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sabato 24 ottobre 2020
 
L'intervista
 
Credere

Stefano Rusconi: «La mia Quaresima in trincea»

19/03/2020  Un medico dell’Ospedale Sacco di Milano racconta al settimanale Credere come vive la sua fede tra i malati di Covid-19. «In questi giorni mi manca la Messa ma ci restano la Parola di Dio e la grande arma del Rosario» (foto di Ugo Zamborlini)

«Cosa mi manca di più in questo periodo? La Messa quotidiana». Da un medico in prima linea sulla trincea del Coronavirus ti aspetteresti che parlasse, in primis, di amuchina, mascherine e di posti letto carenti. Ovviamente Stefano Rusconi, infettivologo dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano, sa benissimo quanto sia importante che ciascuno pensi alla protezione sua e dei vicini dal virus. Ma, per lui, non meno importante delle medicine del corpo, in questo momento, è il cibo spirituale. Medico dal 1988, 57 anni, Rusconi – sposato e padre di 2 figlie, entrambe maggiorenni – dal 2015 è professore associato di Malattie infettive all’Università statale di Milano. La sua specializzazione, ossia la lotta contro l’Hivs-Aids, lo ha portato a fondare,insieme con altri colleghi, amici e un missionario del Pime, padre Alessandro Sacchi, l’associazione Cielo e Terre che opera dal 2000 in Guinea Bissau. Non solo: come sostenitore del Cuamm-Medici con l’Africa di Padova, la principale Ong sanitaria d’Italia, ha compiuto diverse missioni, per brevi periodi, in Tanzania e Uganda.

Professore, perché ci fa così paura il Coronavirus?

«Perché è un’infezione virale strisciante, che non si trasmette in modo evidente, attraverso sangue, urine o rapporti sessuali, ma tramite il respiro. Una malattia, quindi, con le stesse modalità di diffusione della tubercolosi, che ha sì un tasso di infettività più alto del Covid-19, ma che viene combattuta con una cura specifica, nella maggior parte dei casi risolutiva. Il Coronavirus, invece, ci fa paura perché uno di noi può contagiare gli altri, a partire dai propri cari, senza saperlo e senza volerlo».

Lei in Africa ha dovuto confrontarsi con epidemie che scoppiano ciclicamente in contesti ben più vulnerabili del nostro sotto il profilo sanitario. Che riflessioni fa?

«Il Coronavirus non è una semplice influenza, beninteso. Può minare alle radici anche il fisico di giovani, anche se la mortalità più alta si ha per le persone sopra i 70 anni. Ma è assai meno letale di malattie che sappiamo essere diffuse in Africa (e per fortuna nell’area sub-sahariana il Coronavirus non è ancora arrivato!). Il fatto che il Covid-19 sia una malattia che ci ha costretto a cambiare in pochissimo tempo le nostre abitudini ci porta a ripiegarci molto su noi stessi e sulla lotta al virus-killer. Col rischio di dimenticare chi sta assai peggio di noi, dai malati di Ebola in Africa ai profughi siriani».

Come vive questa strana Quaresima in trincea?

«Questa vicenda del Coronavirus è senz’altro una prova, che ci può far vacillare. E il fatto che accada in Quaresima dà un ulteriore significato. A me manca molto la Messa quotidiana, è una cosa che mi fa soffrire. Ma è una privazione che affronto consapevolmente, seguendo le indicazioni dell’arcivescovo. Se non possiamo andare a Messa, come fedeli possiamo però attingere comunque alla Parola di Dio. E poi non dimentichiamo la grande arma del Rosario: c’è chi pensa sia una preghiera antiquata, ma non è affatto così. In più il Rosario è su misura per il fedele laico: lo puoi davvero recitare dovunque, anche in auto! Detto questo, credo che la nostra fede, in un periodo come l’attuale, vada portata a livello superiore».

In che senso?

«Viviamo un paradosso: da un lato ci è chiesto di alimentare ancora di più la fede, nel tempo della prova, dall’altro, non possiamo accostarci all’Eucaristia. Sperimentiamo, quindi, un digiuno che ha un significato particolare, che non dev’essere sterile e vuoto, non ci deve immobilizzare, ma – al contrario – invogliarci a continuare a spenderci, come credenti, a servizio degli altri».

C’è chi ha parlato del Coronavirus come una sorta di “castigo di Dio”. Lei come la vede?

«Sentendo espressioni del genere mi vengono un po’ i brividi: è qualcosa che mi lascia esterrefatto. Lo dico da laico: chi le ha pronunciate non ha capito bene il fondamento della fede cristiana, anche se si tratta di un consacrato che conosce la teologia. Non è la visione cattolica di Dio come amore gratuito e universale, per tutti».

A un non credente arrabbiato con Dio per la morte di anziani innocenti, magari contagiati da qualche giovane superficiale, che direbbe?

«Anche in passato è spesso accaduto che, in presenza di malattie infettive quali l’Aids, legate a comportanti altamente rischiosi, si punti il dito contro alcune persone e li si chiami persino “untori”. A mio avviso, compito del cristiano non è giudicare, ma ascoltare. Dio non vuole epidemie: se accadono, sono frutto di comportamenti dissennati dell’uomo, come nel caso del Covid-19 (che, per inciso, in Italia è entrato non dalla Cina, ma dalla Germania)».

In un momento drammatico come questo, che segnali positivi coglie attorno a sé?

«Io continuo a vedere tante persone che stanno praticando una grandissima disponibilità nell’ascoltare, nel confortare i parenti degli ammalati. C’è tanto bisogno di “spalle” su cui piangere: penso a chi porta il nonnino al Pronto soccorso perché sta male (e tuttavia, è ancora in piedi e cammina con le sue gambe) e che lo vede tornare a casa pochi giorni dopo in una bara: il bisogno di ascolto è enorme. Come credenti, quindi, credo che dobbiamo aumentare tutto quello che esprime solidarietà e ascolto di chi ha bisogno. Penso che mai come ora, come Chiesa, come credenti, dovremmo mettere in campo iniziative di solidarietà, centri di ascolto virtuali, per dare una mano a chi vive nella solitudine, dagli anziani ai giovani blindati in casa. E anche – perché no? – aumentare il numero di Messe trasmesse in Tv».

Tra colleghi, come si vivono le relazioni in questa fase?

«Mai come ora ti appoggi agli amici, ai colleghi con cui c’è intesa. Alcontrario, non lo nego, situazioni di stress come queste acuiscono i contrasti e certi equilibri tenuti insieme con lo spago saltano, creando attriti. Non è un momento facile, per niente».

Cosa si augura che possa lasciare questa vicenda?

«La prima cosa che sto sperimentando è la bellezza di lavorare insieme come équipe: collaborare premia. Anche se non nascondo la fatica, nel complesso si lavora bene insieme sugli obiettivi comuni, in primis la salute dei nostri pazienti. Più in generale, a mio avviso, grazie a una situazione strana come quella che stiamo vivendo, costretti come siamo a fare a meno di molte cose e rinunciare a tante abitudini consolidate, possiamo riscoprire gli affetti e cosa veramente conta nella vita. Questo è il tempo in cui tagliare tanti “rami secchi”, cose inutili, di vetrina, che erano nella nostra vita ma di cui abbiamo capito la scarsa importanza. Al contrario, stare in casa ci può fare apprezzare le relazioni con moglie e figli. Beninteso, è un’arma a doppio taglio: vivere insieme “per forza” può essere una grande opportunità o una maledizione. Sta a noi scegliere».

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