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sabato 15 giugno 2024
 
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Nascite al minimo, che fare? La salvezza arriva dai migranti

19/04/2023  Alle dichiarazioni shock di "sostituzione etnica" gli esperti rispondono che anche un robusto  aumento del tasso di natalità non ci consentirebbe di fermare il processo di invecchiamento della popolazione, destinato comunque a proseguire. Bisogna quindi iniziare a guardare i fenomeni migratori in un'ottica più ampia, senza farsi influenzare da una facile propaganda xenofoba. La politica dei porti chiusi non è solo disumana e anti evangelica, ma anche un suicidio assistito della nostra società (P. Boffi)

 Lo scorso Venerdì 7 aprile (venerdì santo), l’Istat ha diffuso il report sugli indicatori demografici della popolazione italiana per il 2022. Complice la data, prossima alla Pasqua e quindi dominata dall’aspetto religioso, non ci risulta le sia stata dedicata molta attenzione, salvo le  abituali interviste-flash a qualche esperto e a qualche politico (di cui parleremo), senza i dovuti approfondimenti che i dati meriterebbero, e che è quello che cercheremo di fare con questa nota.

In realtà, non sappiamo quanto voluta, ma la data del venerdì santo risulta altamente simbolica, per quello che il report contiene. Innanzitutto, esso segnala che la popolazione italiana, in diminuzione da tempo, è scesa sotto il 58 milioni: «Alla luce dei primi risultati provvisori, la popolazione residente in Italia al 1° gennaio 2023 è di 58 milioni e 851mila unità, 179mila in meno sull’anno precedente. Su base nazionale, il calo della popolazione è frutto di una dinamica demografica sfavorevole che vede un eccesso dei decessi sulle nascite, non compensato dai movimenti migratori con l’estero». In effetti, se depurata dall’effetto dovuto ai movimenti migratori, la situazione del cosiddetto “saldo naturale” si presenta molto più drammatica: «I decessi sono stati 713mila, le nascite 393mila, toccando un nuovo minimo storico, con un saldo naturale quindi di -320mila unità». Quindi, se fosse per le dinamiche interne della nostra popolazione, nel corso del 2022 noi avremmo perso 320.000 abitanti, una popolazione pari all’incirca a quella delle città di Bergamo e Brescia sommate insieme!

La causa principale di questo disastro, di questo lento (ma neanche troppo!) suicidio demografico a cui andiamo incontro, viene ovviamente indicata dall’Istat nel calo delle nascite: «Nel 2022 i nati sono scesi, per la prima volta dall’unità d’Italia, sotto la soglia delle 400mila unità, attestandosi a 393mila. Dal 2008, ultimo anno in cui si registrò un aumento delle nascite, il calo è di circa 184mila nati, di cui circa 27mila concentrate dal 2019 in avanti». Ma attenzione: è la considerazione che segue, quella che deve far scattare potenti campanelli d’allarme: «Questa diminuzione è dovuta solo in parte alla spontanea o indotta rinuncia ad avere figli da parte delle coppie. In realtà, tra le cause pesano molto tanto il calo dimensionale quanto il progressivo invecchiamento della popolazione femminile nelle età convenzionalmente considerate riproduttive (dai 15 ai 49 anni). Se nel corso del 2022 si fosse procreato con la stessa intensità e lo stesso calendario del 2019, il calo dei nati sarebbe stato pari a circa 22mila unità, totalmente attribuibile, pertanto, alla riduzione e all’invecchiamento della popolazione femminile in età feconda. La restante diminuzione, di circa 5mila nascite, risulterebbe invece causata dalla reale diminuzione dei livelli riproduttivi».

Cos'è la trappola demografica e perché fa paura agli esperti di nascite

È quella che gli esperti chiamano “trappola demografica”: il calo della natalità è stato ormai talmente duraturo da “prosciugare” il bacino della popolazione femminile in grado di poter generare nuovi nati. In pratica, anche un robusto – anche se altamente improbabile, vista la consistenza del trend che l’Istat registra – aumento del tasso di natalità non ci consentirebbe di recuperare il gap tra nascite e morti, e quindi il processo di invecchiamento e di progressiva contrazione della nostra popolazione è destinato a proseguire, con tutte le conseguenze di carattere sociale, economico, sanitario e assistenziale che esso comporta. Ecco perché i commenti dei rappresentanti delle istituzioni politiche, compreso il ministro della famiglia, che si sono affrettati ad elencare i provvedimenti, (soprattutto di carattere economico, quale l’assegno unico universale per i figli), che sono stati presi per rilanciare la natalità, non colgono il segno, e dimostrano una debole consapevolezza della vera natura e della reale gravità della sfida demografica che abbiamo davanti. Non solo, ma è evidente che anche un auspicato - anche se ripeto altamente improbabile - rilancio delle nascite inizierebbe a produrre i suoi effetti sull’equilibrio della popolazione non prima di 20-25 anni.

E allora che fare? Bisognerebbe iniziare a guardare a questi fenomeni in un’ottica più ampia, nel contesto globale delle migrazioni che riempiono, quasi sempre malamente, le pagine della nostra cronaca, ed iniziare ad accettare quella realtà che ostinatamente gli italiani, influenzati da una facile propaganda xenofoba e sciovinista, da decenni in larga parte si rifiutano di guardare. Innanzitutto, è ora di ammettere che già ora senza l’apporto degli immigrati regolari presenti tra noi, (pari a poco più di 5 milioni, l’8,6% della popolazione residente), l’Italia, la sua economia e il suo sistema di welfare  sarebbero in bancarotta. Basti pensa che da decenni ormai circa un quarto delle (poche!) nascite che registriamo annualmente provengono da famiglie con almeno un genitore straniero.

L'Italia nella "trappola demografica". I migranti sono la salvezza, non una minaccia

  

Alla luce di questa tanto semplice quanto fondamentale considerazione, e cioè che da sola ormai l’Italia non è più in grado di uscire dalla “trappola demografica”, è ora di dichiarare a chiare lettere che l’approccio cosiddetto sicuritario dei porti chiusi, della cosiddetta “difesa dei confini”, della criminalizzazione delle ONG e delle restrizioni draconiane (che spesso restano solo grida manzoniane) nei confronti dei profughi già presenti e di quelli che quotidianamente vediamo arrivare, è non solo disumano e antievangelico, ma anche un demenziale suicidio assistito della nostra società. Se la nostra situazione demografica è quella che è, proseguire su questa strada, come sembra intenzionato a fare l’attuale governo, è non solo inefficacie, ma anche altamente controproducente, e rappresenta un’incredibile spreco di energie, risorse, occasioni buttate al vento.

Non serve a nulla continuare a creare ostacoli, difficoltà, restrizioni, atteggiamenti di rifiuto e di criminalizzazione nei confronti di un fenomeno che ha radici geopolitiche profonde, ed è frutto di sommovimenti inarrestabili di popolazioni spinte a muoversi dalla fame, dalle guerre, dalla mancanza di prospettive. Se non a creare sempre maggiore emarginazione e insicurezza, per i migranti e per tutti noi.  Non saranno certamente  dichiarazioni velleitarie come “fermare le partenze” o “aiutiamoli a casa loro”, fatte evidentemente da chi non conosce  - o non vuole conoscere – né perché e come partono, né com’è “casa loro”, che porranno fine ad un fenomeno epocale, come la cronaca di questi giorni ci dovrebbe insegnare. Come ha scritto acutamente Massimo Ambrosini, uno dei maggiori esperti dei fenomeni migratori, su Avvenire di giovedì 6 aprile, «Propaganda, sulla pelle dei più deboli, anziché soluzioni pragmatiche percorribili. Un governo così pronto nell’annunciare dubbie politiche restrittive tace, invece, quando si tratta di offrire risposte sull’accoglienza di chi fugge da guerre e repressioni. Non parla di come migliorare il sistema di accoglienza, decimato e mortificato dai tagli ai finanziamenti. Non parla di come trasformare gli attuali richiedenti asilo o soggiornanti irregolari in lavoratori capaci di rispondere alle imprese, secondo i modelli già attuati in Spagna, Francia, Germania. Fare delle politiche dell’immigrazione un vessillo propagandistico non produce né soluzione ai problemi, né sicurezza nelle nostre città. Soltanto applausi o “buuu” allo straniero da curve estremiste, nel sonno della ragione, ai danni della coesione sociale e dell’interesse stesso del sistema Italia».

Ai danni della coesione sociale e dell’interesse stesso del sistema Italia: la dichiarazione di Ambrosini ci riporta al punto di partenza della nostra crisi demografica. Senza nulla togliere allo sforzo, indispensabile e doveroso, di promuovere la natalità in declino, e pur con tutta l’innegabile complessità che il fenomeno migratorio presenta e che non va né negata né banalizzata, un atteggiamento aperto, pragmatico e costruttivo nei confronti dell’immigrazione è altrettanto indispensabile per riuscire a superare la sfida della “trappola demografica”, o quantomeno e ridurne l’impatto. È quello che hanno fatto vari Paesi europei, segnatamente la Germania, dove in pochi anni hanno raddoppiato la quota di immigrati, accompagnandoli in percorsi di insegnamento della lingua, di formazione professionale, mettendo a disposizione tutti gli strumenti che servono per un’effettiva integrazione. Il risultato: anche il tasso di fecondità, fino a qualche anno fa simile all’Italia, è cresciuto fino a superare stabilmente 1,5 figli per donna, mentre l’Italia secondo il report Istat da cui abbiamo preso le mosse è ferma a 1,24.

Non esistono ricette facili, è evidente. La gravità della crisi demografica evidenziata in modo quasi brutale dai dati Istat non ci lascia però vie di uscita. Continuare a mettere la testa sotto la sabbia, rifiutando di prendere atto che l’Italia di domani o sarà un Paese multietnico, multiculturale, un tessuto di differenze – si spera – armonizzate e capaci di vivere fianco a fianco, o non sarà, ci porterà solo al disastro. Se non si vuole prenderne atto perché lo si ritiene un atteggiamento “buonista”, se ne prenda atto almeno per evitare il défault del nostro Paese.

(foto in alto: iStock)

 
 
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