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La scienziata che porta l'Italia su Marte: «Non siamo frutto del caso»

05/11/2021  L'astrobiologa Teresa Fornaro è l'unica italiana selezionata dalla Nasa per la storica missione sul "pianeta rosso": «Arriveremo lassù fra trent'anni ma per renderlo abitabile per l'uomo ce ne vorranno molti di più». E rivela: «Credo in Dio. La mia disciplina vuole rispondere agli interrogativi che anche gli uomini di fede si pongono: da dove veniamo, come si è originata la vita, se siamo soli nell'universo»

L'astrobiologa Teresa Fornaro con il Premio "Marisa Bellisario" ricevuto lo scorso luglio (Ansa)
L'astrobiologa Teresa Fornaro con il Premio "Marisa Bellisario" ricevuto lo scorso luglio (Ansa)

«Forse arriveremo su Marte fra trent'anni, se siamo bravi possiamo farcela anche in venti. Colonizzarlo non è impossibile ma occorrono tempo e risorse per creare un ambiente abitabile per l'uomo». L'astrobiologa Teresa Fornaro, 34 anni, originaria di Brusciano, in provincia di Napoli, ricercatrice dell'Inaf (Istituto nazionale di astrofisica) di Firenze, è l'unica italiana tra i tredici scienziati che partecipano alla missione spaziale della Nasa Mars 2020, lanciata ufficialmente il 30 luglio 2020. Il primo momento della verità è arrivato la sera del 18 febbraio scorso quando la sonda Perseverance è riuscita ad atterrare sul Pianeta rosso. Il secondo potrebbe arrivare tra circa dieci anni da Montdenier e Monatagnac, i nomi dei due campioni di roccia, sottili come una matita e lunghi circa sei centimetri, che Perseverance è riuscita a scavare e “catturare” due mesi fa dalla piccola roccia grigiastra Rochette, nel cratere Jezero, a Nord dell'equatore marziano, che circa tre miliardi e mezzo di anni fa ospitava probabilmente un ambiente non lontano da quello terrestre, e nel quale sono ancora riconoscibili le tracce del delta di un fiume che successivamente occupò l'intero bacino, dando origine a un lago. Questi due frammenti di roccia ci diranno se c’è stata vita su Marte e, quindi, se è possibile che ci sia anche in futuro. «Questo è l'obiettivo principale della missione», spiega Fornaro, rientrata in Italia nel 2019 dopo aver vinto un concorso per “Giovani ricercatori”, «ma per rispondere a questa domanda occorre studiare la geologia e l'atmosfera del pianeta». La ricercatrice, che a giugno ha ricevuto il Premio “Marisa Bellisario” e il 10 ottobre è stata ospite del Festival Bergamo Scienza, avverte: «Le missioni spaziali hanno tempi lunghi e risultati incerti. Solo per lanciare Perserverance ci sono voluti sette anni di lavoro».

Ora che si trova su Marte cosa fa esattamente questa sonda?

«Rispetto ai suoi “predecessori”, Perseverance ha la capacità di prelevare campioni di roccia attraverso un trapano che a va a perforare il suolo e incapsularne alcuni frammenti all'interno di tubi che poi lascerà sulla superficie marziana. Qui saranno presi da un'altra sonda, che sarà lanciata forse nel 2026, che una volta su Marte li inserirà in un razzo che sarà messo in orbita e “acchiappato” da un'altra sonda ancora dell'Agenzia spaziale europea che riporterà a terra tutti i campioni».

È un' meccanismo un po' complesso.

«Sì, dove ognuno ha il suo compito: Perseverance seleziona i frammenti, una sonda li preleva da Marte e un'altra ancora li riporta a terra».

Quando arriveranno i frammenti rocciosi?

«Nel 2031 se la sonda sarà lanciata nel 2026. La finestra di lancio per Marte è ogni due anni per avere un allineamento favorevole con la terra. Se dovesse essere lanciata nel 2028 i campioni ritornerebbero nel 2033».

La missione adesso come sta andando?

«Bene, nei primi mesi bisogna controllare il funzionamento di tutti gli strumenti e capire se i meccanismi testati sulla terra si comportano allo stesso modo su Marte. Una volta finita questa fase, tutto procede in maniera più rapida».

Lei che ruolo ha?

«Il compito del team è quello di analizzare i dati che gli strumenti a bordo di Perseverance ci mettono a disposizione tutti i giorni. Il mio, in particolare, consiste nell'identificare l’esistenza di molecole organiche sulla superficie di Marte, la loro natura e il loro stato di preservazione. Trovare questo tipo di tracce nelle rocce può rappresentare un indizio della presenza in passato di microorganismi, e quindi di forme di vita».

Ma come fanno queste molecole a sopravvivere a distanza di miliardi di anni?

«Le proteine sulla terra si degradano rapidamente a causa dei batteri. Su Marte, che è un ambiente molto più statico, ci aspettiamo che possano resistere per un tempo maggiore sotto la superficie delle rocce. Ci sono poi altre molecole, come quelle che costituiscono le membrane cellulari, che anche sulla terra risultano essere molto resistenti ai processi di degradazione».

Teresa Fornaro con i figli Andrea e Aurora

Dove lavorano gli altri scienziati?

«La maggior parte negli Stati Uniti. Le istituzioni estere sono tre: io rappresento l'Inaf, poi c'è un collega di Oxford e un altro di un'università canadese. Siamo solo in due con un focus sulle molecole organiche, gli altri progetti sono più incentrati sulla geologia di Marte».

Come si svolge la sua giornata di lavoro?

«Dopo aver analizzato i dati del giorno precedente, sviluppiamo un piano di operazioni che la sonda deve eseguire all'indomani e gli inviamo i comandi. Nelle prime settimane abbiamo lavorato sette giorni su sette, seguendo il “tempo marziano”, perché volevamo ricevere più dati possibili. Tenga conto che il giorno di Marte è più lungo di 40 minuti rispetto a quello terrestre».

Oggi com'è Marte?

«Un pianeta arido, gelido, inospitale per l'uomo, con un livello di radiazioni molto alto perché ha un'atmosfera sottile. Non c'è un campo magnetico come quello terrestre in grado di proteggerci dalle radiazioni dannose. Quattro miliardi di anni fa, però, non era così. C'era acqua in superficie, un'atmosfera più spessa, un campo magnetico, e molecole organiche semplici. Proprio come la terra. Marte, insomma, aveva tutte le carte in regola per dare origine alla vita ma non sappiamo se e in che misura ciò sia avvenuto. Per questo inviamo le sonde in luoghi potenzialmente abitabili nel passato. Un altro obiettivo della missione Mars 2020 è quello di acquisire conoscenze e preparare all’esplorazione umana del pianeta perché oggi l'uomo non potrebbe sopravvivere».

Elon Musk, il proprietario di Space-X, pensa che in futuro potremo abitare su Marte.

«Ci vorrà molto tempo e ingenti risorse per renderlo abitabile. Prima di tutto dovremo analizzare i reperti marziani, poi tornare sulla Luna, più vicina rispetto a Marte, per testare le tecnologie di un viaggio interplanetario. Infine, costruire condizioni di vita “umane” tipo fertilizzare il terreno per renderlo coltivabile, estrarre l'acqua rimasta nel sottosuolo a chilometri di profondità, portare attrezzature ad hoc in grado di trasformare in ossigeno l’anidride carbonica di cui è composta in gran parte l’atmosfera marziana, costruire edifici in grado di schermare dalle radiazioni».

Com'è arrivata a fare questo mestiere?

«Fin da piccola ero attratta dalla scienza e dalla filosofia. Alla fine questi due interessi si sono uniti quando ho incrociato l'astrobiologia, che studia l’origine della vita e la sua distribuzione nell'universo e racchiude aspetti scientifici e filosofici. L'astrobiologia incrocia molte altre discipline, dalla chimica all'ingegneria, dall'astrofisica alla biologia molecolare, e ogni tessera è fondamentale per completare il puzzle».

Lei crede in Dio?

«Sì, non siamo figli del caso o di coincidenze fortuite. L'astrobiologia, in fondo, vorrebbe rispondere agli interrogativi che anche gli uomini di fede si pongono: da dove veniamo, come si è originata la vita, se siamo soli nell'universo, se siamo gli unici, se la terra è l’unico posto per la specie umana o quello più speciale e se ne esistano altri. Credo che dietro alla realtà ci sia un significato più profondo e la scienza può fornire gli strumenti per cercare di svelarlo».

Quando è stata selezionata nel team scientifico della missione?

«Aspettavo i miei figli, Andrea e Aurora, che hanno compiuto un anno da poco. È più impegnativo accudire due gemelli che la missione su Marte (ride, ndr). Per fortuna ho la mia famiglia che mi aiuta. A volte mi collego con la Nasa con Andrea in braccio che piange oppure, mentre lavoro sui dati, devo correre perché Aurora si è svegliata. In quest'ultimo anno abbiamo lavorato in smart working anche noi e nei meeting in video collegamento con gli altri colleghi si sentono i bimbi che piangono. Lavorare così ci ha reso più umani e ha svelato la nostra parte più personale».

La sonda Perseverance della NASA presente su Marte (Ansa)

 
 
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