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sabato 28 maggio 2022
 
GIORNATA DI PREGHIERA PER LE VITTIME
 

«Gli abusi sono reati e peccati gravissimi, ancor più se li commettono dei religiosi»

18/11/2021  Monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna Cervia e responsabile del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei, commenta la prima Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi: «Siamo vicini a chi ha sofferto. Operiamo in accordo con la Magistratura. Vogliamo e dobbiamo rendere le parrocchie ambienti sicuri»

Monsignor Lorenzo Ghizzoni, 66 anni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, dal 2019 presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Conferenza episcopale italiana (Cei).
Monsignor Lorenzo Ghizzoni, 66 anni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, dal 2019 presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Conferenza episcopale italiana (Cei).

Il 18 novembre si celebra la prima Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi promossa dalla Conferenza episcopale italiana.(Cei) in concomitanza con la Giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale del Consiglio d’Europa. Una giornata fondamentale per la Chiesa italiana per affrontare una pagina dolorosa. Ne parliamo con monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna Cervia, responsabile del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei.

Qual è il senso di questa giornata?

«È una giornata di preghiera: il primo motivo, quindi, è pregare per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Come ha accennato anche il Papa nell’Udienza di questo mercoledì, questo è il primo dovere che abbiamo. Nello stesso tempo, deve essere anche una giornata di sensibilizzazione circa la cura e la tutela dei minori e delle persone vulnerabili. È la prima volta che si fa, per volere della Cei e come servizio nazionale per la Tutela dei minori abbiamo preparato anche dei testi. Un nuovo ufficio, quello che dirigo, che la Cei ha voluto nel 2019 per promuovere questo tema in tutte le diocesi italiane. Lo compongono una dozzina di membri, tutti esperti da diversi punti di vista: giuridico, canonico, educativo, pedagogico etc. Contemporaneamente abbiamo istituito la figura del referente diocesano; ogni vescovo italiano ne ha nominato uno che si deve occupare della prevenzione: informare sulla questione abusi, far prendere coscienza della gravità del fenomeno sia quantitativo sia qualitativo. Perché le persone che subiscono questi traumi rimangono segnate per tutta la vita a maggior ragione se ragazzi o adolescenti e se a commetterli sono stati dei chierici o dei religiosi. È un doppio scandalo, una doppia ferita».

Questa giornata quindi è l’arrivo di un percorso durato due anni, ma anche una partenza...

«Finalmente il Covid ci permette di tornare a lavorare in presenza. Per ogni regione ecclesiastica è stato nominato un vescovo responsabile, si è avvita una formazione specifica perché l’argomento è nuovo per i nostri operatori pastorali, e sono stati scelti dei referenti diocesani che per metà sono chierici e per metà laici, soprattutto donne. In maggioranza sono persone qualificate. Abbiamo cominciato a fare incontri di formazione in tutta Italia e pubblicato tre sussidi che sono il materiale di base per la formazione degli operatori: il primo sulle ferite degli abusi, il secondo sulle buone prassi in parrocchia per creare ambienti sicuri e il terzo sulla formazione di seminaristi e religiosi tenendo conto del tema degli abusi».

È significativo che abbiate scelto la concomitanza con la giornata del Consiglio d’Europa.
«Perché non vogliamo fare azione solo interna, ma anche lavorare con tutti gli organismi istituzionali e le associazioni che si impegnano a combattere questa piaga, questo delitto gravissimo che è anche un peccato altrettanto grave. L’idea è di ribadire l’alleanza con le istituzioni esterne alla Chiesa. Quindi non lavorare da soli, ma collegarsi alle altre realtà come è già successo a Bologna, Ravenna e Piacenza. Obiettivo: lavorare insieme col territorio, le autorità, gli assessorati, gli assistenti sociali che si occupano di infanzia e adolescenza». 

La vicinanza alle vittime: come avviene? Con risarcimenti, aiuti psicologici…?
«La prima azione che stiamo già facendo – casi capitati in questi anni – è di cercare di ascoltare, accogliere e accompagnare le vittime. Accompagnamento che ha due modalità: di tipo piscologico e spirituale. Se si tratta di vittime che hanno subito danni negli ambienti ecclesiali sono anche persone che sono andate in crisi di fede, che hanno perso fiducia nella Chiesa e nei pastori. È necessario non solo un aiuto psicologico ma anche un aiuto spirituale per poter rileggere gli eventi, liberarsi dai sensi di colpa e dalla vergona e recuperare sia la stima di sé, sia la fiducia e la fede in Dio. Per i risarcimenti stiamo a quello che dispone la magistratura. Perché nelle linee guida del 2019 i vescovi italiani hanno deciso di favorire e incoraggiare la denuncia dei casi che vengono segnalati ai nostri centri di ascolto, o ai referenti o nelle curie. Abbiamo scelto di denunciare alla magistratura questi reati. Non è un obbligo di legge per noi, ma abbiamo assunto questo impegno morale. Un’alleanza con la magistratura che è l’unica che può fare vere indagini e scoprire la verità se non c’è confessione esplicita dell’abusatore o prove inequivocabili». 

La mano è tesa anche ai “carnefici”. In che modo? Con quali percorsi?

«È un argomento difficilissimo perché coloro che vengono scoperti e denunciati e poi processati ben difficilmente sono disponibili a una collaborazione piena. Difficilmente riconoscono totalmente le loro responsabilità. Per quei casi che hanno accettato un accompagnamento c’è stata - nel carcere stesso o quando sono agli arresti domiciliari o dopo aver scontato la parte principale della pena - la possibilità di accompagnamento e accoglienza nelle case per preti e religiosi che hanno difficoltà. Sono stati pochi, ma alcuni si sono lasciati aiutare dalle persone qualificate che potevano accompagnarli. Perché c’è un problema vero: alla fine di un percorso carcerario spesso succede che questi religiosi sono dimessi dallo stato clericale, quindi, non appartengono più a nessuno, nessuno si occupa più di loro. Serve offrire loro un percorso anche perché non ci sia una ricaduta».

Qualcuno dice che la Chiesa italiana è stata l’ultima a muoversi… è così?

«In un certo senso è vero che abbiamo elaborato le nuove linee guida solo nel 2019 e messo in piedi una rete solo due anni fa; ma anche prima esistevano altre iniziative. È vero che siamo partiti un po’ in ritardo, anche se la Cei ha iniziato a occuparsi della pedofilia dei preti sin dal 2006/2007. Prima con un gruppo di studio, poi con un gruppetto di vescovi che lavoravano a questo. Le prime linee guida sono del 2014 sempre elaborate da persone competenti incaricate di occuparsene. Poi c’è stato un vero salto di qualità nel 2019 e questo è il vero passaggio. Per quanto riguarda la ricerca dei dati abbiamo consapevolezza di quel che sta succedendo in Italia. Lanceremo anche un’inchiesta nelle diocesi italiane secondo un modello che stiamo elaborando da tempo».  

 
 
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