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venerdì 12 agosto 2022
 
l'intervista
 

Mara Venier: «Alla mia domenica (In) manca solo papa Francesco»

24/02/2019  «È un uomo straordinario e imprevedibile, un po’ come me. Da piccola vinsi il primo premio di catechismo e mia mamma non mi diede retta: “Figurati, sei una peste”. Sono tornata a una trasmissione che ho sempre sentito mia, non mi aspettavo così tanto affetto da parte del pubblico»

Mara Venier (68 anni) è originaria di Mestre. Nel 1993 ha condotto la sua prima Domenica In ottenendo in breve tempo un'enorme popolarità (Ansa)
Mara Venier (68 anni) è originaria di Mestre. Nel 1993 ha condotto la sua prima Domenica In ottenendo in breve tempo un'enorme popolarità (Ansa)

Non è questione di salotto. Che sia quello di Raiuno o della sua casa di Milano, il risultato non cambia. Mara Venier è sempre la stessa: incontenibile, simpatica, ti mette subito a tuo agio. Arriva trafelata: «Scusa il ritardo, amore della zia. Vuoi un caffè?». Guarda il video-tormentone di lei ospite da Fabio Fazio che ripete a raffica «mi sono alzata alle cinque». Risate. Il suo ritorno in Rai è stato un ciclone: d’ascolti e di affetto del pubblico. Si è ripresa lo scettro di regina della domenica con classe, simpatia ed eleganza. E fioccano i record: la puntata “sanremese” del 10 febbraio scorso in diretta dal Teatro Ariston ha totalizzato quasi 5 milioni di spettatori e il 27,1 di share. Era dal 2012 che non si raggiungevano ascolti così alti. E, altra sorpresa, il 26,6 per cento di share è arrivato da giovani dai 15 ai 24 anni.

Insomma, la Domenica In di Mara Venier è tornata ad essere una colonna di Raiuno, un pezzo di virtuosismo della Tv che sa coniugare leggerezza e cronaca, intrattenimento e servizio pubblico. Con lo stile inconfondibile della zia che la domenica arriva a casa per prendere il caffè dopo pranzo e tu passi tutto il pomeriggio a chiacchierare piacevolmente con lei.

È sorpresa di questo successo?

«Sì, non mi aspettavo tutto quest’affetto. È stata una bella rivincita dopo quattro anni di assenza dalla Rai. Vado avanti con tenacia e fatica. Le polemiche non m’interessano».

Ma è vero che a giugno smette?

«Con la Rai ho un contratto di anno. Vedremo».

Fa la misteriosa.

«Ormai sono vecchietta, voglio andare in pensione (ride, ndr). Ai tempi della mia prima Domenica In, nel 1993, avevo quarant’anni, adesso ne ho sessantotto».

Che infanzia è stata la sua?

«Bella. Vengo da una famiglia modesta: papà ferroviere, mamma sarta. Non avevamo tanto ma eravamo uniti e ci volevamo bene».

E lei che bimba era?

«Una peste, la dannazione dei miei. Andavo a scuole dalle suore Canossiane a Mestre. In prima elementare vinsi il primo premio del concorso di catechismo. Tornai tutta contenta a casa da mamma e glielo dissi. Lo sa che non mi ha creduto?».

Addirittura.

«“Figurati, sei una peste”, mi disse. Pensava scherzassi e, infatti, non mi portò in parrocchia per la premiazione. Qualche giorno dopo arrivò il parroco, don Gino Trevisan, a portarmi a casa la targa di ceramica con una preghiera. Lo ricordo come fosse ieri. Dopo la morte di mia madre (giugno 2015, ndr) non ho voluto nulla della nostra casa. Ho cercato disperatamente solo quella targa ma non l’ho più trovata».

Il Ferroviere di Pietro Germi lo hai mai visto?

«Da piccola lo vedevo ogni anno, all’Epifania, durante la festa per i figli dei ferrovieri. Oggi non riesco più perché mi fa piangere. È esattamente la vita di mio papà: cardiopatico e musicista. Lui suonava la fisarmonica. La sera quando finiva di lavorare andava all’osteria, suonava e offriva da bere a tutti. Quando alzava un po’ il gomito, andavo a recuperarlo e tornavamo a casa mano nella mano».

È diventata mamma prestissimo.

«Avevo 17 anni. Per sposarmi con Francesco Ferracini serviva l’assenso dei miei perché ero minorenne. Don Gino mi disse di tenermi Elisabetta e rinunciare al matrimonio. Era un prete straordinario. Gli avessi dato ascolto…».

Con Ferracini andò subito male.

«Dopo la cerimonia nuziale mi disse: “Vado a Roma, ho un lavoro, voglio fare l’attore”. E sparì».

Sposata e abbandonata.

«Lo raggiunsi io. Appena arrivai nella Capitale mi innamorai perdutamente della città. I colori del tramonto a Villa Borghese, l’atmosfera. Fu un colpo di fulmine. Era maggio, avevo un cappottino bianco e nero che mi aveva cucito mia madre».

Mara Venier insieme ai figli Elisabetta (50 anni) e Paolo (43)
Mara Venier insieme ai figli Elisabetta (50 anni) e Paolo (43)

Anche lei voleva fare l’attrice?

«Ma va, non ci pensavo neanche (ride, ndr). Volevo soltanto convincere Francesco a tornare a Mestre con mia figlia e aprire una profumeria. Ma lui niente. Fortuna che c’era il suo amico, lo stilista Roberto Capucci».

Racconti.

«Mi chiamò e mi offrì di fare un servizio da modella per una prestigiosa rivista di moda americana, la Harper’s Bazar. Centomila lire al giorno per una settimana. Non credevo ai miei occhi. Per guadagnare cinquemila lire a settimana dovevo girare tutto il Veneto con il campionario».

Cosa fece con quei soldi?

«Presi una casa in affitto sull’Aurelia, la arredai e feci venire mia mamma con mia figlia. Da allora Roma è diventata la mia città d’adozione».

Le manca Mestre?

«Tantissimo ma non ci vado più da quando è morta mia madre. L’anno scorso dovevo andare a Cortina e sono scesa a Padova. Non ce l’ho fatta a rivedere la mia città. Prima o poi tornerò».

Qual è il suo rapporto con la fede?

«Forte e imprevedibile. Sento spesso il bisogno di entrare in chiesa e pregare. A Roma vado a Santo Spirito in Sassia, vicino a San Pietro. Con Dio ho bisogno di parlare, discutere, a volte mi sfogo, è un rapporto personale, molto intimo».

Pensa che rivedrà sua madre?

«Magari. A volte prendevo il treno da Roma, arrivavo a Mestre, le facevo la spesa e ripartivo. Ci sentivamo tre volte al giorno. La sua morte è stato il dolore più grande della mia vita».

“Mia mamma sembra una yè-yè, aperta, giovane e invece è tradizionalista, religiosa, ha valori sui quali non transige. La famiglia, l’educazione, il rispetto. E io uguale”. Sono parole di sua figlia Elisabetta.

«È così. Quando lei usciva, la aspettavo alzata fino alle tre di notte. Quando venivano a prenderla mi affacciavo alla finestra e urlavo: “Mi raccomando, comportati bene e a mezzanotte a casa”. Elisabetta si vergognava un po’ (ride, ndr)».

In un’intervista lei ha detto: “Mi pento di aver dedicato troppo tempo a persone che non lo meritavano e di aver trascurato i miei figli”. Conferma?

«Trascurato no. Ho sacrificato molto tempo per il lavoro, questo sì. Subito dopo la mia prima Domenica In, nel 1993, mi offrirono di fare una fiction con Gianni Morandi. Accettai subito perché pensavo che la mia carriera da un momento all’altro sarebbe finita. E invece, come canta Vasco, sono ancora qua».

Meglio come mamma o come nonna?

«Come nonna. Da madre ho fatto molti errori. Ero sola, dovevo pensare a lavorare per mantenere la famiglia. Fortuna c’era mia madre che mi dava una mano e accudiva i miei figli. Adesso non riesco a stare più di due giorni lontana da mio nipote Claudietto (figlio del secondogenito Paolo, ndr). È una peste, mi abbraccia, mi bacia, mi tira i capelli. L’ho ribattezzato “Chapito” come El Chapo, il protagonista della serie di Netflix».

Mara Venier incontra papa Francesco durante l'udienza in Vaticano del 7 dicembre scorso con la delegazione che ha curato l'allestimento del presepe in sabbia in Piazza San Pietro (Ansa)
Mara Venier incontra papa Francesco durante l'udienza in Vaticano del 7 dicembre scorso con la delegazione che ha curato l'allestimento del presepe in sabbia in Piazza San Pietro (Ansa)

L’intervista più bella di questa Domenica In?

«Quella a Ilaria Cucchi è stata sicuramente la più difficile. Ho studiato una settimana, l’approccio non era facile soprattutto in quei giorni di polemiche. Io studio meticolosamente e cerco di sapere tutto dell’intervistato. Poi, quando si accende la telecamera calcolo molto poco, improvviso, mi lascio andare, il mio approccio è la curiosità. Con Ilaria è emersa la vicenda umana e familiare di Stefano che pochi conoscevano».

Ha intervistato anche Carlotta Mantovan, moglie di Fabrizio Frizzi.

«Il dolore per la morte di Fabrizio è come se l’avesse pietrificata, esprimeva tutto il dolore con gli occhi. Poco prima di morire, Fabrizio mi mandò un sms: “Sto lottando come un leone”. Ce l’ho ancora qui (mostra il cellulare, ndr)».

I politici?

«In passato facevano a gara per venire da me. Adesso non posso ospitarli neanche nello spazio dedicato all’attualità. È il regolamento Rai».

L’intervista che sogna di fare?

«A papa Francesco. L’ho incontrato il 7 dicembre scorso in Vaticano. Questo Papa mi piace perché è l’unico uomo di sinistra rimasto in Italia ed è imprevedibile un po’ come me. Insomma, nun ce vo’ sta e anch’io, nella vita, nun ce vojo sta».

 
 
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