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lunedì 06 dicembre 2021
 
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«Vorrei che il mondo cattolico si battesse di più per il lavoro svuotato di diritti e dignità»

09/10/2021  Paolo Landi, allievo di don Milani, è autore della mostra sul pensiero del priore di Barbiana che è arrivata a Santa Maria degli Angeli in occasione della Marcia Perugia-Assisi: «L’I care oggi deve essere linfa per il contrasto alle diseguaglianze nel lavoro e nell’istruzione. Mi piacerebbe che non ci fosse solo il papa a dire che il lavoro è dignità»

Paolo Landi
Paolo Landi

Paolo Landi è un ex allievo di don Milani, arrivato a Barbiana nel 1963, portato dal padre perché prendesse la licenza media. Don Lorenzo Milani lo accolse dicendo: «Paolo capirà presto che lo studio apre a cose più belle e importanti di un diploma». Oggi, dopo tanti anni nel sindacato e nell’associazione consumatori, parla spesso ai ragazzi e a chi lo chiede della storia e delle idee del suo maestro. Il 3 settembre scorso, vigilia della marcia di Barbiana ha organizzato una mostra sul pensiero milaniano in piazza Giotto a Vicchio del Mugello, paese di cui Barbiana è frazione. Domenica 10 ottobre quella mostra migrerà a Santa Maria degli Angeli ad Assisi a suggellare il gemellaggio ideale con la Marcia Perugia – Assisi, che quest’anno compie 60 anni ed è intitolata al motto milaniano: “I care”, mi interessa, mi faccio carico, mi importa, in contrapposizione al motto fascista “Me ne frego”.

Landi, è la prima volta che la Marcia Perugia-Assisi istituzionalizza per così dire un nesso ufficiale con Barbiana e il pensiero milaniano?

«Per la prima volta la marcia di Barbiana, il 4 settembre scorso, è diventata la prima tappa della Marcia della pace, ma è evidente che c’è da sempre un affinità culturale di fondo. Rende l’idea una bella foto scattata a Barbiana in cui tre persone reggono tre immagini: in una c’è don Milani, in un’altra Gandhi nella terza Aldo Capitini, l’ideatore della Marcia della pace. Mi sembra un accostamento perfetto perché non dobbiamo dimenticare che don Milani, esponendosi con la Lettera ai cappellani militari, è stato uno dei simboli dell’obiezione di coscienza, le sue argomentazioni hanno finito per fare pressione per ottenere la legge sull’obiezione, una presa di posizione pubblica che gli costò un processo per istigazione a delinquere (nella sostanza era accusato di indurre i giovani di leva a disertare, ndr). Nella lettera pubblica ai cappellani passata alla storia come l’obbedienza non è più una virtù non c’è un’istigazione alla disobbedienza ma una profonda riflessione sulla virtù della responsabilità: l’aver obbedito a un ordine non esime il singolo dalla reponsabilità se il contenuto di quell’ordine è immorale. In quel testo Milani ripercorre la storia italiana osservando che non ci sono state guerre difensive se non quella partigiana. Ovviamente, da disobbediente qual era, insegnava che chi disobbedisce se lo fa per un principio se ne assume le conseguenze e che davanti alle leggi ingiuste, che sono tali perché sanciscono il sopruso del forte non tutelando il debole, un cittadino si batte per cambiarle usando le armi pacifiche dello sciopero e del voto».

Qualche giorno fa durante una conversazione pubblica a Cesena in preparazione alla marcia per la pace, ha parlato anche di cura rivolta al singolo, raccontando un aspetto poco noto di don Lorenzo.

«Si è un po’ perso di vista il fatto che don Lorenzo aveva l’abitudine di prendersi cura di noi non solo da maestro e da sacerdote collettivamente ma quasi da padre, era considerato di famiglia da tutti noi e si preoccupava di come stavamo, se avevamo problemi, della situazione familiare e anche della nostra salute, di tanto in tanto chiamava a Barbiana Adriano, suo fratello medico perché ci visitasse tutti. In quella che io chiamavo la predica di mezzogiorno dopo pranzo aveva l’abitudine di prendere uno di noi per farci una chiacchierata più personale in cui si affrontavano tante questioni, le preoccupazioni in famiglia, per il lavoro per la salute, era ovviamente il momento in cui si affrontavano anche temi spirituali. Ricordo una bella lettera in cui Ada Negri gli scrisse chiedendogli come facesse il cristiano ad amare tutti: le rispose che Dio ci ha dato facoltà di amare concretamente un numero limitato di persone e che rispetto a quelle il cristiano deve essere al servizio: I care, io mi curo di te? Che cosa intendesse con questo lo rende bene un episodio dei tempi in cui, prima di essere mandato a Barbiana, era stato cappellano a San Donato, a Calenzano. C’era una processione e tanti senza partecipare la guardavano passare dal marciapiede opposto. L’anziano parroco disse: “Padre, perdonali perché non sono qui con noi”. Don Lorenzo replicò: “Padre perdonaci, perché non siamo là con loro”. Si direbbe che guardasse avanti fino ad anticipare il concetto della “Chiesa in uscita”, tanto caro a papa Francesco. Nel messaggio sinodale per la Chiesa del terzo millennio riconosco tanti echi del pensiero milaniano e così nell’Enciclica Fratelli tutti».

Nel tondo Paolo Landi insieme agli altri allievi di don Milani

Dopo la visita di papa Francesco a Barbiana ha notato cambiamenti nel riconoscimento di don Milani nel mondo cattolico?

«Nel mio piccolo ho notato che se prima del giugno 2017 mi invitavano a parlare di don Lorenzo soprattutto scuole e centri culturali ora mi chiamano molte parrocchie. Forse la curiosità c’era anche prima ma il gesto del papa sembra averle incoraggiate».

A proposito del tema della cura della marcia di domani, quale sembra oggi il tema urgente?

«Il contrasto alle diseguaglianze nel lavoro e nell’istruzione, mi piacerebbe che non ci fosse solo il papa a dire che il lavoro è dignità, ma che ci fosse più pressione da parte del mondo cattolico nei confronti di un lavoro per i giovani sempre poco e svuotato di diritti».

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"I care", il popolo della pace in cammino per la marcia Perugia-Assisi
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