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giovedì 01 ottobre 2020
 
 

Tiraboschi: «Le intenzioni sono buone»

12/01/2014  «Positivo che si dica che il lavoro non lo creano le leggi ma le imprese, che vanno aiutate concretamente ad assumere», afferma il giuslavorista, «mentre non è chiaro, con il contratto unico, che fine farà l'apprendistato per i giovani, che considero molto importante»

«Ero molto perplesso sugli annunci degli ultimi mesi molto incentrati sull’articolo 18 e sul contratto unico mentre la bozza fatta circolare da Matteo Renzi mi ha molto sorpreso perché segna, almeno nelle intenzioni, un cambio di passo importante rispetto alla legge Fornero e al pacchetto Letta». È il giudizio di Michele Tiraboschi, docente ordinario di Diritto del lavoro presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e già allievo di Marco Biagi, sul Job Act che Matteo Renzi presenterà il prossimo 16 gennaio alla direzione nazionale del Pd.

Qual è l’inversione di tendenza, professore?
«Mi sembra che l’idea di partenza sia buona nel senso che non si mette in testa la riforma delle regole del lavoro ma la riforma del sistema paese, l’individuazione di alcuni settori chiave come la manifattura, l’hi-tech, il Made in Italy, l’artigianato, i lavori verdi. Per cui si dice per la prima volta che l’occupazione la creano le imprese e non le leggi sul lavoro. Tant’è vero che si parla di costo dell’energia e di costo del lavoro che sono i due elementi chiave per spingere le imprese ad assumere. Se un’azienda paga l’energia molto di più della concorrenza è costretta a non assumere o usare finti contratti o finti stage come succede oggi. Trovo positivo il fatto che si dica che le norme di assunzione e licenziamento debbano essere poche, chiare e precise».

Andiamo nel merito. Il contratto unico a tutele progressive le piace?

«Non tanto nel senso che questo tipo di contratto non varrà più per tutto il mercato del lavoro ma solo per i giovani. Mi domando che fine farà ad esempio l’apprendistato che è la ricchezza e la fortuna di paesi come la Germania, la Svizzera , l’Austria ed è un contratto d’ingresso legato alla formazione, alle competenze e all’integrazione scuola-lavoro».   L’assegno universale come sussidio unico per chi perde il lavoro la convince? «L’orientamento è buono, anche se bisogna aspettare un testo definitivo perché il tema dei sussidi è molto complicato. La cassa integrazione ha aiutato il nostro Paese dal 2008 ad oggi a gestire una crisi devastante. La cassa integrazione vale solo per la grande impresa, per i lavoratori dipendenti e con anzianità di servizio mentre l’idea di un sussidio universale mi sembra voglia abbracciare il mondo del lavoro autonomo, del lavoro coordinato continuativo, la parasubordinazione, i contratti a progetto, le partite Iva. L’assegno deve riguardare tutte le forme contrattuali e i lavori e non solo quelli tradizionali della grande impresa e del lavoro subordinato tendenzialmente stabile».  

Bisogna trovare le risorse però.
«È uno dei punti critici, è vero, però oggettivamente penso che le risorse ci siano se pensiamo che il regime giuridico degli ammortizzatori sia stato utilizzato in questi anni con notevolissime deroghe, anche al di là di quanto diceva la legge, durate anni. Basta razionalizzare l’uso attuale degli ammortizzatori e incentivi e rendere effettiva la regola secondo cui chi percepisce un sussidio pubblico deve partecipare a veri corsi formativi di riqualificazione e accettare un lavoro congruo rispetto a quello che aveva prima. Questa è la regola europea che si applica in tutti i paesi tranne che nel nostro. Quanto alla riduzione dell’Irap per le imprese che assumono la misura è buona solo che Renzi dovrà trovare le risorse. Vedremo dove le prenderà».
    
Cosa non la convince invece?
«La legge sulla rappresentanza sindacale unita al tema della possibilità che i lavoratori siedano nei Cda delle aziende. Il tema della partecipazione è importante perché se vogliamo chiedere al lavoratore sacrifici e flessibilità bisogna metterlo nelle condizioni di partecipare alla vita dell’azienda. Sulla rappresentanza però il Job Act è contraddittorio: prevedere che il sindacato rappresenti per legge tutti i lavoratori e che a fare questo sia il sindacato maggioritario, quindi con un occhio di riguardo alla Fiom, mi pare una forzatura. Rinunciare, inoltre, all’idea che il sindacato è un’associazione libera che si basa sull’adesione volontaria e libera delle persone. Mi pare che vada contro i principi di libertà sindacale e contro un parte del mondo sindacale, come quello cattolico,  che ha sempre rifiutato una legge che portasse logiche maggioritarie nel sindacato che spingono al massimalismo, a radicalizzare i conflitti o, come è successo in America, alla scomparsa stessa del sindacato» .

 
 
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