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Benessere

Superare la morte del coniuge: parla chi l’ha vissuta

10/04/2017  Rimanere da soli non è facile, soprattutto dopo una vita vissuta insieme, oppure se si hanno bambini piccoli. Ma è importante ritrovare il sorriso grazie all’aiuto degli altri, come dimostrano le storie che raccontiamo

Senso di vuoto; immensa solitudine; quasi una lacerazione interiore. La morte del coniuge è un momento di grande dolore e questi sono alcuni dei sentimenti che raccontano i protagonisti. Quattro milioni e mezzo sono i vedovi in Italia; fatta eccezione per la Lombardia, che ne conta oltre 720 mila, la maggior parte delle persone sole a causa della perdita del coniuge vive al Centrosud, tra Lazio, Campania, Sicilia. Sul totale della popolazione, ci sono il 2,5 per cento di uomini vedovi e il 12 di donne.

Paola oggi è una nonna felice di 73 anni: si occupa dei suoi cinque nipoti, tutti in scala, fra i 5 anni e i 14 mesi. Ma non è stato per niente facile trovare questa serenità e ridare equilibrio alla famiglia dopo che, improvvisamente, il 14 agosto 1994 suo marito è morto; aveva solo 51 anni. «Certamente perdere il proprio coniuge dopo 25 anni di matrimonio causa un grande dolore, soprattutto se l’amore tra la coppia è stato profondo, gratuito e reciproco. Ci si sente divisi squarciati, con il cuore sanguinante. Mio marito lasciava tre figli, l’ultima aveva appena compiuto 11 anni, e i primi tempi per me sono stati terribili, non sapevo più cosa fare. Elaborare il lutto richiede tempo; nei primi momenti sei talmente impegnata nelle tante cose da sbrigare che il dolore lancinante lo soffochi con tutte le forze, le stesse che poi mi hanno accompagnato, come per miracolo, per tutti i primi giorni nel trambusto che mi circondava. Desideravo stare sola, invece dovevo occuparmi della piccola e del resto della famiglia». Nel caso di Paola, i familiari e i colleghi del marito le hanno fatto forza. Molto spesso sono il lavoro e la responsabilità verso i figli a scuotere dal profondo dolore.

«Mio marito è morto diversi anni fa a soli 47 anni in un modo repentino e inaspettato», racconta Annamaria. «Sono rimasta sola ad allevare due figli ancora studenti e a curare una madre già di salute cagionevole. Per non mettere in crisi tutti con i miei incessanti “perché?” mi sono buttata nel lavoro, e ho soffocato nel silenzio il mio dolore. Sono vissuta così per anni ignorando me stessa, dedicandomi agli altri, e il mio lutto è rimasto a covare sotto la cenere, pronto a riemergere nei momenti di grave difficoltà, e ce ne sono stati tanti». Alla fine, la forza va trovata in se stessi. Come conferma Paola: «La famiglia tutta e gli amici mi sono stati vicinissimi, ma il tuo lutto lo devi affrontare da sola e, non per ingratitudine, ma per necessità. La fede è stata il mio sostegno, la forza, il coraggio per andare avanti in mezzo a tanti problemi e preoccupazioni. Mi ha dato conforto anche nei momenti bui, che ci sono anche oggi.»

Anche nel caso di Rosanna, la fede è stata l’àncora di salvezza. «Mio marito è morto nel 1987, dopo 19 anni di matrimonio, quando io avevo 46 anni. Il tempo del lutto è stato molto doloroso, mi sentivo a metà, incompleta e insufficiente. La presenza costante di mia madre, di mio figlio, la vicinanza dei ragazzi nella scuola dove insegnavo matematica mi hanno aiutata molto a far passare il tempo del pianto. La fede e la certezza della “comunione dei santi” mi hanno aiutata a lenire e a medicare una ferita che sembrava incolmabile».

L’esperienza di queste donne non è estranea alla sensibilità maschile. Racconta Alberto: «Sono un professionista di 46 anni e lavoro in ambito accademico. Quest’anno ricorre il quinto anno della scomparsa di mia moglie: la leucemia linfoblastica me l’ha portata via nel giro di due mesi, lasciandomi due splendidi figli che ora hanno quindici e sette anni. In questi lunghi anni, ho vissuto come in apnea, cercando di sopperire alla sua mancanza, curandomi dei figli. Ho anche cercato di trovare una nuova relazione, ma dopo un breve periodo non me la sono sentita di continuare. Quasi ogni notte, Laura “viene a trovarmi nei sogni”, ma sempre come se non fosse mai morta. Mi sono fatto aiutare anche da uno psicologo, ma non è servito a cancellare Laura dalla mia vita».

Di fronte al grande senso di vuoto e di perdita, la strada della condivisione del proprio dolore con quello degli altri è una delle strategie vincenti. Lo è stato per Annamaria, che ha incontrato l’associazione “Ama - Auto-mutuo-aiuto di Milano e Monza-Brianza” che si dedica all’assistenza alle persone che hanno perso un proprio caro (www.automutuoaiuto.com) e ne ha tratto un grande sostegno. «Dopo aver partecipato alle giornate di sensibilizzazione, ho sentito l’utilità di condividere il mio dolore con altre persone con gli stessi miei problemi. Ho dato perciò la mia disponibilità affinché, anche nella mia città, si facesse questa positiva esperienza. Elaborare il lutto non vuole dire dimenticare, ma trasformare il dolore in ricordi di giorni sereni, dei quali ci è concesso in ogni modo di sentire un’infinita nostalgia. Elaborare il lutto vuol dire lasciar riposare in pace i nostri cari, guardare avanti e, pur serbando nel nostro cuore un posto per loro, riprogrammare serenamente il nostro avvenire».

Ad avviare questa esperienza, diciotto anni fa, è stato lo psicologo e psicoterapeuta Enrico Cazzaniga, che è anche docente nel Centro milanese di terapia della famiglia. «Nella mia esperienza professionale, prima presso il centro di ematologia dell’Ospedale San Gerardo di Monza e poi presso l’associazione Vidas che si occupa di cure palliative, ho incontrato molte persone che vivevano il dolore per la perdita di una persona cara. Il lutto è un’esperienza che accomuna tutti, con poche differenze tra uomini e donne, se non per gli aspetti più concreti. Quando un uomo perde la moglie, fa più fatica a rimettere ordine nella quotidianità della vita domestica, si butta nel lavoro o in diverse attività. Per la donna, invece, prevale il sentimento della separazione. In ogni caso, però, a un certo punto, occorre la decisione di mettersi in gioco e agire per superare la perdita e per affrontare quella che io chiamo la “solitudine emotiva”».

Ciò che fa più bene a chi perde il coniuge, secondo Cazzaniga, è un triplice movimento, che sta alla base dei gruppi di auto-mutuo-aiuto, un’esperienza che sta crescendo sempre di più in Italia: «Si tratta di partire da se stessi, incontrare gli altri e accettare l’aiuto che viene dalla condivisione del proprio dolore. Nei gruppi si fa proprio questo: ci si racconta; si è rispettati nella propria individuale esperienza; si dà testimonianza della propria perdita, ricevendone un beneficio interiore, perché chi ascolta il racconto di un altro dolore prende le distanze dal proprio e impara ad accettarlo. Tra i partecipanti si crea un legame basato sul rispetto e sulla fiducia e questi tre elementi sono la migliore medicina per elaborare il lutto».

Nei gruppi ci si ritrova una volta la settimana. Ci si arriva con il passaparola, oppure molti vengono a sapere della loro esistenza cercando un aiuto in Internet. «Dopo la condivisione», spiega ancora Cazzaniga, «si chiede ai partecipanti di fare un’azione comune: si va dalla semplice telefonata al farsi compagnia, andare insieme al cimitero o aiutare un vedovo a rimettere ordine nel guardaroba della moglie. Infine, chiediamo di portare la propria testimonianza nella comunità di appartenenza». Le strade da percorrere sono molto diverse fra loro. Paola ne ha scelto una davvero particolare: «Dopo i primi sei anni di vedovanza e di preparazione mi sono donata al Signore nel 2000, consacrata dal cardinale Carlo Maria Martini e insieme a una consorella abbiamo ri-fondato l’Ordo viduarum ambrosianus. La consacrazione ha rafforzato la mia vita e la mia vedovanza che, attraverso il ministero della consolazione, ti permette di rimanere accanto a tante consorelle e a persone in qualche modo sofferenti».

Con questa nuova “famiglia”, Paola vive momenti spirituali periodici, ma soprattutto si dedica agli altri. «Martini ci ha dato un mandato ben preciso: la famiglia è la nostra prima comunità, poi la parrocchia. Le persone dell’Ordo viduarum sono impegnate nella Caritas, oppure negli ospedali, o in parrocchia per un servizio pastorale. Poi abbiamo l’impegno della preghiera, della meditazione quotidiana della Parola di Dio, e il ministero della consolazione». E così, la vita di Paola ha ripreso slancio e fiducia, anche se la mancanza di Edoardo si farà sempre sentire.

A CHI RIVOLGERSI

►“Il Melograno”: www.il-melograno.it; ilmelograno2001@tiscali.it oppure 328/92.82.766.

►L’Associazione Ama Auto-mutuo-aiuto di Milano e Monza-Brianza: info@automutuoaiuto.com.

►La Chiesa di Bergamo ha una propria associazione, Santa Francesca Romana vedove cattoliche bergamasche, tel. 035/41.33.372.

►L’Ordo viduarum ambrosianus: 02/85.56.217 - 02/80.51.155 oppure scrivere a ordo@diocesi.milano.it

IN LIBRERIA

  

La vita, ancora: storie di famiglie vedove in Italia, di Francesco Belletti e Lorenza Rebuzzini, Edizioni Paoline, 208 pagine, 13 euro. La prima ricerca realizzata dal Cisf, in collaborazione con l’associazione “Il Melograno”, per dare voce alle persone vedove.

Un amore più forte della morte. Bernardette Chovelon, Edizioni Qiqajon, 142 pagine, 15 euro. La fede cristiana ci ricorda che l’amore che ha legato la coppia è espressione dell’alleanza eterna di Dio con gli uomini: la morte non avrà l’ultima parola.

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