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Monsignor Christian Carlassare: «Perdono chi mi ha sparato»

06/05/2021  Dopo la nomina del Papa, avrebbe dovuto insediarsi nella sua diocesi in Sud Sudan. Lo hanno assalito in casa ferendolo alle gambe. Ora si cerca la verità

«Ho pensato che il messaggio del perdono è l’unico che in questa situazione può portare alla giustizia. Cerchiamo che la verità sia fatta affinché questi avvenimenti non accadano mai più, ma sappiamo che il Vangelo ci insegna il perdono e da questo può nascere davvero una trasformazione». Sono state queste le prime parole di monsignor Christian Carlassare, missionario comboniano e neovescovo di Rumbek, che nella notte tra il 25 e il 26 aprile è stato vittima di un attentato. Due uomini armati sono entrati nella sua stanza e gli hanno sparato alle gambe. Un atto di intimidazione gravissimo, maturato con ogni probabilità all’interno della stessa Chiesa, in cui sono molto forti le istanze tribali. Sono state, infatti, arrestate dodici persone, tra cui tre preti. È una vicenda triste e drammatica, che aggiunge sofferenza a sofferenza: quella di padre Christian, ma anche quella di tutto il popolo sud sudanese che continua a non conoscere pace. Sono passati dieci anni da quel 9 luglio 2011, in cui veniva proclamata l’indipendenza della Repubblica del Sud Sudan; e anche dalla morte di monsignor Cesare Mazzolari, deceduto pochi giorni dopo a Rumbek, di cui è stato a lungo vescovo. Lo scorso 8 marzo papa Francesco ha nominato alla guida della diocesi padre Carlassare, che avrebbe dovuto insediarsi domenica 23 maggio, giorno di Pentecoste, nella piccola cattedrale circondata da alberi di frangipane, simbolo di devastazione durante la guerra contro il Nord, ma anche di rinascita in questi anni turbolenti di fragile indipendenza. La nomina di padre Carlassare ha un grande valore simbolico: è un giovane tra i giovani con i suoi 43 anni, in un Paese dove l’età media è di 18 e la maggior parte dei pochissimi preti locali è della sua generazione; è un missionario comboniano e questa terra, la “Perla nera” di Daniele Comboni, ce l’ha nel Dna; è un vicentino, cresciuto nel mito di Josefina Bakhita, l’ex schiava sudanese canonizzata nel Duemila.

UNA SFIDA DIFFICILE

Dal 2005, quando è arrivato nella diocesi di Malakal (di cui è stato vicario nell’ultimo anno), padre Christian si è calato nella vita della gente e ne ha condiviso i patimenti in questi anni di violenze intestine, che sono scoppiate nel 2013 e continuano ancora oggi. Uno che, come direbbe papa Francesco, si porta addosso «l’odore delle pecore», anche se in Sud Sudan bisognerebbe usare la metafora delle vacche, che sono al centro di tutto, della vita e, purtroppo, anche di molti conflitti. Padre Christian si appresta ora ad affrontare una grande sfida: quella appunto di guidare una diocesi, che è rimasta vacante per dieci lunghi anni ed è evidentemente molto travagliata al suo interno. «È una grande responsabilità», ammette, «anche perché ho sempre operato in un’area dominata dall’etnia nuer, mentre nella regione di Rumbek sono quasi tutti dinka, i grandi rivali. In realtà, questi due popoli fieri e battaglieri si somigliano molto e spero di poter fare da ponte, specialmente nelle zone di confine, dove si incontrano e spesso si scontrano». Il tema della riconciliazione, del resto, gli è sempre stato a cuore. E oggi più che mai: «Paradossalmente, il popolo sud sudanese era più unito quando combatteva contro il Nord. Con l’indipendenza sono emersi tutti i problemi e le divisioni interne. Oggi la sfida più grande è riuscire a guarire le tante ferite che il conflitto civile ha ulteriormente approfondito, dividendo la popolazione e accentuando il senso di appartenenza alla tribù o al clan, spesso in contrapposizione con gli altri». La classe politica non ha certamente contribuito a sanare le frattura, anzi. Composta sostanzialmente da ex militari bramosi di potere e di ricchezza, non ha saputo proporre una visione di nazione e un percorso di pacificazione a lungo termine. E così, nonostante l’ennesima ‚firma di un accordo di pace nel settembre 2018, il conflitto continua a vari livelli. E a pagarne il prezzo più alto è come sempre la popolazione civile.

L’IMPEGNO DELLA CHIESA

  

«Ci sono troppe divisioni e troppi interessi, legati soprattutto al controllo delle risorse», conferma padre Carlassare. «Non a caso le peggiori violenze si sono verificate nei territori di Malakal e Bentiu, ricche di petrolio. E poi c’è un’incapacità di fondo dei leader di raggiungere la gente. Ci sarebbe bisogno di passare da queste figure legate alla vita militare del passato a una leadership nuova fatta di civili e di veri uomini politici. Altrimenti la gente, che ha già perso completamente fiducia nelle istituzioni, si rifugerà ancora di più nel clan. Ma questo non fa altro che accentuare e approfondire paure e tensioni». La spirale di violenze e vendette in cui spesso le comunità ‚finiscono è esasperata anche da una situazione economica e da una crisi umanitaria catastrofiche: «Circa metà della popolazione vive sfollata. Ma anche gli altri spesso sono appesi alla sussistenza. Quest’anno, a causa delle inondazioni, molte terre non possono essere coltivate. La gente è di nuovo alla fame». Non è la prima volta, anzi, è un tema ricorrente. L’Onu ha lanciato l’ennesimo appello per far fronte al dramma di 6,6 milioni di persone «a causa dell’escalation di violenza e dello sfollamento». In questo contesto così drammatico, la Chiesa può essere un punto di riferimento? Padre Carlassare ne è convinto, nonostante quello che gli è successo. «C’è grande impegno su più fronti, soprattutto quello educativo e sanitario, ma anche nelle emergenze. E c’è un grande investimento nella promozione di percorsi di giustizia, riconciliazione, guarigione della memoria e cura dei traumi, ma anche di dialogo ed educazione alla pace. Bisogna insistere moltissimo su questo».

IL SOGNO: IL PAPA IN SUD SUDAN

Al di là dei progetti specifici, è soprattutto la presenza capillare in molte zone del Paese a far sì che la Chiesa cattolica contribuisca a promuovere il difficilissimo cammino di unità nazionale. «Siamo presenti in mezzo a tutte le tribù e i clan», dice padre Carlassare. «Siamo lì anche per contrastare le paure e le narrative distorte che ci sono tra una comunità e l’altra e che generano odio e conflitto. Nonostante le polarizzazioni e le violenze, ho visto un approccio diverso tra le persone che hanno accolto davvero il Vangelo e che agiscono di conseguenza. È qualcosa su cui si deve lavorare ancora molto per far sì che la Buona Novella entri in profondità nel cuore delle persone e lo trasformi. Ed è un impegno che porto con me anche a Rumbek». Fin qui l’impegno. Poi c’è il sogno: che papa Francesco — che ha fatto sapere di aver pregato per lui all’indomani dell’attentato — riesca finalmente ad andare in Sud Sudan. «Sappiamo che ci tiene moltissimo, che questa terra e il suo popolo sono nel suo cuore. Conosciamo anche le difficoltà. Ma abbiamo visto che è stato persino in Centrafrica e recentemente in Iraq. Sono certo che, appena potrà, verrà anche qui».

Chi è

  

Età 43 anni 

Professione Vescovo di Rumbek in Sud Sudan

Ordinamento Sacerdote e missionario comboniano

Fede Cattolica

Il vescovo più giovane del mondo

Christian Carlassare nasce a Schio, in provincia di Vicenza, il primo ottobre 1977. Studia Filosofia a Firenze e svolge il noviziato a Venegono Superiore (Va) per poi studiare teologia all’università Gregoriana e missiologia all’Urbaniana di Roma. Ordinato sacerdote nel 2004, parte l’anno successivo per il Sud Sudan, dove opera nella diocesi di Malakal. Tra il 2017 e il 2020 è a Juba, per poi diventare vicario generale della diocesi di Malakal. Lo scorso 8 marzo, papa Francesco lo nomina vescovo di Rumbek, dove era previsto che si insediasse il 23 maggio. La diocesi, fondata nel 1975, si estende su 60 mila chilometri quadrati con 1,5 milioni di abitanti. Il 12% sono cattolici.

 
 
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