logo san paolo
lunedì 08 agosto 2022
 
INTERVISTA
 

Se l'America si ritira dal mondo

26/09/2014  L'analisi del direttore della rivista di geopolitica East James Hansen: "Gli Stati Uniti si stanno ritirando lentamente dallo scacchiere mondiale. Sono stanchi di combattere microguerre in tutti gli angoli del Pianeta"

L'ultimo numero di East. In alto: il direttore James Hansen
L'ultimo numero di East. In alto: il direttore James Hansen

James Hansen, cittadino americano ormai in Italia da 39 anni, consulente di relazioni internazionali per enti e aziende leader di tutto il mondo, è il direttore della rivista di geopolitica East. La sua analisi della crisi ucraina e mediorientale è spietata, ma lucida. Gli articoli che si avvicendano sulle pagine del periodico (stampato in italiano e in inglese) e della versione on line (www.eastonline.eu) parlano soprattutto delle colpe di noi occidentali e di europei (un contributo di Giuseppe Cucchi e Romano Prodi si dilunga sui “peccati di omissione” della politica estera dell’Unione). Soprattutto ci parla di un mondo in cui non ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. La situazione, come in Siria, è molto più complessa. “Qualche settimana fa ho incontrato anche l’ex presidente polacco Aleksander Kwasniewski”, ricorda Hansen. “Mi ha sintetizzato la situazione con una parola: hopeless”. I polaccchi, che confinano con l’Ucraina e seguono la crisi con la Russia con grande apprensione, non sono per nulla ottimisti”.
La tregua proposta oggi dal vertice Nato tra Russia e Ucraina reggerà?
“E’ una tregua che è tornata molto comoda al vertice Nato ma è un cessate il fuoco non ancora ben definito. Poroshenko e Putin ne parlano in modo diverso. Naturalmente è una manna per la Nato, poiché non è in grado di portare avanti una soluzione militare”.
Non è positiva una soluzione politica che eviti ulteriore spargimento di sangue? “Certamente. Purtroppo non sempre la soluzione politica è condivisa e soprattutto non sempre permette di vincere. La Russia in Ucraina e l’Isis in Siria e in Iraq stanno cercando soluzioni con la forza e stanno vincendo. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale noi occidentali abbiamo abbracciato un’ideologia tale per cui con un intervento armato non si risolve niente. Purtroppo a volte si risolve qualcosa, quasi mai nel bene, ahime, ma cambia le cose”.
Cosa può accadere in Ucraina?
“Se l’Ucraina torna nella sfera di influenza russa sarà un disastro per il Paese. La sua attività produttiva finirà a pezzi. E cercherà di far pagare il conto all’Europa”.
E come?
“Qualcuno deve finanziare i disastri causati. Si dice che la prima vittima in ogni guerra è la verità. Dove stanno le verità in Ucraina? Leggiamo tutto e il contrario di tutto. I russi dicono di non aver fatto nulla e gli ucraini dicono di aver visto truppe russe dappertutto e la Nato conferma. Quel che possiamo immaginare è come andrà a finire.  Questa avventura è straordinariamente costosa anche per la Russia. I russi stanno cercando disperatamente una via di uscita e questo è positivo. Ma temo che questi strascichi dureranno per molti anni”.
Una guerra a bassa intensità…
“Una guerra asimmetrica. Costa molto poco condurla e moltissimo combatterla. L’Ucraina non è un Paese primitivo, non è quel Paese di carri di fieno trainati da buoi che ci immaginiamo. L’Ucraina è un esportatore d’armi con un’industria degli armamenti estremamente sofisticata”.
 Perché Obama sembra così impotente di fronte alla crisi Ucraina e soprattutto irachena?
“Sono i giornali europei che lo vedono così. Obama in politica estera è molto meno di un genio e soprattutto è più interessato alle vicende domestiche è come se fosse in perenne campagna elettorale. Ma gli europei vorrebbero che gli americani risolvessero a costo zero i guai d’Europa e dell’Occidente. In realtà gli Usa, che si stanno ritirando dall’Europa da tre decenni, lo stanno facendo anche dal Medioriente. Sono stanchi di combattere micro guerre in tutte le parti del mondo, di subire vittime”. Eppure non molto tempo fa, nel 2003, al tempo dell'amministrazione Bush, sono stati gli Stati Uniti a voler intervenire, si dice per il petrolio iracheno.
“Oggi la situazione è diversa. Grazie a questa tecnologia che si chiama fracking (fratturazione idraulica) gli Stati Uniti sono autonomi dal punto di vista del petrolio, addirittura lo producono i sovrabbondanza, non sono più dipendenti dagli arabi, se l’Opec aumenta il prezzo del greggio ci guadagnano anche loro. Ma , ripeto, c’è una debolezza anche personale. Obama non è particolarmente interessato al resto del mondo. Come tutti gli americani”.
I video dei terroristi dell’Isis e di altri gruppi estremisti che massacrano cittadini occidentali non stanno spingendo l’opinione pubblica verso un intervento?
“Stanno impressionando l’opinione pubblica americana, ma non al punto di desiderare un intervento che vada oltre droni e bombardamenti aerei contro l’Isis in alleanza con questa “armada” di quaranta Paesi, tra cui moltio appartenenti al mondo arabo. Gli americani non vogliono mettere gli scarponi sul terreno, come si dice. Obama non vuole altre vittime, perché non le vuole nessuno in America. Semmai tornassero in Iraq gli americani non ci tornerebbero mai da soli. Quello lo hanno già fatto. Gli Stati Uniti sono la forza militare più potente del mondo. Potrebbero cancellare l’esercito straccione dei terroristi dell’Isis in poche settimane. Il punto è che potrebbero, ma non lo vogliono”.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo