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martedì 16 luglio 2024
 
società
 

Docenti sfiniti, in fuga dalla scuola. Ecco perché

03/07/2024  La professoressa Gabriella Fenocchio di un liceo bolognese che ha anticipato di due anni la pensione rappresenta tanti altri colleghi stritolati tra burocrazia, genitori sempre aggressivi e ragazzi sempre più fragili (di Paola Spotorno)

Per noi insegnanti boomers ormai è un chiodo fisso: ti sei fatta fare i conti per la pensione? È diventato il nostro mantra quando ci incontriamo nei corridoi, in aula docenti o al bar durante l’intervallo. C’è chi è stato più lungimirante, ha riscattato il periodo dell’università appena laureato e sta per vedere la meta. C’è poi chi, nonostante non sia conveniente, decide di anticipare la pensione, perché proprio non ce la fa più! Docenti che hanno dato l’anima, che non si sono mai risparmiati, che quasi fino alla fine ci hanno creduto, ma che all’ultimo chilometro gettano la spugna.

La professoressa Gabriella Fenocchio di un liceo bolognese, intervistata qualche giorno fa da Repubblica, ne rappresenta molti. Anni dedicati a fare progetti, a innovare, a credere che una scuola diversa, moderna e attenta ai ragazzi fosse possibile. Tutto questo però alla fine si scontra con il muro di una realtà che, fuori e purtroppo anche dentro alle aule scolastiche, rema contro il tuo lavoro. Una burocrazia che non fa che aumentare, togliendo l’anima al lavoro, genitori sempre più aggressivi e ragazzi sempre più fragili. E l’esperienza della professoressa bolognese è simile a quella di tanti altri docenti.

Una collega, anche lei molto attiva nel suo lavoro e che ha creduto fortemente nella internazionalizzazione della scuola, creando opportunità di scambio con i progetti Erasmus plus per la scuola superiore, è appena tornata da due settimane all’estero con gli studenti ed è sconsolata. Mi dice: “Con quest’anno chiudo! Ma lo sai che le famiglie controllavano in remoto i loro figli con le app del cellulare e mi chiamavano per dirmi che facevamo stancare troppo i loro ‘bambini’ quasi maggiorenni?”

Hanno ragione quindi le colleghe che alla fine decidono di tirare i remi in barca o di dedicarsi una meritata e serena pensione. È triste però pensare che questo grande capitale umano non trovi un vero riconoscimento, sia in termini economici che organizzativi, capace di arginarne la deriva. Sì, perché al di là degli investimenti del PNNR che presto vedranno la fine, cosa davvero si sta mettendo a sistema per invertire la rotta? Perché se quest’anno saranno circa 32.000 i docenti che andranno in pensione, pochi sono i giovani che vogliono insegnare e allora alla fine chissà, come nei migliori film distopici, ci si affiderà ai docenti “Chatbot”. Sono sicura che non avranno rivendicazioni salariali o sindacali, saranno efficienti per molti anni e, se rottamati, non protesteranno. Ma è davvero questo che vogliamo per i nostri ragazzi?

 

 
 
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