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martedì 28 settembre 2021
 
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Papa in Iraq: con il diavolo non si dialoga, con l'Islam sì

08/03/2021  Bisogna con determinazione perseguire la via del dialogo interreligioso e interculturale, evitando la trappola antievangelica dello "scontro tra civiltà"; occorre riconoscere una sorta di ecumenismo del sangue che accomuna uomini e donne delle differenti fedi (varie confessioni cristiane, musulmani sunniti e sciti, yazidi); è bene evidenziare la storicità dell'incontro con il Grande ayatollah Al-Sistani che dischiude orizzonti nuovi: le riflessioni del teologo Pino Lorizio.

Come ogni anno la prima domenica di Quaresima propone il Vangelo delle tentazioni di Gesù, che anche quest’anno papa Francesco ha commentato, riprendendo un messaggio, altre volte evocato: «Ma io vorrei sottolineare una cosa: nelle tentazioni Gesù mai dialoga con il diavolo, mai. Nella sua vita Gesù mai ha fatto un dialogo con il diavolo, mai. O lo scaccia via dagli indemoniati o lo condanna o fa vedere la sua malizia, ma mai un dialogo». In questo stesso cammino quaresimale si innesta il viaggio in Iraq, che il vescovo di Roma ha fortemente voluto, nonostante tutte le difficoltà e il momento drammatico che l’umanità sta vivendo, per non deludere ancora una volta un popolo tanto martoriato. Ho seguito, non senza timore e tremore, attraverso i media, i diversi momenti di questo viaggio ed ora che il Papa è tornato possiamo anche concederci un sospiro di sollievo, perché è stato un viaggio di pace e tutto si è svolto in serenità. Non è mia intenzione stilare un “bilancio” di questa esperienza, che ha visto come protagonista papa Francesco, ma ha emotivamente e non solo coinvolto tutti noi, perché sarebbe meglio riservare il termine alle partite doppie, in cui si valutano profitti e perdite e non ad un evento, squisitamente spirituale, i cui frutti si potranno col tempo meglio percepire e raccogliere, in quanto hanno bisogno di maturare nelle nostre menti e nei nostri cuori. Mi soffermerò solo su alcuni spunti di meditazione “teo-logica”, che offro a me stesso e a chi legge.

L’Islam non è il diavolo, quindi bisogna con determinazione perseguire la via del dialogo interreligioso e interculturale. L’alternativa sarebbe il “conflitto delle civiltà” che da sempre - penso in particolare a san Giovanni Paolo II - il Magistero pontificio indica come una tentazione da evitare ad ogni costo. E la prima suggestione/indicazione che promana da questo viaggio riguarda la pluralità delle appartenenze in cui si esprime la fede islamica. Pertanto, dopo le frequentazioni coll’islamismo sunnita, sfociate nella dichiarazione di Abu Dabi, il ministero petrino ha inteso incontrare e dialogare con quello sciita, e non solo (penso alla minoranza yazida), in una terra tanto provata dalle guerre e dalla violenza, dalla quale ogni autentica religione deve prendere, senza se e senza ma, le distanze. Del resto, anche il Cristianesimo oggi è plurale nelle sue espressioni ed appartenenze. L’idea di un Islam monolitico sarebbe quindi fuorviante: la pluralità esprime la complessità dell’esperienza religiosa e costituisce una risorsa preziosa, come ha sottolineato il papa «la diversità religiosa, culturale ed etnica, che ha caratterizzato la società irachena per millenni, è una preziosa risorsa a cui attingere, non un ostacolo da eliminare. Oggi l’Iraq è chiamato a mostrare a tutti, specialmente in Medio Oriente, che le differenze, anziché dar luogo a conflitti, devono cooperare in armonia nella vita civile» (discorso tenuto nel palazzo presidenziale di Bagdad alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico venerdì 5 marzo).

La violenza non appartiene all’essenza della religione. Osservando i cruenti conflitti fra gruppi islamici, vissuti di recente anche in Iraq, si potrebbe pensare il contrario, tuttavia, se riflettessimo attentamente sulle cosiddette “guerre di religione” (ma erano esclusivamente conflitti armati fra confessioni cristiane diverse), che hanno insanguinato l’Europa fra XVI e XVII secolo, certo non dovremmo attribuirle al DNA del Cristianesimo, così come non siamo propensi a vedere nel DNA dell’Islam la violenza bellica. E i testi che la ispirerebbero, vanno spiegati e interpretati, come quelli dell’Antico Testamento, dello stesso tenore, con il contesto culturale e politico dell’ambiente da cui provengono. In maniera forte e chiara, papa Francesco, introducendo la preghiera per tutte le vittime della guerra, ha scandito delle frasi, che non è difficile memorizzare: «Se Dio è il Dio della vita – e lo è –, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è –, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è –, a noi non è lecito odiare i fratelli». In questo “noi” sono compresi tutti i “figli di Abramo”, dai quali è sgorgata un’intensa invocazione, al termine della preghiera interreligiosa ad Ur dei Caldei, la patria del padre delle fedi ebraica, cristiana e islamica: «Dio Onnipotente, Creatore nostro che ami la famiglia umana e tutto ciò che le tue mani hanno compiuto, noi, figli e figlie di Abramo appartenenti all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam, insieme agli altri credenti e a tutte le persone di buona volontà, ti ringraziamo per averci donato come padre comune nella fede Abramo, figlio insigne di questa nobile e cara terra».

Qui si esprime un cambio di paradigma, rispetto ad una tesi, negli scorsi decenni fatta propria sia da ideologi del laicismo che da qualche teologo, secondo cui la fede nell’unico Dio (monoteismo) sia necessariamente generatrice di violenza verso quanti non la condividono. La dichiarazione di Abu Dabi, la Fratelli tutti e ora questa preghiera sostengono esattamente il contrario: proprio perché crediamo nel Dio unico, pensiamo all’umanità come ad una sola famiglia, per cui tutte le guerre sono fratricide e offendono lo stesso Dio. La compresenza di letture coraniche e bibliche, nei momenti di preghiera interreligiosa, non solo conferma, ma suscita sentimenti di pace e di accoglienza, piuttosto che di conflitto e di violenza. Chi ritiene che questo viaggio, come tutti i tentativi di dialogo con altre religioni e in particolare con l’Islam, non abbia nulla a che vedere con l’evangelizzazione, non comprende che a spingere tali iniziative e a sostenere la loro fatica è proprio la forza dell’Evangelo e non una sorta di buonismo relativistico.

Infine, questo viaggio ha incrociato il martirio non solo dei cristiani, che in Iraq hanno pagato un prezzo altissimo per la loro fede, ma anche ad esempio gli yazidi. Pregando per i cristiani perseguitati, non solo qui, nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad, papa Francesco ha detto: «Siamo riuniti in questa Cattedrale di Nostra Signora della Salvezza, benedetti dal sangue dei nostri fratelli e sorelle che qui hanno pagato il prezzo estremo della loro fedeltà al Signore e alla sua Chiesa. Possa il ricordo del loro sacrificio ispirarci a rinnovare la nostra fiducia nella forza della Croce e del suo messaggio salvifico di perdono, riconciliazione e rinascita. Il cristiano, infatti, è chiamato a testimoniare l'amore di Cristo ovunque e in ogni tempo. Questo è il Vangelo da proclamare e incarnare anche in questo amato Paese». Un viatico per la meditazione della passione del Signore che ci attende nella liturgia della settimana santa. Accanto alla crudeltà perpetrata verso i cristiani, quella riservata alla minoranza yazida: «Sopra questo Paese si sono addensate le nubi oscure del terrorismo, della guerra e della violenza. Ne hanno sofferto tutte le comunità etniche e religiose, a cominciare dai musulmani sunniti e sciiti. Vorrei ricordare in particolare quella yazida, che ha pianto la morte di molti uomini e ha visto migliaia di donne, ragazze e bambini rapiti, venduti come schiavi e sottoposti a violenze fisiche e a conversioni forzate. Oggi preghiamo per quanti hanno subito tali sofferenze, per quanti sono ancora dispersi e sequestrati, perché tornino presto alle loro case. E preghiamo perché ovunque siano rispettate e riconosciute la libertà di coscienza e la libertà religiosa: sono diritti fondamentali, perché rendono l’uomo libero di contemplare il Cielo per il quale è stato creato». Come all’interno delle confessioni cristiane si indica l’ecumenismo del sangue dei martiri, così nel dialogo interreligioso e cristiano-islamico, si mostra la comune sofferenza, inferta dalla violenza di gruppi pseudoreligiosi, alle minoranze dell’una e dell'altra parte.

Qualcuno mi ha sottolineato il fatto che non si sono ascoltate molte e forti voci islamiche in questa circostanza, ma non per questo il dialogo è stato un monologo. L’accoglienza riservata al capo della Chiesa cattolica è già un messaggio, come lo è la notizia secondo cui l’ayatollah sciita al Sizani avrebbe compiuto il gesto inusuale di levarsi in piedi in presenza di papa Francesco. E da quell’incontro promana un messaggio islamico, che, a detta di un attento commentatore, “ribalta” i ruoli, in quanto è lo stesso leader sciita ad invocare libertà e sicurezza per i cristiani, nella dichiarazione rilasciata a seguito dell’incontro col papa, definita “una dichiarazione dirompente”: «“I cristiani, così come tutti i cittadini iracheni, devono vivere in pace e in sicurezza”. È una sorta di ribaltamento dei ruoli: non è il Papa della Chiesa cattolica a invocare protezione e libertà per i suoi fedeli» (Domenico Agasso su La Stampa del 7 marzo). Certo avremmo preferito assistere al gesto, appreso solo da fonti vaticane, ma le parole sembrano confermarlo, così come sgombrano il campo da un’eventuale maliziosa interpretazione in chiave di astuto nicodemismo. Ci disponiamo ad accogliere i frutti spirituali di questa esperienza, che ci auguriamo offra elementi di riflessione e conversione anche al nostro Occidente.

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