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mercoledì 23 settembre 2020
 
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«Non aspettiamoci scoop dall'apertura degli archivi su Pio XII: il Vaticano aveva già pubblicato tutto»

05/03/2020  A pochi giorni dall’apertura del fondo della Segreteria di Stato sul pontificato di Pacelli, parla il gesuita padre Giovanni Sale: «Le carte, tutte, relative alla questione ebraica sono già note dal 1965. Fu Paolo VI a volerne la pubblicazione. Ora gli storici di tutto il mondo potranno verificarne il contenuto sui documenti originali. La parte più interessante? È quella relativa al Dopoguerra ma sembra non interessare a nessuno»

Padre Giovanni Sale
Padre Giovanni Sale

«Le carte sul pontificato di Pio XII (1939 – 1958 Ndr) e sull’attività diplomatica della Santa Sede durante la Seconda Guerra Mondiale sono già state pubblicate tutte, in undici volumi, dal 1965 al 1981, da un pool di quattro padri gesuiti. Non credo che ci saranno delle novità eclatanti o sensazionali». A “smontare”, in parte, l’attesa sull’apertura degli archivi relativi a papa Pacelli e al suo rapporto con gli ebrei durante la persecuzione nazista, è padre Giovanni Sale, gesuita, scrittore de La Civiltà Cattolica nonché docente di Storia della Chiesa contemporanea alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Tanto rumore per nulla, quindi?

«Dall’apertura degli archivi usciranno fuori cose molto importanti che completeranno quelle, assai numerose, che già conosciamo sul pontificato di Pio XII, in particolare sulla questione dei suoi rapporti con gli ebrei, ma non credo che ci saranno degli scoop».

Facciamo un passo indietro: di che archivi si tratta esattamente?

«Il fondo, molto consistente, aperto agli studiosi di tutto il mondo il 2 marzo scorso su decisione di papa Francesco, è quello degli Affari ecclesiastici straordinari (AA.EE.SS.) conservato presso l’archivio della Segreteria di Stato, non aperto al pubblico, anche se l’inventario dell’intero fondo e la parte già ordinata si trovava presso l’Archivio Segreto Vaticano (che dal 28 ottobre scorso ha cambiato nome in Archivio Apostolico Vaticano, ndr) e lì poteva essere consultato dagli studiosi. Per cui formalmente esso faceva parte dell’Archivio. Successivamente si è deciso di separare i fondi degli AA.EE.SS. dall’Archivio Apostolico e di costituire un archivio a parte con un proprio personale tecnico e una direzione, ubicato presso la Segreteria di Stato. Oggi, quindi, l’intero archivio degli AA.EE.SS. è il relativo fondo riguardante il pontificato di Pio XII è consultabile dagli studiosi in questo nuovo ambiente, molto accogliente e moderno».

Cosa s’intende per Affari ecclesiastici straordinari?

«Tutta la corrispondenza di carattere diplomatico, vale a dire le relazioni ufficiali che la Segreteria di Stato teneva con le varie nunziature apostoliche. In sostanza, l’attività diplomatica della Santa Sede. Si tratta di centinaia di documenti ufficiali».

Ma se tutto è già stato pubblicato perché si è creata quest’attesa così spasmodica?

«Per uno storico è importante non solo conoscere la trascrizione del contenuto dei documenti fatta dagli storici, in questo caso i quattro padri gesuiti, ma la possibilità di poter verificare quei contenuti sui documenti originali. Quello che mancava era questo elemento di verifica che ora sarà possibile».

Il Vaticano ha omesso qualcosa nella pubblicazione?

«No, ora gli storici di tutto il mondo e di tutti gli orientamenti potranno verificare di persona che uno: gli atti sono stati integralmente e interamente pubblicati. Due: che non sono state omesse delle carte importanti. Tre: che i padri gesuiti non hanno fatto nessuna selezione ma hanno lavorato con estremo rigore».

 Eugenio Pacelli (1876-1958) venne eletto Papa con il nome di Pio XII il 2 marzo 1939 (Ansa)
Eugenio Pacelli (1876-1958) venne eletto Papa con il nome di Pio XII il 2 marzo 1939 (Ansa)

Chi ha deciso di pubblicare le carte già nel 1965?

«Paolo VI dopo la sua visita in Terra Santa nel gennaio ’64. In quell’occasione, il governo d’Israele chiese al Pontefice l’apertura degli archivi vaticani relativi al periodo della Seconda Guerra Mondiale con particolare riferimento alla questione ebraica. Montini prese molto a cuore la questione e incaricò quattro padri gesuiti: Angelo Martini, Pierre Blet, Robert A. Graham e Burkhart Schneider i quali pubblicarono undici volumi intitolati Actes et documents du Saint-Siege relatifs à la Seconde guerre mondiale e disponibili online da alcuni anni».

Allora perché tutte queste polemiche che hanno alimentato la “leggenda nera” su Pio XII?

«Gli storici, soprattutto quelli americani molto critici verso papa Pacelli, non hanno tenuto in considerazione il lavoro svolto da questi quattro padri gesuiti, ritenendolo un’operazione apologetica portata avanti dal Vaticano unicamente per difendere le posizioni di Pio XII. L’apertura degli archivi offre adesso la possibilità di verificare che il lavoro fatto è stato condotto con estrema serietà e scrupolo. Il materiale era già tutto a disposizione ma gran parte di queste carte sono più citate sui media che lette, anche da alcuni storici di fama. La polemica su Pio XII negli ultimi anni si è giocata molto su quest’ambiguità».

Eppure il Vaticano è stato accusato più volte di non voler aprire gli archivi.

«Nel 1999 venne creata una commissione mista ebraico-cristiana su questi temi che si sciolse dopo nel 2001 perché la parte ebraica ritenne che non si poteva continuare a lavorare senza verificare la documentazione sulle carte originali. La posizione del Vaticano allora era che non ci sarebbe stata un’apertura parziale degli archivi e che il lavoro d’apertura sarebbe andato avanti secondo l’ordine già stabilito, cioè un’apertura graduale, cronologica e portata vanti secondo i criteri archivistici».

Ossia?

«Generalmente l’apertura degli archivi avviene in relazione ai pontificati. Prima era stato aperto quello di Pio XI e poi si è iniziato a lavorare sui documenti di Pacelli, sui quali c’era grande attenzione e più storici hanno sollecitato l’apertura».

Un'immagine dell'Archivio Segreto Vaticano (Ansa)
Un'immagine dell'Archivio Segreto Vaticano (Ansa)

Non dobbiamo attenderci nessuna novità allora?

«Sul periodo della Seconda Guerra Mondiale e sui rapporti tra la Santa Sede e gli ebrei no perché i fatti si conoscono già. La parte più importante di questa apertura sarà quella relativa al Dopoguerra, dagli anni Cinquanta in poi, al ristabilimento dopo la dittatura della democrazia nei vari paesi e l’apporto significativo che il Papa e la Chiesa hanno dato su questo fronte. È molto strano, ma questo sembra non interessare a nessuno anche se è una delle pagine di storia più importanti del Novecento e sulla quale gli storici avranno molto da lavorare con profitto e scrupolo».

Che atteggiamento ebbe Pio XII verso gli ebrei durante quel periodo?

«Dalle carte d’archivio emerge che più che in prima persona, il Papa ha agito attraverso la diplomazia vaticana nel tentativo di riuscire a tutelare e salvare gli ebrei. D’altra parte, la stessa diplomazia operava secondo le direttive del Papa nel tentativo di riuscire a ottenere quanto più possibile dai regimi, con un atteggiamento discreto e non ostile, ben consapevole che una denuncia pubblica della persecuzione nazista contro gli ebrei avrebbe significato perdere anche questo canale e dare inizio a rappresaglie contro gli stessi ebrei e anche contro i cattolici tedeschi».

Quindi ci fu un’azione diplomatica molto intensa.

«Sì, la Santa Sede ha agito i questo modo per ottenere ciò che era umanamente possibile in quel momento e in quelle circostanze. In sostanza, il Papa e la Santa Sede si comportarono come fecero nazioni come la Svizzera e la Svezia, come pure la Croce Rossa internazionale, le quali pure scelsero di non protestare poiché temevano che la propria attività umanitaria potesse venire interrotta nei Paesi sotto il controllo tedesco».

Ci sono negli archivi dei documenti espliciti in cui Pio XII chiede all’episcopato o alle chiese particolari una presa di posizione a tutela degli ebrei?

«No perché non era questo il modo di agire di Pacelli, che era un diplomatico per formazione e cultura. Tutta questa azione passa traverso canali diplomatici e di mediazione molto sofisticati. Al fine di tutelare le parti deboli, il Papa agì con prudenza lasciando la possibilità agli episcopati locali di esprimersi liberamente e prendere posizioni proprie come poi è accaduto. Pensi ai vescovi olandesi con tutto quel che n’è derivato».

Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, anche in questi giorni ha parlato di “apologeti a ogni costo” rimarcando che il Papa restò in silenzio di fronte al rastrellamento del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943.

«È vero, in quella, come in tutte le altre circostanze non ci fu nessuna denuncia esplicita da parte del Papa. Non dimentichiamo che il rastrellamento venne fatto all’improvviso e il Papa fu avvisato la mattina stessa. Immediatamente chiamò il suo Segretario di Stato, monsignor Luigi Maglione, perché facesse i tutti i passi diplomatici necessari per denunciare l’accaduto all’ambasciatore presso il Reich. Maglione lo fece e se si vanno a leggere le carte su quest’episodio disse parole molto dure anche se ormai la retata da parte della Gestapo era stata fatta. Però l’azione diplomatica e di protesta da parte della Santa Sede un effetto lo ebbe e fu quello di impedire che il rastrellamento si ripetesse e venisse posta in essere, dopo, un’azione di persecuzione ancora più violenta e incisiva. Il rastrellamento aveva un significato simbolico per Hitler perché dimostrava con una prova di forza che lui era in grado di agire in casa del Pontefice».

La posizione di Di Segni è comune a tutto il mondo ebraico?

«No, tra gli storici e le comunità ebraiche ci sono posizioni anche più moderate che riconoscono la bontà dell’operato di Pio XII».

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