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lunedì 06 dicembre 2021
 
Covid 19
 

Pochi vaccini: come e perché la Lombardia è diventata un caso

04/01/2021  La regione che ha ricevuto più dosi è quella che ne ha somministrato di meno. Cittadini senza tutela se gli enti locali non adempiono ai propri doveri. Non bastano le dimissioni (eventuali) di Gallera.

I calcoli politici e di bilancio prima della salute delle persone. Sembra ormai questa la stella polare che guida le scelte di alcune regioni, Lombardia in testa. Dopo il flop dei vaccini antinfluenzali con il Pirellone in ritardo su prenotazioni, acquisti e somministrazioni (come avevamo messo sull’avviso già nei nostri articoli di settembre e ottobre) la giunta guidata da Attilio Fontana sta tenendo banco nell’opinione pubblica anche per le misure anticovid. E se, sulla spinta anche della Lega, forse si arriverà alle dimissioni dell’assessore al welfare Gallera, capro espiatorio di una gestione nel complesso fallimentare, non è detto che questo porti a una inversione di rotta rispetto agli attuali ritardi.

Ma andiamo con ordine: il Parlamento ha approvato lo scorso 2 dicembre (riaggiornandolo il 12) il piano vaccinale indicando puntualmente le categorie cui somministrare le dosi nelle fasi iniziali: operatori sanitari e sociosanitari, residenti e personale delle rsa, persone di età avanzata per un totale di poco meno di sei milioni e mezzo di persone.

La struttura commissariale si è fatta carico dell’arrivo dei vaccini e della distribuzione delle dosi alle regioni in proporzione alla popolazione. In base a questa distribuzione la Lombardia è la regione che ha ricevuto più consegne. Ed è sempre il Commissario che si fa carico del supporto logistico qualora ce ne fosse la necessità (siringhe, diluente, aghi, ecc)

Il 27 dicembre è cominciata, in concomitanza con tutta Europa, la vaccinazione in Italia. Alcune regioni e provincie autonome hanno, da quel momento, proseguito con il piano. Altre invece sono andate a rilento fin quasi a fermarsi. Ricordiamo che l’organizzazione logistica della somministrazione resta, per via delle disposizioni del titolo V della Costituzione (che fu cambiato in senso federalista nel 2001). La riforma dette più poteri alle regioni in particolare nel campo della sanità e impedisce che il Governo centrale o la struttura commissariale possano intervenire pur in presenza di inadempienza da parte delle regioni stesse.

Accade così che assistiamo, quasi impotenti, a una situazioei in cui la Lombardia, che ha ricevuto fino al 3 gennaio 80.595 dosi ne ha somministrate alla stessa data  appena 3.126 (il 3,9 per cento), la Calabria 453 dosi su 12.955 ricevute, mentre il Lazio, che già si era distinto in positivo nella gestione sia del vacicno antinfluenzale che del tracciamento del covid, è riuscito a somministrare 22.314 dosi sulle 45.805 ricevute (48,7 per cento).

Intanto il responsabile della campagna vaccinale anticovid della Regione Lombardia, Giacomo Lucchini indica in 10 mila al giorno le dosi di vaccino che la regione sarebbe in grado di somministrare «con picchi di 20 mila» e dà la colpa dei ritardi alla «macchina complessa» della regione e assicura che tuti i 65 hub individuati da oggi saranno attivi. Le ferie dei dipendenti che, secondo l’assessore Gallera, non potevano essere richiamati in servizio non peseranno finanziariamente sul bilancio della regione. C’è da chiedersi però, in attesa di vedere se davvero adesso il piano vaccinale sarà eseguito con maggior zelo, quanto questi ritardi stanno pesando sul “bilancio” della salute dei cittadini lombardi.

 

 
 
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