correnti e depositi di obbligazioni) crescono gestioni patrimoniali.

La risposta della clientela è andata al di là di ogni aspettativa. L’Istituto continua  a produrre utili. Per far fronte alla modernizzazione e alla mole di lavoro, i dipendenti sono aumentati del 25,6 per cento rispetto al 31 dicembre 1989, raggiungendo le 103 unità. I depositi superano le 35 mila unità.
Il presidente Angelo Caloia può così dedicarsi a un altro dei suoi progetti meditati da tempo: estendere i confini dell’Istituto, uscendo dall’Italia e aprendo alle diocesi, agli enti ecclesiali, agli ordini, alle congregazioni senza casa madre a Roma, alle parrocchie, ai religiosi, ai nunzi, ai sacerdoti e ai prelati del resto d’Europa e del mondo.

Per attuare questo proposito e proporre il modello IOR di gestione, finirà per visitare le diocesi di quasi tutto il pianeta.  Il progetto si sposava pienamente con la vocazione universale della Chiesa cattolica e dell’opera di Giovanni Paolo II, che aveva improntato fin dall’inizio la missione del suo pontificato a una nuova evangelizzazione, a una nuova sfida in sintonia coi nuovi tempi della globalizzazione”.

Attraverso la diffusione universale del messaggio del Vangelo “ad gentes”, Wojtyla continuava a portare avanti la sua instancabile opera di “globe trotter”. Lo IOR, stabilendo contatti con le diocesi di tutto il mondo, avrebbe aiutato a trovare le risorse per questa Chiesa che doveva rafforzarsi e per la nuova evangelizzazione.

L’apertura internazionale dello IOR non poteva che partire da chi sta a capo delle diocesi. Negli anni ’90 e agli inizi del Duemila le missioni dei dirigenti IOR guidate solitamente dallo stesso presidente, dal direttore generale Lelio Scaletti e dal direttore dei servizi finanziari Alessandro Lombardi, giungono praticamente tutte le diocesi del mondo: dall’Europa alla Conferenza episcopale brasiliana, (composta da 400 vescovi), alla Conferenza episcopale argentina (che ne conta circa 70), ai dodici vescovi di quella uruguaiana, e a quelle del Cile, del Perù, del Messico, cui fanno capo oltre 200 presuli, fino alle diocesi perseguitate del Medioriente e dell’Africa subsahariana, quelle semiclandestine dell’Asia e di un’Europa dell’Est e dell’Ovest  sempre più secolarizzata, preda delle pulsioni consumistiche e scristianizzanti”.

Alla fine del 2000 in tutto il mondo continua il processo di fusioni e acquisizioni del sistema bancario. Un processo globale che porta necessariamente l’Istituto, in un’ottica di diversificazione, a ristrutturare e rivedere le linee di credito. I risultati d’esercizio sono ancora ottimi. Alla fine del primo anno del nuovo millennio l’utile netto supera i 46 milioni di euro. Un altro risultato lusinghiero che i membri del board consegnano alla commissione cardinalizia a disposizione del Papa. Nel Consiglio di Sovrintendenza dell’11 aprile 2001, il presidente e il vicepresidente dello IOR vengono riconfermati per un altro mandato di cinque anni. Nel 2006, dopo oltre un decennio di “vacatio” tra le mura del torrione arriverà un nuovo Prelato: si chiama Piero Pioppo.

E’ il giovane segretario personale del cardinale Angelo Sodano. Abbandonerà il suo ruolo, che affronta con piglio e determinazione, nel 2010, quando viene nominato nunzio apostolico in Camerun.

Decima parte. La meteora Gotti Tedeschi

Nonostante la tempesta finanziaria sui mercati di tutto il mondo, il torrione Niccolò V si fa “tetragono” contro le cadute valutarie e borsistiche grazie a una gestione prudente e lontana dalla finanza creativa. L’asset allocation dei titoli della gestione patrimoniale IOR è sempre stata all’insegna della cautela. Il che non gli ha permesso di generare immensi profitti ma l’ha tenuta prudentemente alla larga da avventurismi tipo hedge fund o altro. Nel 2009 dentro il torrione dello IOR c’è un passaggio di testimone. Arriva un nuovo presidente che attraverserà la gestione come una meteora portandosi dietro una coda di polemiche. E’ il banchiere piacentino Gotti Tedeschi, vicino all’Opus Dei, presidente della filiale italiana del banco Santander, ex collaboratore di Gian Mauro Roveraro, un banchiere molto ambizioso che si vantava di aver contribuito alla stesura della Caritas in Veritate, collaboratore del Foglio, dell’Osservatore Romano e persino sulla Padania, il giornale della Lega Nord, amico dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che lo aveva indicato nel consiglio di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti. Gotti Tedeschi porterà il ministro Tremonti a tenere presso lo IOR alcune lezioni di etica e finanza.

Ma poco tempo dopo l’insediamento, il banchiere piacentino finisce in guai giudiziari, in quanto rappresentante legale dell’Istituto. Su richiesta della Banca d’Italia la procura di Roma sequestra due somme (per un totale complessivo di 26 milioni) perché lo IOR, sostengono i magistrati, non ha ottemperato alle regole antiriciclaggio vigenti. Gotti Tedeschi, dopo il sequestro, si reca in Procura per deporre spontanemante anziché richiedere la rogatoria internazionale, più consona allo IOR in quanto ente centrale della Chiesa, con sede e relativa extraterritorialità in Vaticano. In base ai Patti lateranensi i dipendenti del Vaticano, compresi quelli dello IOR, come stabilisce una sentenza della Cassazione, non possono essere sottoposti a processo e godono degli stessi diritti dei residenti della “Città Santa”.

Al procuratore aggiunto e al sostituto procuratore il neopresidente dello IOR, dopo aver premesso che il suo impegno è a tempo parziale e che non ha ancora avuto modo di vedere a fondo i documenti dell’Istituto, assicura che con la sua gestione verrà avviata una vera e propria “rivoluzione” nel segno della trasparenza. Per le tecnicalities rimanda al direttore generale Paolo Cipriani, un manager bancario proveniente dal banco di Santo Spirito che aveva lavorato anche in Lussemburgo come broker. I rapporti tra Gotti e Cipriani si deterioreranno per assumere i connotati di una vera e propria guerra. I vertici dello IOR arriveranno persino a chiedere una perizia psichiatrica sul banchiere, condotta all’insaputa del soggetto esaminato. Profittando di una cena di lavoro gli viene affiancato uno psicoterapeuta, vicino di casa di Cipriani, che redigerà regolare rapporto, presentandolo come personalità affetta da “disfunzione psicosociale” con tratti di “egocentrismo e narcisismo”. Ha fatto bene Gotti Tedeschi a chiedere parlare ai giudici in quanto presidente dello IOR?

Dentro le mura leonine c’è chi sostiene che forse sarebbe stato più opportuno il ricorso alla sovranità statuale, come è stato fatto nel 1993 nei confronti della Procura di Milano con la prassi della rogatoria, propria del rapporto tra Stati, ma anche alla stregua delle strategie seguite di recente da altri Stati (come la Svizzera, che ha, tra l’altro, sempre affidato a membri del governo la comunicazione coi giudici e non del Presidente di questa o quella banca). C’è chi sostiene, dentro le mura leonine, qualcuno indusse Goptti Tedeschi a quel passo. Fatto sta che a posteriori quella decisione risultò assai avventata. A chiedere le dimissioni dall’ente finanziario della Santa Sede (che ha anche lo status di banca centrale) è lo stesso Consiglio di sovrintendenza dello IOR, di cui fanno parte il vice presidente Ronaldo Hermann Schmitz, Antonio Maria Marocco, Manuel Soto Serrano e Carl Albert Anderson. La commissione cardinalizia di vigilanza, invece, è presieduta dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato. Un’uscita a dir poco brusca, che rivela contrasti all’interno del board, come spiega lo stesso comunicato della sala stampa della Santa Sede: “Un voto di sfiducia del Presidente, per non avere svolto varie funzioni di primaria importanza per il suo ufficio”. A seguito di ciò però si impose la riscrittura della legge 127, avvenuta nel gennaio 2012, per rendere la Santa Sede ancora più conforme alle regole internazionali dell’ antiriciclaggio. Il decreto, a firma del presidente del Governatorato, il cardinale Giuseppe Bertello, rafforzata la natura “coercitiva” delle disposizioni dell’Aif, la nuova autorità di vigilanza interna presieduta dal cardinale Attlio Nicora. Tra le disposizioni, l’obbligo di scambiare informazioni finanziarie in base a protocolli di intesa. Va detto che la legge 127 riprende in toto, quasi un “copia e incolla”, l’analoga normativa italiana, per apportarne modifiche in senso ancor più restrittivo. E solo così che si guadagna il responso favorevole dei consulenti di Moneyval, l’organo del Consiglio d’Europa che si occupa della valutazione dei sistemi di antiriciclaggio. La fine della breve era Gotti Tedeschi, nella primavera 2012, con tutta la sua coda di domande senza risposta e il polverone che ne è seguito, ha coinciso con la vicenda del “corvo”, al secolo Paolo Gabriele, il cameriere del papa trafugatore di documenti riservati dall’appartamento del pontefice fatti planare sulle scrivanie di alcuni giornalisti, la cui identità è stata svelata proprio in quei giorni. E proprio poche ore dopo il fulmine a ciel sereno delle dimissioni del papa (l’11 febbraio, la stessa data della fondazione della Commissione Ad Pias Causas, oltre a quella dei Patti Lateranensi e dell’apparizione della Maria a Bernadette di Lourdes) è arrivata la notizia della nomina a nuovo presidente del barone tedesco Ernst von Freyberg (dopo nove mesi di “vacatio”) e del rinnovo della Commissione Cardinalizia. Von Freyberg è il nome uscito da una società di cacciatori di teste che ha esaminato oltre quaranta profili. Ma questa è storia di ieri.

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Cambio di guardia allo Ior, de Franssu subentra a von Freyberg
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