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sabato 27 novembre 2021
 
 

Napolitano presidente della Repubblica

20/04/2013  Giorgio Napolitano ha accettato di rimettersi a disposizione della Nazione. Centro destra e centro sinistra uniti nel voto. Il popolo in piazza, però, contesta la scelta.

Siamo in un momento molto grave, un momento di emergenza della democrazia in cui il Parlamento ha rivelato la sua fatica, quasi la sua incapacità, a eleggere il presidente della Repubblica, trovando una convergenza su un nome. Si è ricorsi alla generosa disponibilità di Giorgio Napolitano che rappresenta una storia politica radicata nella Prima Repubblica e negli anni, difficili, della Seconda. È stata una scelta giusta, anzi obbligata, che però ci mette di fronte a un programma impegnativo, a cui non possiamo mancare, pena il futuro del Paese e della democrazia.

Un programma di riforma della politica di cui l’Italia ha bisogno, proprio in questo grave momento di crisi economica, anche per non sprecare più di un anno di sacrifici che ci hanno fatto allontanare dall’abisso del default.
Ma l’abisso non è poi così lontano, soprattutto in mancanza di credibilità internazionale. Si deve parlare di una crisi della democrazia? Credo proprio di sì. Non nel senso che la democrazia è a rischio di dittatura, ma che la società italiana è a rischio di parcellizzazione e impazzimento. Milioni di italiani stanno ai margini della politica, non più convinti che possa aiutarli a una vita migliore, anzi pensando di non avere più un comune destino nazionale.
Altri milioni credono ancora nella rappresentanza politica, che però è messa dura prova da scarsa credibilità. C’è poi il mondo che reclama una rappresentanza più diretta, che si serve di Internet, che protesta contro il Palazzo, che considera le istituzioni imputridite.

Ci troviamo innanzi ad un intreccio di passioni, rabbie, delusioni e aspettative che producono una miscela esplosiva. Siamo in un’emergenza politica grave, ma non siamo destinati al caos. L’Italia deve aspirare ad una democrazia più solida. Ma la classe politica deve trarre dagli eventi di queste ultime settimane una severa lezione: non si può più rimandare, non si può più scherzare con il teatrino della politica, non si può più indulgere sulla via delle riforme o nei giochi personalistici.
Ci vuole una nuova sintesi politica in un clima consapevole dell’interesse del Paese.  Bisogna operare immediatamente, senza aspettare un giorno, per un programma di riforme della politica a partire dalla legge elettorale. Si deve trovare un governo che guidi il Paese verso quella ripresa di cui i giovani senza lavoro, i poveri o gli impoveriti hanno assoluto bisogno. La crisi della politica viene pagata dai più deboli e mangia il futuro della società italiana.

Senza riforma della politica e senza governo, il sacrificio richiesto al presidente Napolitano sarà inutile. Non c’è più tempo innanzi a noi. Se non comincia subito una stagione di responsabilità condivisa l’Italia è a rischio.

I cattolici forse sono stati piuttosto silenti e spaesati in questa crisi. Occorre che facciano sentire il peso della loro presenza reale nel Paese per costruire un clima di riconciliazione di fronte a quelle lacerazioni e antagonismi che vengono dal recente passato, ma anche di fronte agli strappi costanti che si verificano nella vita quotidiana.

Abbiamo vissuto più di un anno di emergenza economica, ma ora siamo in un drammatico periodo di emergenza politica.
Con un Parlamento bloccato e con un discredito della politica. Occorre ricominciare una nuova fase costituente della democrazia, capace di sintesi tra la sensibilità della gente e le istituzioni. L’elezione di Giorgio Napolitano è un segno di speranza, che non va dissipato. Gran parte del Parlamento ha trovato unità sul suo nome con un atto di responsabilità (tutt’altro che un golpe). Confidiamo che cominci il tempo della responsabilità politica.

Andrea Riccardi




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“Giorgio Napolitano, Giorgio Napolitano, Napolitano..” sono le 17,45 di sabato 20 aprile quando la presidente della Camera, Laura Boldrini, comincia a leggere i nomi scritti sulle schede della 6° votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Il nome di Napolitano risuona per 738 volte e alle 18,46 c’è la proclamazione ufficiale di una rielezione che non si era mai verificata nella storia della Repubblica. Un evento storico. In aula scoppia un lungo applauso, mentre in piazza risuonano i fischi e gli slogan arrabbiati dei militanti grillini e dei gruppi neofascisti che gridano al “golpe” e invocano una inquietante “marcia su Roma”.

La svolta che ha portato alla riconferma di “re Giorgio” è avvenuta nella mattinata di sabato, quando prima Pierluigi Bersani, poi Silvio Berlusconi, Mario Monti e infine i presidenti delle Regioni sono saliti al Quirinale per chiedere a Napolitano di accettare la rielezione. Il Presidente, che nelle ultime settimane si era sempre dichiarato contrario a un prolungamento del settennato, ha accettato “di dover offrire la disponibilità che mi è stata richiesta” con “il sentimento di non potermi sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la nazione confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità”.

In questo modo Napolitano ha portato le forze politiche fuori dal vicolo cieco nel quale si erano cacciate dopo le prime cinque votazioni. La svolta drammatica si è avuta con il “cedimento strutturale” del Partito democratico, con le dimissioni annunciate del segretario Bersani e del presidente Rosy Bindi nella serata del 19 aprile, dopo la clamorosa bocciatura di Romano Prodi. A quel punto il Pd non era più in grado di presentare un candidato con la garanzia di farlo eleggere ormai dilaniato da guerre per bande, franchi tiratori e, come li ha definiti Bersani, “traditori” .

Il prodiano Gozi ha parlato addirittura di “criminali”. Nel giro di pochi giorni il Pd ha praticato un suicidio politico clamoroso per una forza politica che fino a pochi mesi fa sembrava marciare con il vento in poppa verso una sicura e netta vittoria elettorale. Gli eventi hanno avuto uno sviluppo drammatico. Il partito di Bersani, dopo aver vinto con un margine ristretto le elezioni politiche di febbraio e dopo il fallimento delle trattative per la formazione di un nuovo governo, ha comunque rivendicato il diritto di presentare una rosa di candidati per il Colle. Prima il Pd punta a una scelta condivisa con il centrodestra. Il primo nome indicato per il Quirinale è quello di Franco Marini, ex leader della Cisl ed ex presidente del Senato.
Il 17 aprile il Pd e il Pdl concordano sul nome di Marini, ma tra la base dei militanti del Pd comincia a montare la rivolta. Anche Matteo Renzi non digerisce il nome di Marini e invita i suoi fedelissimi a votare contro. L’irritazione dei militanti del Pd diventa palese quando al momento del primo scrutinio si salutano affettuosamente in aula Pierluigi Bersani e Angelino Alfano. L’immagine, catturata dai fotografi, finisce subito sula rete e sui giornali e diventa simbolo di un presunto “inciucio”.
Al primo scrutinio Marini prende solo 521 voti, molto al di sotto dei due terzi necessari nei primi tre scrutini. Nella tarda serata del 18 aprile l’assemblea dei grandi elettori del Pd decide di puntare su un nuovo candidato: Romano Prodi. Il sostegno per Prodi sembra unanime e anche Sel abbandona la candidatura di Rodotà per votare l’ex premier dell’Ulivo.

Il nome di Prodi, invece, viene considerato uno schiaffo da parte del centrodestra, che sceglie di non votare. Mario Monti invece lancia la candidatura del ministro dell’interno Cancellieri e chiede alle grandi elettrici di tutti gli schieramenti di sostenerla. La terza votazione, la mattina di venerdì 19, è interlocutoria, all’insegna delle schede bianche. Nella quarta votazione, il pomeriggio, il quorum scende a 504 voti. Prodi avrebbe i numeri per farcela, ma durante lo spoglio ci si accorge che Prodi non sale. Alla fine prenderà solo 495 voti. All’appello ne mancano 101.

Gli esponenti del centrodestra esultano. “Basta”, sbotta Gasparri, “questo non è il congresso del Pd”. I grandi elettori del Pd hanno i volti devastati. Nel “transatlantico della Camera comincia la caccia i “traditori”, girano sospetti sui dalemiani e gli ex popolari, Vendola garantisce che i suoi hanno votato tutti per Prodi. Il partito è allo sbando. A tarda sera arrivano le dimissioni della Bindi e di Bersani.
Il Pd, o quel che ne resta, non ha più nomi spendibili e si spezza l’alleanza con Sel, decisa a insistere su Rodotà. Per assicurare all’Italia un presidente non resta che votare Napolitano, una garanzia di saggezza e di equilibrio in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana.

Roberto Zichitella



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C’era una volta un partito rispettato e temuto per la compattezza, la capacità militante di stare sempre al proprio posto. I suoi “fedeli” obbedivano a ordini superiori - anche sconcertanti - perché la linea era che «il partito ha sempre ragione».

Si chiamava Partito comunista italiano. Chi lo voleva prendere in giro per il militaresco senso dell’obbedienza, utilizzava una frasetta che colpiva nel segno: «Contrordine, compagni!». E tutti sorridevano. Ma quel senso d’appartenenza, quel rigore che poteva diventare stolido ma garantiva l’unità, era rispettato e magari invidiato. Quando in altri partiti si sfiorava la rissa, a riportare tutti sulla retta via bastava dire: «Prendete esempio dai comunisti!».

È difficile rimpiangere tutto ciò ma resta il fatto che nessuno si aspettava di vedere gli eredi del Pci regolare i propri conti alla maniera del più selvaggio Far West sotto gli occhi del Paese intero.

E infatti, “è finita”, dicono tanti elettori del Pd - il partito che ha fuso "a freddo" l’anima del vecchio Pci con quel che restava del Partito popolare - mortificati dai comportamenti dei dirigenti. Perché se c’era una cosa di cui i militanti del Pd mostravano orgoglio, era il senso dello Stato dei loro leader. Ebbene, tutto questo è svanito in un colpo solo. Un beffardo destino per gli eredi del Pci: far volare gli stracci più privati nel momento pubblico più sacro, l’elezione del Capo dello Stato. Il Pd ha concluso così un percorso rivelatosi troppo difficile per i suoi dirigenti. Certo, alcuni avranno anche sbagliato in buona fede: più che una giustificazione, un’aggravante.

Perché vuol dire che hanno ricoperto un ruolo troppo gravoso per le loro capacità. Ora, tra le macerie, trovare i resti da cui ripartire sarà un compito titanico: rottamatori e inciucisti di professione, freddi burocrati o calorosi pasionari, nessuno ha compreso quanto stia cambiando l’Italia.
Eppure, chi era sensibile alla crisi strisciante del partito, aveva avvertito per tempo. Ricordate Nanni Moretti? Salì su un palco, a piazza Navona, e disse: «Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai. Non sanno parlare alla testa, all’anima e al cuore delle persone». Era il 2002, undici anni fa. È cambiato qualcosa da allora? Se sì, in peggio. Resta la speranza nel Pd non si pensi che al peggio non c'è mai fine. E che ci si vergogni per aver costretto un anziano, stanco, sfibrato leader di un passato che non tornerà, a rimettersi in gioco nuovamente.



Manuel Gandin



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Bersani in lacrime dopo la rielezione di Giorgio Napolitano
Bersani in lacrime dopo la rielezione di Giorgio Napolitano

Nessuno stupore, nessun militante che si senta orfano. Il giorno dopo le dimissioni del segretario Pier Luigi Bersani nei circoli del Pd si respirano sia malcontento sia il naturale senso di smarrimento di una nuova fase, si azzardano ipotesi sui 101 traditori che hanno impallinato Prodi al quarto scrutinio, ma nessuno si straccia le vesti a vedere andare via l'uomo che doveva smacchiare il giaguaro e che invece ha solo sporcato il curriculum di due padri fondatori del partito, Prodi e Marini.

«C'è una chiarissima frattura tra la base e il gruppo dirigente, gli iscritti ci stanno mandando decine di mail piene di rabbia. Hanno sbagliato tutto, da Di Traglia (portavoce molto ascoltato di Bersani, ndr) in su», dice Stefano Fundelizzi nella storica sezione di via dei Giubbonari di Roma, a due passi da Campo de' Fiori.
«Bersani voleva a tutti i costi diventare premier e dimostrare l'unità del partito, che non c'era. Come si fa a proporre Marini? E allora perché non direttamente Andreotti?», chiede con un sorriso provocatorio. Mentre Stefano si sfoga alla porta del circolo bussano più giornalisti che militanti, ma la cosa non lo sorprende.
«Non siamo riusciti a fare un partito compatto, questo è soltanto un insieme di piattaforme», dice, aggiungendo che non crede all'alibi fotografico esibito dagli ex popolari, Fioroni in testa. «Quella foto è falsa, o meglio, non l'ha scattata lui. Rappresenta un solo voto ed è stata mandata a molti per sms». Al circolo di Montesacro, quartiere nordovest della capitale, la sconfitta maggiore è scoprire che nel partito non ci sia democrazia interna. «Non mi interessa sapere chi siano questi 101, dico solo che potevano pensarci prima e discuterne», dice la coordinatrice Luisa Palumbo.
«In quella situazione Bersani non poteva che dimettersi. Ora spero che Napolitano riuscirà a farci uscire da questo stallo, ma è difficile dire cosa sia meglio in una situazione che cambia di minuto in minuto».

Una cosa è certa: nessuno vede la rielezione di Napolitano come una conquista, anzi. «Rieleggerlo significa che si rinuncia a prendere una decisione, significa che preferisci congelare la crisi, e a questo punto io pretendo dal mio partito una scelta chiara su quale deve essere la prospettiva futura», dice Simone Fusco, coordinatore del circolo Pigneto Prenestino. «Ho visto la gente che bruciava le tessere in piazza, e capisco i militanti che sono pronti a dire basta e andarsene, ma questo secondo me è il momento di aumentare la partecipazione e di avere il coraggio di dire "tu hai finito". Perché se poi rimangono sempre quelle dieci persone a decidere tutto, non cambia niente».

Discutere, sì, ma nei circoli, possibilmente, perché non bastano le primarie a formare la classe dirigente di un partito: «Anche se sei scelto con le primarie ed eletto con alte percentuali, poi deve riascoltare sempre tutti. E allora chi è che ti dà la legittimazione?». Quasi nessuno si sbilancia a parlare del prossimo segretario o per futuro candidato premier. «Non sappiamo se Napolitano farà una riforma della legge elettorale, e come la farà". Le possibili scissioni, insomma, dipenderanno anche da quello. Renzi? «Sì, ha preso un buon risultato alle primarie, ma magari potrebbe dire qualcosa anche sul programma, sul suo impianto di partito, su come sciogliere tutte queste questioni…», dice Simone, che invece apprezza l'apporto di Fabrizio Barca: «Ha scritto un documento aperto alla discussione, ma non mi sembra intenzionato a candidarsi subito».

Diverso il pronostico a via dei Giubbonari: «Ero qui quando è venuto a iscriversi», racconta Stefano, «e quando un'ora dopo è andato in televisione a Otto e mezzo ho ricevuto tantissime chiamate e mail, c'era molto entusiasmo intorno al suo nome». Dimesso un segretario, insomma, se ne fa sempre un altro.

Claudia Andreozzi


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Pier Luigi Bersani si è dimesso da segretario del Pd
Pier Luigi Bersani si è dimesso da segretario del Pd

È stata una lunga battaglia. E come in tutte le battaglie alla fine sul campo si contano vincitori e vinti. La rielezione al Colle di Giorgio Napolitano dopo tre giorni di scrutini a vuoto, trattative infuocate e franchi tiratori fotografa fedelmente la situazione politica italiana con il ritiro, o la resa, di tutta la vecchia classe dirigente e la certificazione che un’altra all’orizzonte non c’è. E non si intravede. Almeno per ora.

Pd, un partito imploso – Il Napolitano bis è stato senza dubbio "innescato" dalla crisi del Partito democratico, un partito imploso (o mai nato) atteso ora da un drammatico congresso che ha già tutta l’aria di una feroce resa dei conti. Il Pd, partito di maggioranza relativa in questa legislatura, è il grande sconfitto del Napolitano bis. Non ha saputo sostenere le candidature di Franco Marini e Romano Prodi, impallinati entrambi dai franchi tiratori. Si è giocato l’alleanza con Sel di Vendola con cui si era presentata alle elezioni e rischia ora una scissione tra ex Ds ed ex Margherita. Un suicidio collettivo. Dopo la bocciatura del Professore, tutta la segreteria si è dimessa. E quando Bersani è salito al Colle sabato mattina per chiedere a Napolitano di restare è stato chiaro: «Il mio partito non riesce a compattarsi su nessun nome che non sia il suo».

Il leader di Sel Nichi Vendola ha sostenuto il candidato dei grillini Stefano Rodotà
Il leader di Sel Nichi Vendola ha sostenuto il candidato dei grillini Stefano Rodotà

Sel e il cantiere della nuova sinistra – Il leader di "Sinistra Ecologia Libertà" Nichi Vendola esce ammaccato ma non sconfitto. Aveva sostenuto Prodi dimostrando fedeltà al Pd. Poi ha tirato dritto sostenendo fino all’ultimo Stefano Rodotà insieme ai grillini. Ora con la (probabile) truppa dei dissidenti Pd può costruire un nuovo partito di sinistra. Non a caso è stata immediatamente annunciata sabato un'assemblea "di popolo" l'8 maggio aperta a chi vuole partecipare, compreso Fabrizio Barca - l’attuale ministro per la Coesione territoriale che ha polemizzato con la scelta del Pd di optare per il Napolitano bis e di non sostenere Rodotà – per avviare «un nuovo percorso e un nuovo cantiere e ricostruire la tela della sinistra di cui abbiamo bisogno». Poi l’annuncio che prelude alla definitiva rottura con il Pd: «Non abbiamo nessuna intenzione di tornare indietro, di resuscitare la Sinistra Arcobaleno o di relegarci in un minoritarismo testimoniale. Da ora siamo impegnati a ricostruire, ricostruire ricostruire».

Silvio Berlusconi sorride dopo la rielezione di Napolitano
Silvio Berlusconi sorride dopo la rielezione di Napolitano

Il Pdl sorride – A giudicare dai larghi sorrisi di Silvio Berlusconi in Aula durante la rielezione di Napolitano il Pdl esce vittorioso dalla battaglia del Quirinale. Fin da subito il Cavaliere voleva un governo di larghe intese con il Pd. Napolitano, molto probabilmente, si muoverà in questa, per certi versi obbligata, direzione. La formula si vedrà (governo tecnico, governissimo o governo “del presidente”) ma già si parla di Giuliano Amato premier, Gaetano Quagliarello, uno dei saggi scelti dal Capo dello Stato, vicepremier insieme ad Enrico Letta e Luciano Violante, figura non certo sgradita al leader del Pdl, al dicastero chiave della Giustizia. In ogni caso qualche mese fa Berlusconi sembrava cotto, in campagna elettorale si è rifatto e con l’elezione del presidente della Repubblica ha visto cadere, una ad una, tutte le teste del Pd.

Beppe Grillo soddisfatto: "Abbiamo eliminato cinque partiti in due mesi"
Beppe Grillo soddisfatto: "Abbiamo eliminato cinque partiti in due mesi"

Beppe Grillo grida al golpe – Il leader del Movimento 5 Stelle si è dimostrato abile stratega. Ha costruito, dalle Quirinarie online in poi, la candidatura di Stefano Rodotà facendo sponda con i vendoliani e sostenendola fino all’ultimo. Un candidato, l’ex Garante per la Privacy, scelto anche per spaccare al suo interno il Pd. Che puntualmente si è diviso. Diciamo che ha vinto e ha perso. Ora grida al colpo di stato ma la realtà è che ha perso la battaglia parlamentare. Ma ha inferto un altro duro colpo ai “vecchi partiti”, come li chiama lui. E si prepara adesso al ruolo che gli è più congeniale: opposizione a tutto spiano, in Parlamento e nelle piazze, contro il “governo dell’inciucio”. Gli argomenti non gli mancheranno.

Monti abile regista – Scottato da un risultato elettorale non certo esaltante, Mario Monti alla fine ha tessuto abilmente la sua tela e bocciato, nonostante alcuni mal di pancia interni che volevano votarlo, Romano Prodi e compiuto un lavoro decisivo di ricucitura tra Pdl e Pd per arrivare alla rielezione di Giorgio Napolitano. All'indiscrezione secondo la quale sarà lui il prossimo ministro dell'Economia si è schernito: «È molto improbabile», ha detto.

Antonio Sanfrancesco

Giorgio Napolitano è stato rieletto presidente della Repubblica italiana.
Giorgio Napolitano è stato rieletto presidente della Repubblica italiana.

Come quei bambini che se la danno a gambe levate dopo aver sconsideratamente distrutto a pallonate i vetri delle finestre, così i partiti principali sono saliti a testa china al Quirinale. Sono tornati mogi mogi a casa e, dopo le rampogne, hanno chiesto al papà saggio di pagare i loro danni.

Lui, il papà, Giorgio Napolitano, a quasi 88 anni, avrebbe diritto a un sano riposo ma siccome ha ancora, nonostante tutto, il senso dello Stato, ha allargato le braccia sconsolato per l’inetta progenie e non ha potuto far altro che riconsegnarsi al suo destino da presidente. Ora, si tratta di sottoscrivere la conferma nel luogo deputato, Montecitorio. Che, per la prima volta nella storia del Paese, confermerà al Colle l’uomo che stava già preparando i bagagli. Non sappiamo come la pensi la signora Clio ma la lezione è chiara e multiforme.

Punto primo: i partiti italiani, per lo meno quelli ritenuti principali (Pd, Pdl, Monti) hanno dimostrato di non essere in grado di guardare oltre i loro inequivocabili limiti. Uno, in particolare, il Pd (che è anche il partito di Napolitano), è riuscito nel breve volgere di soli due mesi circa a distruggere se stesso in modo totale, far risorgere il suo principale avversario, scambiare l’aula di Montecitorio per il congresso del partito, umiliare due persone senza colpe come Marini e Prodi e, soprattutto, perdere ogni credibilità nei riguardi del suo elettorato. Viene voglia di mutuare il celebre bollettino di guerra 1914-18: “I resti di quello che fu uno dei più potenti…” eccetera eccetera.

Punto secondo: il Pdl, l’acerrimo rivale del Pd, che tanto se la gode in questi tristi momenti, dovrebbe, al contrario, porsi delle domande: se solo stando fermi riesce a salvare la pelle, il giorno in cui sarà chiamato a esporsi, che succederà? Ipotesi sgradevole ma che solo se affrontata subito porterà a risposte positive. Altrimenti, ciao ciao mascherina, come avrebbe voluto poter dire Bersani.

Punto terzo: nell’inefficienza partitica, Monti, la sua lista, i suoi uomini e le sue donne, prima fra tutte Anna Maria Cancellieri, che per qualche scampolo di tempo hanno assaggiato la possibilità di essere indispensabili, ritornano al loro ruolo di debolissima forza “retroattiva”. Nel senso che solo facendo passi indietro, in un balletto sterile per il Paese, la lista civica di Monti assolve al meglio il suo compito. Pochino, davvero, per un leader che aveva deciso di darsi alla politica con la sicumera di essere il migliore.

Punto quarto: saranno pure populisti ingenui, “nuovi barbari”, sfascisti del sistema, ma i grillini, al primo vero confronto diretto con i partiti tradizionali, escono come vincitori pur senza aver ottenuto il loro presidente. Figuriamoci cosa potranno fare dopo, quando fatto un governo, potranno dare il meglio controllando, contestando, censurando, denunciando pubblicamente tutte le cose che non vanno loro a genio. Vengono i brividi a pensarci, ma il prossimo futuro va proprio in questa direzione.

Ultima considerazione, forse troppo maliziosa ma altrettanto naturale: in un primo momento, il presidente Napolitano aveva annunciato per le ore 15 la conferenza stampa in cui avrebbe annunciato il suo “sì” o il suo “no”. Tutti pensavano che in questo modo Napolitano non volesse condizionare il sesto scrutinio, che sarebbe iniziato proprio a quell’ora, rimandando correttamente tutte le scelte dei partiti a domani. Invece, il suo “sì” è arrivato con grande urgenza alle 14,20, minuto più, minuto meno. E alle 15, quei partiti che fino a stamattina non riuscivano a mettere insieme neanche uno straccio d’idea, si sono miracolosamente ricompattati, pronti a votare Napolitano. Stranezze del mondo politico? E se, invece, fosse stato tutto deciso prima delle 14,20? Molto prima, magari ieri sera? Il solito inciucio mascherato? Chissà…

Manuel Gandin



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Beppe Grillo (Reuters).
Beppe Grillo (Reuters).

Manifestare si può sempre, in democrazia. Ma parlare di colpo di Stato ogni volta che la decisione democraticamente presa non corrisponde ai propri desideri è nel migliore dei casi un atteggiamento bambinesco, nel peggiore la dimostrazione di un'incontrollabile vocazione autoritaria.

Le invocazioni di Beppe Grillo a una nuova "marcia su Roma" dopo la rielezione di Giorgio Napolitano e le piazze invase in nome e per conto di un immaginario "colpo di Stato" appartengono all'una o all'altra categoria, non c'è scampo. Tocca a Grillo e ai grillini farci capire a quale delle due.

La verità è un'altra. Grillo e i suoi avevano cominciato alla grande la partita per la scelta del nuovo Presidente, scegliendo il nome di Rodotà, mettendo in grave imbarazzo il Pd (costretto a smentire il "no" a Berlusconi su cui avevano impostato l'intera campagna elettorale e a spiegare ora il "no" all'ex militante e deputato Rodotà) e poi gestendo con tenacia e coerenza le tensioni del dibattito parlamentare.

Purtroppo per Grillo, il 25% dei voti a lui consegnati dallo straordinario successo elettorale non significano in alcun modo maggioranza assoluta. E nemmeno implicano il fatto che gli altri partiti rinuncino a difendere le proprie idee, i propri progetti e persino i propri interessi. Il tracollo del Pd lo dimostra piuttosto bene. E così, se il resto del Parlamento si accorda su un'altra scelta, molto semplicemente non c'è nulla da fare. Gridare al golpe non è da politico e tantomeno da statista. E francamente, nemmeno da persona astuta quale Grillo indubbiamente è.

E poi c'è un altro aspetto della questione. Nessun dubbio sulle qualità personali di Stefano Rodotà. Ma chi l'ha detto che Rodotà fosse il "candidato del popolo"? L'hanno detto Grillo e i suoi, certo. A un certo punto (ma non prima) hanno cominciato a dirlo anche Vendola e quelli di Sel. La cosa resta tutta da dimostrare, perché la Rete non è la realtà: qualche volta la rappresenta bene, altre volte no. E poi: quelli che hanno votato per il PdL, per il Pd e per Monti non sono "popolo"? E i loro rappresentanti in Parlamento sono meno legittimi di quelli votati dai grillini?

Il punto è che la stragrande maggioranza degli elettori NON ha votato per Grillo né per il Movimento % Stelle. Magari lo farà in futuro, magari già alle prossime elezioni. Ma per il momento non è così. Se ne facciano una ragione, se vogliono stare in Parlamento.




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Anche per la rielezione di Napolitano il popolo della Rete ha fatto sentire la propria voce, specialmente tramite i commenti  lasciati su numerosissimi  siti web di quotidiani e riviste. 

Leggiamone alcuni, scritti da utenti  “navigatori”:  “Possa finire il mandato (Napolitano) a 95 anni in buona salute, e con la testa sulle spalle come ha sempre fatto. Adesso non perda tempo sciolga le camere e di nuovo al voto, ne usciranno delle belle”.

Ed ecco un  post di un altro utente, scritto sulla pagina web di un noto quotidiano nazionale: “Mi convinco sempre più che il problema sono gli italiani, la politica viene di conseguenza”.

Questi due  messaggi  mostrano per bene gli stati d’animo che invadono gli italiani: da una parte,  ci si augura che Napolitano possa arrivare al termine del settennato che lo aspetta  in buona salute, e soprattutto, facendo quello che tutti attualmente si aspettano;  dall’altra invece, troviamo un’aura di pessimismo verso  la classe politica in generale.


Beppe Grillo sul suo blog ufficiale, rivolgendosi alla rielezione del Presidente uscente parla di ”Colpo di stato”.

Come al solito, per la guida carismatica del “M5S”, non mancano le polemiche, dovute principalmente alla mancata elezione di Stefano Rodotà. E sui social network più noti (Twitter e Facebook), quali sono state le reazioni?

Subito dopo la nomina del Presidente, sono stati aperti numerosi “hashtag” su Twitter, i più famosi sono:”#tuttiaroma “(fomentato da Grillo), “#quirinale”, e “#napolitanobis”.

Anche i politici si sono divertiti a cinguettare e postare, Matteo Renzi compreso, il quale scrive un messaggio pieno di entusiasmo: ”Napolitano presidente di tutti. Parlare di Golpe è ridicolo. “Adesso il PD ha l’occasione di cambiare davvero, senza paura. “Ci proveremo”.

Un messaggio pieno di carica dunque (ed anche molto seguito,  visti gli oltre 500 mila followers), quello del Sindaco di Firenze, che spera di dare la scossa ad un PD che pare non avere l’energia necessaria per risollevarsi dopo le dimissioni dell’ex-segretario Bersani. Ma non è solo Renzi a cinguettare, c'è anche Laura Boldrini, presidente della Camera, che scrive: ”Inaccettabile che venga qualificato 'golpe' il percorso limpidamente democratico che ha portato all'elezione del Capo dello Stato". 
E anche Vendola (guida di Sel), twitta:” Bisogna misurare le parole, l'enfasi propagandistica rischia di introdurre del veleno nella lotta politica”.



Michael Della Bella

Signor Presidente,


Le esprimiamo di cuore le nostre felicitazioni nel momento in cui Lei, avendo dato la Sua esemplare disponibilità da molti richiesta,  è stato confermato Capo dello Stato.

Nel farLe sentire la nostra vicinanza e partecipazione avvertiamo il peso della responsabilità che l’incarico conferitoLe porta con sé, specialmente in quest’ora della storia. Sono, infatti, molteplici gli elementi che sembrano oggi indebolire il riconoscimento del senso della comune appartenenza.

La gente e le famiglie vivono la crisi economica che, a sua volta, rimanda a una crisi più profonda e generale; essa tocca le radici stesse dell’uomo. È crisi sociale ed è crisi politica, che emerge in contrapposizioni radicali, nella scarsa partecipazione e nella fatica a raggiungere consenso.

Tutto ciò fa di questo un tempo di scelte impegnative, che richiedono la consapevolezza e la capacità di cogliere le risorse e le reali opportunità per sviluppare una rapida e incisiva ripresa. Del resto, la misura dell’autentica politica si riconosce nella sua capacità di interpretare la società e di ragionare in termini di sviluppo storico e non all’insegna della contingenza, restituendo priorità alla riflessione pacata, al confronto, alla mediazione alta; nell’affrontare seriamente quanto ha a che fare con la vita quotidiana della nostra gente.

La risposta migliore alla stanchezza e alla disillusione passa dal rispetto della democrazia e, quindi, dalla fedeltà ai principi della Costituzione, che ha il suo cardine nella centralità della persona e impegna a garantire a tutti lavoro, speranza e dignità.

L’esperienza cristiana ha sempre avuto una dimensione e una valenza pubblica: i valori del Vangelo, incarnati nella partecipazione attiva di tanti fedeli laici alla vita pubblica, hanno contribuito a costruire una società più umana, oltre che ad arricchire il tessuto della Comunità nazionale, portando frutti di cultura, di carità, di sostegno dei diritti fondamentali della persona.

All’uomo, infatti, è diretto il servizio della Chiesa come quello dello Stato, nella piena distinzione e autonomia, nonché nella reciproca e leale collaborazione per il bene dell’intero Paese. Come abbiamo ribadito in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, la coesione politica e istituzionale include un’unità interiore e spirituale che merita di essere perseguita come contributo vitale offerto a tutta la Nazione.

Il nostro cordiale augurio è che, sotto la Sua rinnovata Presidenza, il Paese possa crescere nell’autentico progresso, in una stagione di effettiva e corale disponibilità, avendo come supremo obiettivo quello di servire il bene comune.

Signor Presidente, Le siamo vicini con la nostra preghiera, confermando il leale e generoso contributo della Chiesa che vive nell’amata Italia.


La Presidenza

     della  Conferenza Episcopale Italiana

 

Roma, 20 aprile 2013




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Giorgio Napolitano, primo presidente della Repubblica rieletto per la seconda volta.
Giorgio Napolitano, primo presidente della Repubblica rieletto per la seconda volta.

In questo nostro Paese di memoria corta, sarebbe utile rievocare almeno due momenti. Riguardano entrambi il presidente Giorgio Napolitano. Il primo è il messaggio televisivo di fine 2012. Il secondo, quel misto di malumore e allarme con cui il Colle, poche settimane più tardi, accolse la candidatura di Mario Monti alle elezioni politiche. Il capo dello Stato aveva ben chiaro il nesso fra i guai del momento e quanto di peggio poteva derivarne.

Dopo il meritorio inizio d’opera, il Governo Monti si era perso fra interventi mancati o sbagliati, scarsa o nulla attenzione alla ripresa economica
, tasse e tagli che lo stesso Napolitano definì «indiscriminati e automatici». Ossia, una vera e propria crisi sociale che devastava l’economia, alimentava gli squilibri e richiedeva «fin d’ora», subito, «uno sforzo di risanamento». Riferendosi poi in televisione alla campagna elettorale che stava per aprirsi, il presidente elencava con puntiglio tutti i motivi di discredito di una classe politica che oltre agli scandali e agli abusi di potere non aveva neanche saputo riformare il Porcellum, la legge elettorale che ancora ci ritroviamo.

In parallelo, sugli stessi temi, si leggeva sui giornali che delle due l’una: o si cambiava appunto “subito”, o si apriva Montecitorio a un centinaio di deputati grillini. Cose queste che dal Quirinale non si potevano dire, ma che là ovviamente si pensavano. Giorgio Napolitano aveva già dimostrato ad abundantiam le sue doti di fine politico, costretto a fungere da stella polare contro gli altrui errori di percorso. Dopo la caduta di Silvio Berlusconi si era inventato una doppia promozione per Mario Monti, prima senatore a vita e quindi guida del Governo.
Come si è visto, non nascondeva le sue critiche alla gestione ministeriale. Però giudicava ancora Monti come un uomo di riserva, una “risorsa”, sia pure provvisoria, in vista della prevedibile inconciliabilità fra i tre gruppi che sarebbero emersi dalle elezioni di febbraio. Con la sua “salita” in campo (rivelatasi una brutale discesa), il senatore Monti spariva dal gioco. E oggi se ne vedono le conseguenze.

Anche nel gioco per il Colle. Questa funzione di alto raccordo, di faro per naviganti alla deriva, Napolitano continua tuttora a svolgerla. Già nei primi anni di presidenza, malgrado le tensioni fra destra e sinistra, sia i partiti sia i cittadini sapevano di potersi riferire al Colle come fonte di saggezza politica. Non senza stupore, in molti, per l’evoluzione di quest’uomo noto per il suo cauto riformismo ma pur sempre cresciuto nel Pci di Togliatti. Mai però come adesso, a fine mandato, preoccupa l’addio di uno statista che davvero si è rivelato al di sopra delle parti. Superfluo ricordare come da varie fonti si sia prospettata una sua conferma – almeno parziale – al Quirinale, e il rifiuto di Napolitano per ragioni di età abbia appena attenuato la pressione.

Il fatto è che, per tutta una serie di motivi, nessuno dei nomi fin qui avanzati per il ricambio, pur stimabili, offre analoghe garanzie. Se in Parlamento si sbaglierà scelta, decadranno le prospettive di pacificazione nazionale. Per questo, proprio a fine mandato, stonano le critiche a Napolitano per la nomina dei dieci “saggi”, incaricati di concludere entro pochi giorni.

Se è vero che i tecnici non si sono finora coperti di gloria, non è meno vero che i partiti da soli si sono mostrati totalmente incapaci di offrire uno sbocco. Uno stallo simile non l’avevamo mai vissuto, fra politici che non sanno fare il loro mestiere, imprenditori che arrivano al suicidio, lavoratori buttati in strada, pensionati in angoscia per il futuro. E ora se ne va anche Napolitano. Certo, se dandosi da solo una scadenza ci ripensasse...

Giorgio Vecchiato



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La copertina n.1/2012 che celebra Napolitano come l' "Uomo dell'anno 2012".
La copertina n.1/2012 che celebra Napolitano come l' "Uomo dell'anno 2012".

Non è stato difficile, questa nostra terza volta, scegliere l’Italiano dell’anno, destinato a succedere a Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, e al cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano. Il parere della direzione e della redazione di Famiglia Cristiana, e dei numerosi esperti e delle firme che collaborano con la rivista, è stato unanime nell’indirizzarsi verso questa specifica candidatura. Una tale consonanza di pareri ci ha fatto persino sospettare di aver dimenticato qualcosa o qualcuno. E di non aver soppesato, fino in fondo, tutte le possibili opzioni. Poi, abbiamo capito che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano era giustamente, inevitabilmente, l’Italiano dell’anno 2011. Lo dimostra il vasto consenso riscosso nel Paese. Proprio perché, in un periodo di grande difficoltà, tra rischi di disgregazione sociale e frammentazione politica (mai abbastanza considerati), è stato l’unico a saper interpretare, con coerenza e lungimiranza, l’aspirazione profonda di tutti gli italiani. Che è quella di compattarsi, non di dividersi. Di ritrovarsi intorno a un ideale comune, non di scontrarsi intorno a rivalità ideologiche. Un sentimento chiaro, che necessitava di un interprete onesto, rigoroso e credibile. Giorgio Napolitano lo è stato. Si è assunto l’onere e l’onore di restituire alle istituzioni un prestigio che spesso è sembrato a rischio. Soprattutto nel consesso internazionale.

Ecco la motivazione con cui l’abbiamo scelto come Italiano dell’anno. «Nella ricorrenza della celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il presidente Napolitano ha colpito il cuore e la mente di tutti gli italiani per la sua totale dedizione ai destini del Paese. Nel pieno di una crisi economica e politica difficilissima, il presidente è stato, per l’intera nazione, un punto di riferimento imprescindibile. Una bussola credibile e affidabile. Al di sopra di ogni schieramento di parte. «A livello internazionale ha svolto, con grande efficacia, il compito di autorevole garante della credibilità del Paese. In Italia non ha mai mancato di accompagnare e sostenere indispensabili battaglie di civiltà. Come quella contro gli infortuni sul lavoro o per la cittadinanza ai figli degli immigrati, indicando sempre ciò che unisce il Paese. A scapito di ciò che lo divide. «Il presidente Napolitano ha, inoltre, sostenuto l’impegno pubblico per la famiglia, considerandola “una straordinaria risorsa sia per il rinnovamento etico di cui ha bisogno il Paese, sia per lo sviluppo di una società aperta e solidale, punto di riferimento essenziale della convivenza civile e della coesione sociale”».

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È un racconto che mi ha fatto Franco Grassi, già giornalista di punta al Mattino e, nel dopoguerra, comunista come lo erano a Napoli tanti giovani intellettuali. Anno 1945. C’è fermento in federazione dove attendono il compagno Ercoli, mitico leader appena sbarcato dall’Urss.
Tutti in piedi quando arriva. Piccolo e vestito di blu, il compagno Ercoli attraversa l’atrio senza salutare nessuno e si chiude in una stanza con il segretario federale. Qualcuno sussurra che Ercoli in realtà si chiama Palmiro Togliatti, è un torinese che ha fondato il partito con Gramsci, dialoga alla pari con il compagno Stalin.

Chissà che messaggio sta recando agli italiani. Quando esce, di nuovo senza fermarsi, tutti si assiepano ansiosi intorno al federale. Questi, racconta Grassi, se ne stava in piedi, silenzioso, dondolando sui piedi fra tacco e punta, con i pollici fra cintola e pantaloni. Qualche attimo di tensione, poi uno azzarda: «Allora, compagno, facimmo ’a rivoluzione?». E quello: «No, facimmo ’o Governo con Badoglio». Niente dittatura del proletariato, è l’ora del calcolo politico. Chissà se quel giorno, nella Napoli descritta da Eduardo e Malaparte, tremendo degrado e solo un filo di speranza, c’era anche quel giovanotto che doveva diventare capo dello Stato, molto più alto di Togliatti, bello, somigliante a re Umberto, medesima aura da gran signore e pochi capelli in testa.

Giorgio Napolitano era tornato al Sud dopo un periodo di studi a Padova. Dettaglio strano per chi legge adesso, ma normale a quel tempo, proveniva dal Guf, Gruppi universitari fascisti.
Che erano in effetti – parole dello stesso Napolitano – «un vero vivaio di energie intellettuali antifasciste, mascherate e fino a un certo punto tollerate».
Verissimo, come ebbero a testimoniare gli Ingrao, i Moro, i tanti coetanei che negli anni si avviarono per tutt’altre strade. Analoga mistura nelle scuole di Mistica fascista, cui parecchi carrieristi dedicarono un celebre motto: chi non mistica non mastica. Subito impegnato nell’organigramma del Pci, Napolitano si laureò con una tesi sul mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno, ma non tardò a estendere i suoi interessi. In Campania era già il numero due dopo Giorgio Amendola, non ancora leader della corrente che fu poi chiamata “migliorista”.

Il comunismo era allora un blocco staliniano che non ammetteva eresie.
Un personaggio indomabile come Terracini fu a lungo emarginato, anche durante il carcere per antifascismo. Quando Togliatti lo rivide, dopo decenni, il suo saluto fu: «Ah, sei qui?...». Amendola e Napolitano, come gli altri, o credevano al dogma o si adeguavano. Al capo dello Stato qualcuno rinfaccia ancora l’assenso alla repressione sovietica in Ungheria, anno 1956. «Per me è stato un grande tormento autocritico», ha detto Napolitano. Certo, per lui come per altri, la rivolta ungherese fu un detonatore, l’inizio di una maturazione. Quando sopravvennero i fatti di Praga, tutto era cambiato. Come più tardi per la guerra sovietica in Afghanistan, la sua reazione fu di aperta condanna. In un partito d’opposizione come il Pci, allora ben lontano dall’allevare rottamatori, la carriera procedeva sempre a tappe. Così avvenne per Napolitano.

Nel privato, riservatissimo e riuscitissimo, il matrimonio con Clio Bittoni, figlia di un gagliardo comunista che – ebbe a commentare il genero – era piuttosto un bastian contrario. In politica, attività culturali fra il 1969 e il 1975: incarico nobile ma, ai fini della gestione interna, non operativo. Fino al 1979 la responsabilità della politica estera; come si disse, era una specie di ministro-ombra.

Però, nella tormentata fase dopo la scomparsa di Togliatti, si era intanto rafforzata l’immagine autorevole e a suo modo differenziata del Napolitano “migliorista”. Oggi si direbbe riformista. Aggettivi del genere venivano visti con sospetto dai nostalgici di Stalin, con fervore da chi puntava a un Pci meno sclerotico. Parve che il migliorista Napolitano dovesse assistere Longo come vicesegretario, carica che resse praticamente per due anni, ma senza sanzione ufficiale. Certo sarebbe stata una svolta. Scelsero però Berlinguer, col quale Napolitano si trovò in conflitto anche per la questione morale, la cosiddetta “diversità” dei comunisti italiani.

Diversi in che cosa? La strada da battere era semmai quella del socialismo democratico, di stampo europeo. Già un grande socialista, Riccardo Lombardi, aveva tenuto memorabili lezioni sul tipo di società che andava costruito non “sulle macerie dello Stato borghese” bensì al suo interno. Una linea che Amendola e Napolitano, nella sostanza, avevano anticipato. Via via ci arrivò lo stesso Enrico Berlinguer.
Il quale, oltre a sentirsi più sicuro sotto l’ombrello Nato che sotto i sovietici, finì col denunciare come ormai esaurita la “carica propulsiva” della Rivoluzione d’ottobre. Morto Berlinguer fra il generale compianto, senza che nulla lasciasse prevedere le critiche successive, la competizione per la leadership si poneva fra i miglioristi e, detto schematicamente, il gruppo Ingrao. Fu eletto quello che appariva un personaggio mediano e meno impegnativo, Alessandro Natta. Ma intanto scorrevano gli anni, un intero sistema si avviava alla crisi.

Il Pci cambiò a più riprese nome e segretario, per gli altri partiti si profilava il crollo. I miglioristi progettavano un’intesa con Craxi, ma Tangentopoli fece saltare tutto. Il prestigio di Giorgio Napolitano rimaneva comunque intatto, anzi in ascesa. Nel 1992 presidente della Camera, nel 1996 non più ministro-ombra in un partito ma ministro dell’Interno nel Governo Prodi, primo ex comunista in quel delicatissimo incarico. Washington, Harvard che lo invitavano e lo consultavano, pure questo senza precedenti. Nel 2005, infine, senatore a vita, nominato dal presidente Ciampi. Per quest’uomo dal sovrano equilibrio, rispettato e ammirato anche dagli avversari politici, era l’ultimo passo verso il Quirinale. Da oppositore a risolutore di crisi. Re Giorgio, come l’ha chiamato la stampa americana.

Giorgio Vecchiato


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Non fu difficile, nel dicembre 2011, da parte di Famiglia Cristiana, eleggere italiano dell’anno Giorgio Napolitano. Lo dimostrava il vasto consenso riscosso nel Paese in periodi di grandi difficoltà politiche, economiche e persino istituzionali. Il suo settennato ha manifestato tutta la sua lungimiranza, il suo impegno di garante della Costituzione, il suo senso dello Stato, la missione portata fino a fondo per garantire la compattezza di un Paese che veniva sottoposto a fortissime sollecitazioni, oltre le rivalità e le appartenenze ideologiche, in nome dei valori fondanti di una nazione.

Non a caso si è parlato, a proposito dell’undicesimo presidente della Repubblica, di patriottismo costituzionale. A maggior ragione non è difficile manifestare il nostro apprezzamento per la sua rielezione a Capo dello Stato, in uno dei momenti più delicati e cruciali della storia della Repubblica. Napolitano continuerà a garantire l’immagine nel nostro Paese di fronte al consesso internazionale.

A lui chiediamo di andare avanti nella sua “persuasione morale” dimostrata in questi lunghi e difficili anni per favorire il perseguimento di obiettivi prioritari: il lavoro, i redditi delle famiglie, la ripresa economica, il rispetto della legalità, il superamento di quel “passato che non passa” rappresentato dalla stagione del terrorismo. Come ha sottolineato il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, si avverte il peso della responsabilità di un uomo che a 88 anni, dopo aver retto le sorti del Quirinale per un periodo così lungo, ha risposto a una chiamata per spirito di servizio e senso di responsabilità. “La gente e le famiglie”, ha scritto il cardinale Bagnasco, “vivono la crisi economica che, a sua volta, rimanda a una crisi più profonda e generale; essa tocca le radici stesse dell’uomo.

E’ crisi sociale ed è crisi politica, che emerge in contrapposizioni radicali, nella scarsa partecipazione e nella fatica a raggiungere consenso”. La speranza è che alla scelta della rielezione corrisponda anche la possibilità di un nuovo Governo in grado di guidare il Paese, oltre gli scogli della crisi “per sviluppare una rapida e incisiva ripresa”, scrive il presidente della Cei, restituendo priorità “alla riflessione pacata, al confronto, alla mediazione alta, nell’affrontare seriamente quanto ha a che fare con la vita quotidiana della nostra gente”. Anche nella sua recente lettera a Famiglia Cristiana, Napolitano ha ricordato il suo impegno nel conciliare la sua cultura di appartenenza con la cultura cattolica, riconoscendo, come peraltro scrive Bagnasco, che i valori del Vangelo “incarnati nella partecipazione attiva di tanti fedeli laici alla vita pubblica, hanno contribuito a costruire una società più umana, oltre che ad arricchire il tessuto della Comunità nazionale, portando frutti di cultura, di carità, di sostegno dei diritti fondamentali della persona”. L’Italia può ripartire proprio dal suo “padre nobile”.
                                                                                           Francesco Anfossi

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Beppe Grillo sale sul tetto di un auto per farsi vedere dalla folla che lo sta attendendo in piazza SS. Apostoli, a Roma.
Beppe Grillo sale sul tetto di un auto per farsi vedere dalla folla che lo sta attendendo in piazza SS. Apostoli, a Roma.

Un evento politico storicamente inedito, surreale. “La Cosa”, l’hanno subito ribattezzata. Un fiume di folla (pacifico, almeno finora) che vaga per il centro di Roma, da Piazza Santi Apostoli al Circo Massimo. Il suo leader l’aveva promossa e gonfiata a suon di minacce contro il Parlamento e contro quello che lui chiama “inciucio”: la rielezione di Giorgio Napolitano. Poi, dopo averla creata, l’ha prudentemente abbandonata la suo destino. “Se è una cosa pacifica, una passeggiata, si fa perché Roma è splendida. Ma senza fare manifestazioni che possono degenerare". Il leader del Movimento 5 Stelle si è arrampicato sul tettuccio dell’auto e ha pronunciato brevi parole, poi ha lasciato Roma, in una sorta di marcia all’indietro. Ha detto: “Arrendetevi”e poi se n’è andato via. Il Viminale lo aveva informato dei gravissimi pericoli di scontri e incidenti.

In testa al corteo della Cosa c’è un folto gruppo di deputati e senatori che però non sa bene che fare, a parte scandire lo slogan “Rodotà - Rodotà” e “Tutti a casa”. La mattina era stata organizzata una sorta di conferenza stampa, in realtà un comizio che aveva lo scopo di ridimensionare la tensione. Che è altissima e serpeggia all’interno del corteo. In realtà si è trattato del solito “One man show”.
"L'hanno fatta grossa!". Sono state le prime parole di Beppe Grillo davanti ai giornalisti riferendosi alle elezioni per il Quirinale. Con lui i capigruppo e tutti i parlamentari del Movimento 5 Stelle. "Ieri ho detto 'golpe', ma intendevo 'golpettino istituzionale furbo', giocato sulla semantica ", ha detto Beppe Grillo in conferenza stampa riferendosi alla rielezione di Napolitano al Colle.

Letti gli avvenimenti in chiave politica in realtà emerge tutta la difficoltà del leader del Movimento di gestire la situazione.
L’elezione di Napolitano ha messo nell’angolo i 5 Stelle e quasi li ha condannati a una campagna elettorale permanente. Inoltre un governo di scopo, capace di attuare riforme istituzionali e ridimensionare la “casta”,  potrebbe portare alla ripresa del sistema politico, ora in stallo. Ma nessuno può immaginare dove finirà quel fiume di folla. Nemmeno Grillo, che ha però dimostrato la responsabilità di non dare fuoco alle polveri.

                                                                                                  Francesco Anfossi

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