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venerdì 22 novembre 2019
 
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Quei figli bravi, educati e sbronzi

04/08/2018  Non dipende dalla posizione sociale: il “mal di bere” insidia famiglie insospettabili. Come confermano queste drammatiche testimonianze

«Non voglio apparire drammatico, ma ricordo benissimo quel giorno. Ero a Parigi per lavoro quando ho ricevuto la telefonata di mia moglie. Disperata. Era all’ospedale perché la nostra Annina (17 anni) era stata ricoverata per coma etilico… Pensavo fosse uno scherzo». Tempo di salire sul primo aereo per Roma e arrivare lì «e il peggio era passato», continua Luca (52 anni). «Annina si era rimessa, ma io ho cominciato a guardare lei e i suoi amici con occhi diversi e a farmi molte domande».

Chiedere ai genitori di parlare dei problemi dei figli adolescenti con l’alcol non è facile. Chi ha accettato ha chiesto di non essere riconosciuto, ma ha voluto raccontare sia per sfogarsi che per lanciare l’allarme, perché quando succede a ragazze come Anna, carina, educata, brava a scuola, educatrice all’oratorio, nessun fidanzato ma tante amiche, si è costretti a rivedere i propri termini riguardo l’identikit dei ragazzi che bevono. «Abbiamo parlato tanto, lei si vergognava e non sapeva spiegare perché, alla festa di Natale del suo liceo, non era riuscita a smettere di ingurgitare uno dietro l’altro quei maledetti “shottini”». Quei minidrink alcolici serviti in bicchieri piccolissimi, che inducono i ragazzi ad abusarne senza quasi accorgersene, per la facilità con cui si bevono e per il prezzo. «Annina si è spaventata», continua il suo papà. «Spero che questa prima esperienza con l’alcol così traumatica possa essere la sua fortuna».

Lorenzo, invece, a quanto raccontano i genitori Marco e Bianca (55 e 54 anni), non riesce, nonostante i discorsi di genitori e capi scout, a rendersi conto della pericolosità del comportamento. «Spesso quando esce la sera con gli amici torna a casa ubriaco. Lo capisco, perché va subito in bagno a vomitare», racconta la mamma.

«Ora ha 20 anni ma gli succede, non sempre ma purtroppo neanche di rado, da quando aveva 16 anni. Quando va bene è “solo” un “po’ brillo”, come dice lui. Non vi dico le discussioni e i miei pianti. Anche davanti alla mia richiesta di parlare con uno specialista, perché secondo me il suo è un problema». Ma Lorenzo dice ai suoi di non preoccuparsi, semplicemente non regge l’alcol e quindi ogni tanto, se beve a stomaco vuoto, finisce per vomitare. Ma non per questo ha intenzione di controllarsi. «Dice che alle feste ci si annoia se non c’è da bere. Io ne parlo tanto con le altre mamme. «C’è chi dice che esagero a preoccuparmi, perché è un momento di passaggio e lui, poi, nella vita di tutti i giorni “è così un bravo ragazzo…”. Vorrei aiutarlo, ma è impossibile e mi sento una pessima madre. Un po’ mi vergogno di avere un figlio che beve. Anche perché io sono astemia e proprio non capisco questa passione per gli alcolici».

«Dopo che ho visto Sara (16 anni) tornare a casa “storta” ben due volte, ho capito che su questi ragazzi dalla faccetta pulita bisogna tenere lo sguardo vigile. Ma non so cosa fare e a chi chiedere aiuto. Mia figlia si offende quando provo a parlarne e mi dice che la considero un’alcolizzata ma che lei non lo è…». Questo lo sfogo di Paola (49 anni), che ha altre due figlie di 14 e 12 anni. «Sono rimasta male quando le sorelle l’hanno vista ubriaca dopo una serata con gli amici e ancora di più perché lei è sempre stata brava e ubbidiente… ho paura del cattivo esempio che potrebbe dare alle piccole». Paola discute spesso con il marito perché porta il vino in tavola: «Sono così preoccupata che vorrei che non accompagnasse più i nostri pasti. Mio marito sostiene, invece, che basta imparare a bere il buon vino. E che il problema sono i superalcolici che i ragazzi trovano in discoteca e la moda degli aperitivi». Lei, invece, vorrebbe che fossero i genitori a dare il buon esempio.

«La cosa che mi ha colpito di più è sentir raccontare da Sara che in fondo non ama bere, ma che è solo un modo per sciogliersi e sentirsi meno timida. Che tristezza e che paura. Per me è come se non sapessero più avere relazioni al naturale ma solo viziate dal coraggio che regala l’alcol».

A CHI E DOVE CHIEDERE AIUTO

Le persone alcoldipendenti spesso non ammettono di avere un problema e rifiutano il dialogo sull’argomento. Talvolta anche i loro familiari tendono a negare o minimizzare il problema. Esistono servizi pubblici di Alcologia che si occupano di prevenzione, cura e riabilitazione delle problematiche legate all’abuso e alla dipendenza da alcol. Qui lavorano medici, psicologi, infermieri, assistenti sociali e operatori i quali, con programmi terapeutici e interventi di carattere psicosociale, supportano la persona alcoldipendente e le famiglie, anche con gruppi di auto-mutuo-aiuto. Per l’accesso a questi servizi non serve la richiesta del medico di famiglia e le prestazioni non sono soggette a pagamento di ticket. L’elenco completo si trova sul sito: www.salute.gov.it Ecco invece i numeri verdi per chi cerca supporto: Alcolisti Anonimi 800.411.406; S.O.S. Alcolismo 800.178.176

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