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Il re d'Inghilterra capo della chiesa anglicana. Perché l'incoronazione è una cerimonia religiosa

10/09/2022  Storia di un complesso legame tra potere civile e religioso, cominciato circa 500 anni fa e che resiste al tempo anche se deve fare i conti con la secolarizzazione e il multiculturalismo

C’è chi dice che per capire lo spirito di una Nazione bisogna ascoltarne l’inno nazionale. Quello inglese, che per 70 anni ha usato la formula “God save the Queen”, dall’8 settembre 2022 ritorna al “God save the King”. La sostanza non cambia, si tratta di affidare alla tutela del Padreterno il sovrano di turno.

Non subito, perché l’incoronazione è un momento festoso che mal si accompagna ai giorni del lutto, ma tra qualche tempo re Carlo III riceverà la corona sotto le volte a sesto acuto dell’Abbazia di Westminster, durante una cerimonia che ha tutti i crismi del rito religioso, incluso l’officiante, l’arcivescovo di Canterbury, e gli oli santi. In quanto sovrano Carlo III è anche il capo della Chiesa anglicana, una faccenda complicata che ha avuto inizio da qualche amore fuori dagli schemi, direbbero gli appassionati di gossip, circa 500 anni fa. Più seriamente, il rapporto tra la monarchia britannica e la Chiesa, da quel momento in poi Anglicana, è una storia interessante, che abbiamo provato ad approfondire. Ci ha aiutato il professor Michele Cassese, già docente di storia moderna all’Università di Trieste, e attualmente di storia del Cristianesimo all’Istituto di studi ecumenici “san Bernardino” di Venezia, che ha risposto alle nostre domande.

 

QUANDO ENRICO VIII "RUPPE" CON IL PAPA

Possiamo dire che, per come è cominciata, anche l’investitura dei sovrani inglesi, di cui tanto leggiamo sui rotocalchi, a capo della Chiesa anglicana ha origine in una faccenda sentimentale?

«Lo scisma d’Inghilterra va datato al 1534, quando Enrico VIII desiderando passare a seconde nozze con Anna Bolena chiese a papa Clemente VII una deroga al diritto canonico che non gli fu concessa, perché ne aveva già avuta una dal predecessore Giulio II per sposare la prima moglie Caterina d’Aragona, vedova di suo fratello. Al diniego del pontefice Enrico VIII si dichiarò capo della Chiesa d’Inghilterra. In questo senso c’è in origine un motivo “matrimoniale”, ma nella realtà la questione di cui parliamo va letta in chiave prettamente politica: Enrico VIII come re si sentì offeso dal vescovo di Roma. Va ricordato che pesava un precedente: già nel XIII secolo Giovanni Senza Terra aveva dovuto piegarsi, con la Magna Charta voluta dal Papa, a ritirare le disposizioni di politica tributaria che colpivano il clero d’Inghilterra. Il retaggio di quello schiaffo, rimasto in sottofondo nelle relazioni tra Papa e re d’Inghilterra, probabilmente ha avuto un peso nell’inconscio di Enrico VIII. Ma il matrimonio, - per quel sovrano che ne ha poi avuti molti, era in realtà pretestuoso a fronte dell’aspetto politico della vicenda».

DA "CAPO" A "GUIDA" DELLA CHIESA

  

Quando noi, in un Paese a tradizione cattolica, pensiamo a un capo della Chiesa pensiamo a una figura spirituale come il papa. Che cosa significa, invece, dire che il sovrano del Regno unito è capo della Chiesa anglicana?

«Dobbiamo fare una premessa circa la posizione del protestantesimo cinquecentesco riguardo al potere politico. Martin Lutero separa la parola e la spada, cioè potere spirituale e politico, pur confessando che entrambi provengono da Dio e che entrambi devono avere rispetto e seguito da parte del popolo, sia in quanto credente sia in quanto suddito. Tuttavia, con riformatori Calvino e Zwingli, si prospetta una forma che oggi chiameremmo di collateralismo, una reciproca collaborazione tra i due poteri, dal momento che, nella loro visione, il potere politico ha il compito fondamentale di difendere la Chiesa e secondo Zwingli addirittura di apprendere dagli organi della chiesa la volontà di Dio nella gestione dello Stato. In tal modo Zwingli, che influenza anche Calvino, vede uno Stato influenzato dal potere religioso. Nel caso della Gran Bretagna la cosa è più complessa: è il re che sposta su di sé il potere religioso: Enrico VIII si autodichiara nell’Atto di supremazia “capo” della Chiesa d’Inghilterra. Da quel momento per definizione il capo della chiesa d’Inghilterra non è più il Papa ma il sovrano. Elisabetta I nel 1562 sarà più cauta: cambierà quel termine “capo” in “guida” della chiesa».

ANCORA SI CITANO RE E REGINE NELLE PREGHIERE

Come si declina questo nel presente?

«Sino ad oggi nell’anima inglese il sovrano è guida della Chiesa e dello Stato, e anche in un contesto contemporaneo in cui alcuni sarebbero favorevoli alla repubblica, il sentimento della Nazione rimane fortemente legato a questa immagine del re, diciamo, simbolica in senso laico, ma sacra dal punto di vista religioso. Nell’ Holy Communion del 1662, rituale ancora in voga in alcune chiese del Regno Unito, anche se la liturgia della Santa Cena è stata aggiornata nel 1980, dopo la richiesta di perdono, ci sono due preghiere espressamente per il re o la regina: «Ti supplichiamo di salvare e difendere tutti i re e principi e governanti cristiani e specialmente il nostro servo… cosicché da lui siamo santamente e serenamente governati». C’è tutto il retaggio della Riforma protestante: il re è stato messo lì da Dio, e perciò Gli si chiede per lui un “santo e sereno governo e pieno Consiglio”; al popolo si richiede ubbidienza perché il compito del re consiste anche nel guidarlo e sostenerlo nella vera religione. Dunque il re è una figura con un compito sacro».

DENTRO I SEGRETI DELLA CERIMONIA DI INCORONAZIONE

  

Tra qualche tempo nel cuore dell’Europa vedremo Carlo III incoronato in una chiesa da un arcivescovo, con una formula che prevede l’impegno a difendere la chiesa anglicana. Possiamo dire che l’incoronazione del re d’Inghilterra che prevede gli oli santi è a tutti gli effetti una cerimonia religiosa?

«Si tratta di una cerimonia religiosa a tutti gli effetti, sacra come qualsiasi rito che si celebri in chiesa. L’Arcivescovo di Canterbury chiede al nuovo sovrano: “Volete voi mantenere le leggi di Dio e professare il Santo Vangelo? Volete voi mantenere il Regno Unito nella religione riformata protestante come stabilito dalla legge?...” Il tono sembra richiamare il rito del Battesimo. Poi gli presenta una Bibbia e lo fa giurare dicendo: “Qui è la saggezza, qui è la legge dei Re, questo è l’oracolo vivente di Dio”; e il monarca viene unto con gli oli santi. Questa parte più solenne della cerimonia è celata al pubblico, cosa che ricorda la parte della consacrazione nella messa ortodossa, nascosta ai fedeli. Il Decano di Westminster porge l’olio consacrato all’arcivescovo di Canterbury che unge il sovrano con un segno di croce sulle mani, sulla testa e sul cuore. Interessante il fatto che l’arcivescovo alla fine presenta al sovrano la spada di Stato e gli dà in mano il globo: una sfera d’oro sormontata da una croce, simbolo del dominio di Gesù sul mondo. Il sovrano riceve poi un anello, simbolo del suo matrimonio con la Nazione, e sullo scettro ha una colomba che rappresenta lo Spirito santo».

ISTITUZIONI LAICHE E SACRALITÀ DEL SOVRANO

Oggi come si concilia una ritualità di questo tipo con la secolarizzazione delle istituzioni?

«Da storico direi che l’Inghilterra è stata il primo Stato che si è aperto alla separazione dei poteri: con la seconda rivoluzione inglese del 1689, l’unica incruenta dell’età moderna, il potere legislativo è stato sottratto al sovrano. Primo caso al mondo, questo la dice lunga della capacità degli inglesi di ammodernare la gestione dello Stato. Si pone invece, complesso, il problema dal punto di vista religioso: già con Elisabetta I abbiamo avuto in Inghilterra con l’atto di Uniformità, non senza contrasti, repressioni e concessioni, il dovere di tutti i cittadini di partecipare in pubblico a cerimonie di rito Anglicano, ma la possibilità di professare nel privato la propria fede cattolica o riformata (quelli che saranno i puritani). L’animo inglese a mio avviso rimane in una forma che direi laica legato a questa “sacralità” della corona. È questa a mio parere l’ambivalenza. Ma i fatti della storia non sono mai monolitici, vanno visti nella loro complessità. La realtà inglese è molto complessa: anche chi non crede vede nella figura del sovrano non tanto la tradizione religiosa quanto la sacralità laica di un re da cui si sente rappresentato come singolo e come popolo. Una tradizione sì, ma sacra anche in questo senso laico e per questo, credo, intoccabile».

LA TRADIZIONE ALLA PROVA DEL MULTICULTURALISMO

  

Come si declina tutto questo con una Nazione, su cui il sovrano giura, che ha progressivamente scommesso sul multiculturalismo e che rappresenta con il Commonwealth un territorio molto esteso con anime e sensibilità diversissime?

«L’Inghilterra fino a pochi decenni fa era un grandissimo impero, esteso dal Canada alla Nuova Zelanda e per un certo periodo all’India e al Pakistan, per questo Elisabetta II nel 1953 dovette promettere durante la cerimonia di incoronazione di rispettare le leggi e i costumi delle diverse popolazioni che erano sotto o legate alla corona inglese. In questo senso gli inglesi avevano già riflettuto su come declinare in chiave moderna questo legame tra monarchia e fede anglicana e su come conciliarlo con la complessità che il Regno Unito vive».

E I VESCOVI ANCORA SIEDONO ALLA CAMERA DEI LORD

E intanto però 26 “lord spirituali” cioè vescovi anglicani siedono alla Camera dei Lord. Questo suona strano, in Paese laico, in territorio europeo, nel 2022. Che cosa rappresentano?

 «Se la Camera dei Comuni (o Bassa) è formata dagli eletti dal popolo e ha il potere legislativo, la Camera dei Lord (o Alta) è composta da nominati dalla corona per meriti acquisiti nell’esercizio del proprio ministero o professione e per poteri o titoli nobiliari ricevuti per eredità. Riflette questo la storia sociale del Paese, laddove i titoli bisognava conquistarseli per meriti di censo, giuridici, amministrativi o ereditari. Un lord nel Seicento era figura eccelsa della comunità. Oggi i membri della Camera dei Lord sono 767, tra loro ci sono tuttora 26 vescovi: si tratta di un retaggio storico. In Inghilterra un vescovo appena nominato diventa “Lord”, un nobile con diritto di partecipazione alla Camera Alta. In Europa anche nella chiesa cattolica in passato ci sono stati vescovi-principi, ancora oggi all’arcivescovo di Gorizia non è stato tolto ufficialmente il titolo di principe dell’impero datogli nel Settecento dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria. In Inghilterra ci sono ancora questi privilegi dei vescovi che siedono alla Camera dei Lord, che ha oggi la funzione di Alta Corte di giustizia. La conclusione cui si arriva è che in questa realtà persiste un certo connubio tra potere sacro e profano, una cosa che sarebbe impensabile in Francia per esempio. Questa diversa realtà ci fa dire che ogni Paese è figlio della propria storia e che conoscerla più a fondo è il passo da farsi per capire chi si è davvero come popolo di un territorio e costruire un proprio un futuro sull’eredità del passato».

 

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