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Lirica
 

Addio ad Angelo Loforese, il "tenore con la valigia" col Do di petto in tasca

15/05/2020  A fine marzo aveva compiuto cento anni e dal 2016 era ospite a Casa Verdi. Da baritono era diventato subito tenore, recitando in circa 80 opere in Italia e nel mondo. Il debutto nel 1952 a Milano nel ruolo di Manrico del Trovatore. Aveva lavorato con i grandi: dal maestro Von Karajan a Renata Tebaldi e Giulietta Simionato. «La voce», diceva, «è l’unico strumento creato da Dio»

27 marzo 2019, il maestro Loforese festeggia 99 anni a Casa Verdi
27 marzo 2019, il maestro Loforese festeggia 99 anni a Casa Verdi

Il 27 marzo aveva compiuto cento anni. A festeggiarlo c’erano solo gli “illustri ospiti” di Casa Verdi in attesa di poter tornare alla normalità e organizzare una festa più grande con i familiari, gli amici e i tantissimi estimatori. Il maestro Angelo Loforese se n’è andato giovedì sera, in silenzio. Esattamente la dimensione che meno aveva caratterizzato la sua vita di “tenore con la valigia”, “rivale” dei grandi Giuseppe Di Stefano e Franco Corelli, sempre in giro per i teatri del mondo, capace di emozionare con il suo Do di petto sfoderato magistralmente, per esempio, nella popolare cabaletta Di quella pira del Trovatore di Verdi.

«Si è spento come una candelina, il carico dell’età si faceva sentire», spiegano da Casa Verdi. Accanto a sé i figli Elio e Savina, la nuora Bruna e i nipoti Luca, Simona e Chiara. Loforese, dal 2016 nella casa di riposo voluta dal Maestro a Milano, aveva vissuto gli ultimi anni con grande serenità. Quando noi cronisti andavamo a intervistare gli ospiti di Casa Verdi, Loforese era il primo a rispondere e intrattenersi amabilmente snocciolando aneddoti della sua lunga e prestigiosa carriera. Elegante, con l’abito e il bastone che lo facevano sembrare quasi un principe rinascimentale. Aveva una profonda cordialità umana e un tratto umile, dote spesso rara nel mondo dell'arte.

Origini milanesi, aveva iniziato a studiare canto all'età di 18 anni con Anna Degiachelli, una principessa russa probabilmente rifugiatasi in Italia che aveva assunto un identità italiana. «La passione per la musica classica mi è venuta ascoltando il grammofono di mio padre, quando ancora non esistevano né la radio, né la televisione», aveva raccontato qualche anno fa in un’intervista per il portale OperaClick. Il 4 gennaio 1941 arriva la chiamata alle armi e Loforese è costretto a sospendere gli studi. Dopo un periodo vissuto forzatamente in Svizzera, rientra in Italia, dove riprende a studiare con il marito del soprano Lina Pagliughi e grazie ai suoi stessi impresari, inizia a cantare da baritono dopo aver debuttato nel 1948 nel ruolo di Silvio ne I Pagliacci di Leoncavallo.

«Poco dopo», ricordava, «ho conosciuto il maestro Emilio Ghirardini e con lui sono passato da baritono a tenore in soli sei mesi. Ghirardini mi ha dato due insegnamenti per me fondamentali ovvero: "canta davanti ai denti" (ovvero con le labbra) e "impara a non fare fatica". Questi due semplici insegnamenti sono rimasti alla base del mio canto e del mio insegnamento, perché il canto non è niente di tangibile, è emissione di fiato, un insieme di sensazioni che ognuno deve trovare dentro di sé». Nel 1952, da tenore, il debutto nel Trovatore, nel ruolo di Manrico, al Teatro Nuovo di Milano. Come tenore ha cantato circa ottanta opere in 1.750 rappresentazioni, soprattutto in Francia, ma anche nei più importanti teatri italiani, dalla Scala al San Carlo di Napoli, dal Massimo di Palermo alla Fenice di Venezia, e del mondo: Germania, Spagna, Austria, Portogallo, Grecia, Giappone, Brasile, Argentina, Stati Uniti e Sudafrica.

«Ho cantato», ricordava con grande orgoglio, «con grandi direttori d'orchestra come per esempio Herbert Von Karajan, Votto, Gianandrea Gavazzeni, Bartoletti, Santini e al fianco di grandi colleghi come Renata Tebaldi, Scotto, Tagliabue, Bastianini, Gencer, Olivero, Barbieri, Siepi, Giulietta Simionato».

Il maestro Loforese canta "Di quella pira" durante la serata del 16 marzo 2013 al Teatro Rosetum di Milano

  

Il melodramma non è solo canto, è anche recitazione. E il maestro Loforese lo sapeva bene: «Il gesto va accentuato, dilatato, dal momento che anche il tempo dell'azione è dilatato dalle note. Io ho ricevuto indicazioni da alcuni registi come Beppe De Tommasi e Giorgio De Lullo», spiegava, «c'è chi sostiene che occorra "entrare nel personaggio" per saper interpretare al meglio un determinato ruolo, io credo sia invece l'esatto opposto, ovvero quello che in pratica sosteneva il grande Stanislavskij, l'importanza fondamentale di "far entrare il personaggio dentro di sè". Io non posso sapere come si sarebbe comportato quel dato personaggio nella sua epoca, ma so come mi comporterei io nella medesima situazione. Una cosa importante che dico ai miei allievi è quella che occorre "essere sè stessi". Altra cosa importante è il problema del far comprendere appieno quello che si canta. Gavazzeni ricordava spesso ai cantanti che lo stesso Ildebrando Pizzetti, raccomandava il famoso "recitar cantando", ovvero l'utilizzo importantissimo della parola».

C’era un aneddoto che il maestro non tralasciava mai di raccontare: «Dovevo essere sempre pronto anche a sostituire un cantante all'ultimo momento, come spesso mi è capitato in diverse occasioni. Ricordo per esempio, quando mi telefonarono la domenica verso le 13, chiedendomi di sostituire il tenore che avrebbe dovuto interpretare Calaf nella recita pomeridiana di Turandot alla Scala; quel tenore era un certo Corelli. Alla fine andò bene».

Nel suo repertorio, vastissimo, si va dal Nemorino de L'elisir d'amore di Donizetti, all'Otello verdiano di fine carriera. I ruoli a lui più congeniali erano Des Grieux (Manon Lescaut), Canio (I pagliacci), Loris, Turiddu, Romeo Montecchi (Zandonai), Aligi, Don José. Figurano anche ruoli impervi come Raoul de Nangis (Les Huguenots) e Arnoldo (Guglielmo Tell).

Dopo aver lasciato il palcoscenico, Loforese si è dedicato all’insegnamento di Arte Scenica al Conservatorio di Padova e poi di canto al Conservatorio di Venezia e di Milano.

Quando nel 2013, a 93 anni, aveva festeggiato al Rosetum di Milano i 60 anni dal debutto nel ruolo di Manrico aveva eseguito, fra gli altri brani, la cabaletta della Pira in tono e con i due do di tradizione. Fino all’ultimo aveva sfoderato i suoi acuti squillantissimi: «Fino a poco tempo fa non mancava di esibire le sue doti canore quando gli venivano richieste e con estrema sicurezza faceva svettare il suo Do di petto sempre pronto», ricorda il baritono Armando Ariostini che cura la pagina Facebook di Casa Verdi.

Loforese ripeteva sempre una frase di Beethoven («Chi si accinge a questa divina arte deve avere pazienza, perseveranza, costanza, fiducia in sé stesso, saper sperare ed attendere»). «Di questa frase», ha detto ad OperaClick, «mi piace sottolineare il fatto che Beethoven definisce il canto quale "divina arte", poiché la voce è l'unico strumento creato da Dio». Ora potrà continuare a esercitarla direttamente nell’abbraccio con il Creatore.

 
 
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