Le critiche dell’OCSE all’attuazione del reddito di cittadinanza nel nostro Paese non sorprendono gli osservatori più attenti delle politiche sociali, e alcune criticità erano già state ampiamente argomentate, sia sulla stampa specialistica che sui media a più ampia diffusione. Del resto un intervento così ambizioso e potenzialmente innovativo doveva inevitabilmente passare attraverso una fase sperimentale e di rodaggio, prima di poterne svolgere una valutazione complessiva (e peccato che non si sia fatto tesoro della breve ma significativa sperimentazione del REI, il reddito di inclusione, che aveva anche il pregio di valorizzare il terzo settore). Ma le critiche dell’OCSE rivestono particolare interesse soprattutto perché mettono in luce le criticità soprattutto “in chiave familiare”, che sono state troppo sottovalutate, nel dibattito politico.
In primo luogo è forte la denuncia rispetto al pessimo trattamento riservato alle famiglie numerose. Viene infatti confermato, nelle parole dell’OCSE, che gli attuali meccanismi di peso dei carichi familiari penalizzano in modo esagerato le famiglie più numerose – da cinque membri in su! Purtroppo è l’ennesima conferma di un pregiudizio ideologico negativo nei confronti delle famiglie che mettono al mondo “un figlio in più”: le scale di equivalenza sono troppo avare nel pesare il costo dei figli dal terzo in su, e così le famiglie numerose sono condannate a restare sotto la soglia di povertà reale (non quella, virtuale, misurata dalle scale di equivalenza del reddito di cittadinanza), anche DOPO aver percepito il reddito di cittadinanza. Dispiace ricordare che anche quando si trattò di approvare l’ISEE (quello che oggi regola le tasse da pagare, le graduatorie per l’accesso ai servizi, la titolarità per tanti diritti), il Forum delle associazioni familiari chiese con forza e con argomentazioni documentate di alzare le scale di equivalenza a favore delle famiglie con più figli: ma la risposta fu sempre negativa. Peraltro, le scale di equivalenza ISEE sono comunque più generose di quelle del reddito di cittadinanza. Insomma: nelle politiche pubbliche, la famiglia che fa un figlio in più non è da premiare, ma da penalizzare. E allora, alla politica e al governo, oggi più di ieri, una richiesta concreta: basta retorica sulla crisi della natalità, affermazioni di principio, annunci di emergenza demografica: concretamente, cambiate prima le scale di equivalenza a favore delle famiglie con figli nei vari passaggi amministrativi. Così dimostrerete una reale attenzione alla famiglia e al suo valore.
Il pregiudizio contro le “famiglie che fanno un figlio in più” si conferma peraltro anche nell’attuale dibattito sulla riforma del sistema previdenziale, quando si parla degli “sconti contributivi” per le madri, che nelle più recenti proposte di riforma prevedono otto mesi per ogni figlio, “fino ad un massimo di 24 mesi”. Cioè, solo fino al terzo figlio: dal quarto in poi, nessun vantaggio. Impossibile condividere questa limitazione: primo, perché comunque ogni nascita incide sui progetti lavorativi e sui cicli di vita della madre, e quindi questo andrebbe riconosciuto; in secondo luogo, perché il numero di donne che arriverebbe a percepire “altri otto mesi”, dal quarto figlio in poi, è talmente basso che l’impatto sui conti previdenziali sarebbe davvero risibile, soprattutto se confrontato con quanto finora sperperato in baby pensioni, pensioni d’oro, esodati ecc. Ma come: ci riempiamo la bocca dell’emergenza natalità (anche ai massimi livelli del governo), e poi stiamo a fare gli avari con le poche famiglie che hanno il coraggio di mettere al mondo un figlio in più? Davvero figlia di una ideologia vecchia e fuori dal tempo, questa resistenza alla famiglia e alla natalità!
Che dire, poi, della denuncia dell’OCSE rispetto ai furbetti delle separazioni fittizie, che qualcuno ha provato ad utilizzare per poter percepire il reddito di cittadinanza? Verrebbe da dire, in estrema sintesi: finalmente ve ne siete accorti anche voi! Da troppo tempo “fare famiglia non conviene”, per le politiche sociali e familiari del nostro Paese. Già nel film Casomai (nel 2002) veniva denunciato il paradosso per cui “essere sposati” non solo non era premiante, ma addirittura era penalizzante, nelle graduatorie per l’accesso al nido o quando fai la dichiarazione dei redditi. Nessuna sorpresa, quindi, che questo accada anche per il reddito di cittadinanza. Non si tratta solo di “scoprire i furbetti” e di penalizzarli; si tratta anche di chiedersi perché la famiglia sia fiscalmente svantaggiosa, nel nostro Paese. E, da ultimo, lascia molta amarezza l’idea che il matrimonio, da patto sociale di responsabilità pubblica, promosso dalla nostra Costituzione, venga utilizzato furbescamente e strumentalmente dai disonesti per “portare a casa un po’ di soldi”. Questi opportunisti calpestano un’istituzione che lo stato dovrebbe proteggere: ma siamo sicuri che oggi lo stato stia davvero proteggendo la famiglia e il matrimonio?
* Direttore Cisf, Centro internazionale studi famiglia