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lunedì 15 aprile 2024
 
festival della famiglia
 

«Sul “quasi casa” e sul “quasi lavoro” si gioca il futuro dei nostri giovani»

06/12/2023  I nostri ragazzi non hanno il mito del posto fisso e della casa di proprietà. Per entrare in sintonia e dare loro un futuro serve un cambio di paradigma: immaginare nuovi modi di abitare e di lavorare

È sul “quasi casa” e “quasi lavoro” che si gioca il futuro dei nostri giovani. Luciano Malfer, dirigente Generale dell’Agenzia per la coesione sociale della provincia autonoma di Trento non ha dubbi. «Dobbiamo immaginare e sperimentare nuovi modi di lavorare e nuovi modi di abitare. Serve un cambio di paradigma. Con nuove politiche abitative, tra progetti di cohousing, recupero degli immobili disabitati, incentivi all’autocostruzione della propria abitazione. Poi ognuno saprà qual è la soluzione migliore per il suo territorio». Stessa cosa per il lavoro: «dentro alle aziende dobbiamo parlare di conciliazione vita-lavoro non famiglia lavoro. Perché per i giovani è centrale l’armonizzazione “vita- lavoro”, ovvero lavoro per vivere ma non vivo per lavorare». Così per la conciliazione studio- lavoro «servono nidi universitari per gli studenti, non per i professori. Dobbiamo favorire l’uscita di casa dei giovani».

Sono tanti gli spunti su cui Malfer invita a riflettere al termine di uno dei primi incontri del Festival della famiglia di Trento (2-7 dicembre) dedicato alla Denatalità e a come invertire la rotta organizzato da Tsm-Trentino School of Management. La scelta di avere un figlio, come conferma l'Istat, viene spesso rinviata per ragioni economiche o sociali creando così un gap fra la famiglia reale e quella desiderata. Che fare allora? Quali strategie servono per favorire l'occupazione giovanile e la natalità? Secondo un'indagine condotta nel 2023 da Area Studi Legacoop e Ipsos il problema della denatalità è avvertito come urgente e sfidante dal 74% degli italiani e si scontra con il desiderio di avere figli, manifestato chiaramente anche dai giovani: 7 su 10 ne vorrebbero almeno due. Tra le cause principali di questo preoccupante trend vi sono: gli stipendi bassi e l'aumento del costo della vita, l'instabilità lavorativa e la precarizzazione del lavoro, la mancanza di sostegni pubblici per i costi da affrontare per crescere i figli, la mancanza di servizi per le famiglie diffusi e accessibili e infine la paura di perdere il posto di lavoro, più alta fra le donne.

Un momento del convegno a Trento di lunedì 4 dicembre
Un momento del convegno a Trento di lunedì 4 dicembre

Accanto ad aspetti di natura economica l'indagine di Legacoop e Ipsos rileva anche alcuni cambiamenti di tipo culturale e valoriale che investono le generazioni dei giovani di oggi. Sulla scelta di non fare figli pesa, per il 46% degli intervistati, la crescita dell'individualismo, la scarsa attitudine al sacrificio e la fluidità delle relazioni sentimentali. I dati riportati restituiscono un quadro estremamente complesso, nel quale elementi di natura privata, legati alle vite delle persone, si legano a fragilità strutturali del sistema Paese e nella relazione tra individuo, lavoro e servizi offerti.

Enzo Risso, direttore scientifico di Ipsos e docente alla Sapienza, ha evidenziato che la complessità del tema e la molteplicità di concause mostrano l'impossibilità di affrontare l'argomento con ricettine e mancette, evidenziando la necessità di una strategia complessiva, sistemica, che coinvolga la relazione tra lavoro e vita, tra impresa e persone, tra Stato, comunità e cittadini. «Le politiche pubbliche possono avere un ruolo importante» ha detto Risso «ma se non c'è un cambiamento di sistema, ogni intervento della politica diventa solo un obolo. C'è bisogno, anzitutto, di un cambiamento culturale prima di pensare ai fondi da assegnare, di un cambiamento sistemico, che comprenda la politica, le imprese, il mondo dell'associazionismo. Non basta il singolo intervento, ma serve un ventaglio di iniziative. Abbiamo bisogno di una presa in carico ventennale di un figlio, non solo nei primi anni di vita».

«La decrescita demografica può essere invertita anche in tempi brevi, ma occorrono investimenti sul lavoro dei giovani e delle donne» ha evidenziato Alessandro Rosina, professore di demografia all'Università Cattolica di Milano. «È vero che non ci sono bacchette magiche, ma sono possibili risultati anche nel breve termine se l'obiettivo è ridurre gli squilibri demografici. Bisogna migliorare la condizione dei giovani, promuovendone la formazione anche in vista delle richieste delle aziende e potenziando l'incontro fra domanda e offerta lavorativa. Occorre ridurre l'abbandono della scuola, l'Italia è tra i paesi europei con la quota più alta di giovani che non studiano né lavorano. Queste politiche avrebbero un effetto immediato sulla natalità. Investire nell'occupazione femminile» ha aggiunto Rosina «è cruciale per promuovere la natalità e darebbe risultati immediati. La conciliazione famiglia-lavoro, la disponibilità di asili nido, i congedi di paternità e non solo di maternità in modo da equilibrare la presenza in famiglia tra madri e padri, un welfare aziendale che consenta orari elastici, sono tutti fattori importanti».

«Per favorire la formazione di nuove famiglie» ha aggiunto il professor Rosina «e rilanciare la natalità bisogna intervenire sul primo figlio: è quello il momento in cui pesa l'incertezza sul futuro. Altrimenti si rimane in sospeso, in attesa di tempi migliori che possono tardare. Sono soprattutto le politiche strutturali, come l'investimento nei nidi, ad invertire i trend di natalità».

Alla professoressa Francesca Luppi, docente di Demografia in Cattolica, il confronto con i Paesi europei dove la natalità viaggia su tassi di fecondità più elevata e, di conseguenza, dove ci sono politiche familiari più generose. In Italia gli investimenti sono mediamente scarsi.  

Qui il video

 
 
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