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martedì 26 ottobre 2021
 
Chernobyl, 35 anni dopo
 

Tra i bambini ucraini malati di tumore,la storia a lieto fine di Alisa

26/04/2021  A 35 anni dal disastro di Cernobyl migliaia di bambini ucraini continuano ad ammalarsi. Di loro si occupa anche la onlus Soleterre

Il padre di Alisa, Andriy
Il padre di Alisa, Andriy

A distanza di 35 anni gli effetti del disastro di Chernobyl continuano a farsi sentire in Ucraina. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2020, nella fascia d’età 0-14 anni, sono stati registrati 1.442 nuovi casi di tumore, di cui 313 di leucemia, 136 del sistema nervoso, 71 di linfoma di Hodgkin, 71 di linfoma di Wilms, 24 di linfoma di Burkitt, 23 di Retinoblastoma. 

Secondo i dati raccolti e analizzati dall’OMS, le leucemie, i tumori del sistema nervoso e i linfomi appaiono tra le principali cause di mortalità infantile, soprattutto nella fascia di età da 1 a 4 anni, con la leucemia in quarta posizione e i tumori del sistema nervoso in quinta, e nella fascia di età dai 5 ai 14 anni, con la leucemia in quinta posizione e i tumori del sistema nervoso in sesta.

Preoccupante è soprattutto il dato relativo alla diagnosi precoce: solo il 10.3% dei pazienti di età compresa tra 0 e 17 anni nel 2016 ha scoperto la malattia durante un controllo preventivo. 

L’aumento dell’incidenza del cancro alla tiroide tra i bambini esposti alle radiazioni in Ucraina, Bielorussia e Russia è stato rilevante: sino al 2009 erano stati 6.049 i casi di cancro operati in Ucraina tra le persone esposte a radiazioni in età inferiore ai 18 anni; nel 2014, la cifra ha raggiunto quota 10.432. Soleterre è una onlus che opera in Ucraina a favore dei bambini e segnala anche una storia a lieto fine, quella di Alisa, una bambina a cui, purtroppo, quattro anni fa è sopraggiunta la diagnosi di cancro. Ironia della sorte, il papà di Alisa è nato proprio nel 1986, l’anno del disastro, come in una sorta di scherzo terribile del destino. Ma in questo trentacinquesimo anniversario, non c’è spazio per la tristezza o per la paura, ma solo per un messaggio di speranza: Alisa è guarita, sta bene e vive la vita di un qualsiasi suo coetaneo. Racconta Andriy, papa’ di Alisa:
«Purtroppo, nel 2017 lei ha festeggiato il suo 3 compleanno presso l’Istituto Nazional del Cancro dove è stata ricoverata. La terribile diagnosi aveva colpito anche noi, sconvolgendo completamente le nostre vite. Oggi Alisa, però, ha 7 anni, è guarita e vive la vita come tutti i bambini della sua età. Si gode la vita, gioca con gli amici, disegna. Fortunatamente si ricorda poco di quei tempi quando era malata: i momenti che le sono rimasti più impressi sono il gioco, l’altalena nel cortile della casa d’accoglienza. Durante tutto il periodo delle cure, infatti, potevamo stare nella casa di accoglienza Dacha dove nelle pause tra i cicli di chemio le famiglie si sentono come a casa. È un grande sostegno per le famiglie che stanno lottando contro il tumore per la cosa più’ preziosa, la vita dei loro figli». 
Oltre alle patologie oncologiche il disastro di Chernobyl ha avuto un forte impatto anche sulla salute mentale con segnalazioni di aumento dei livelli di ansia e depressione anche per le generazioni non direttamente colpite da dosi di radiazioni. Si tratta della cosiddetta radiofobia, termine che è stato coniato in letteratura proprio per denotare la paura dell'esposizione alle radiazioni dopo Chernobyl. Una paura che persiste ancora dopo 35 anni. 

Questo quanto emerge da una ricerca effettuata da Fondazione Soleterre su diversi studi condotti in questi ultimi 35 anni che mostrano gli effetti delle radiazioni e della radiofobia, intesa come la paura persistente, eccessiva o irragionevole riguardo a un oggetto o una situazione (American Psychiatric Association). «Le radiazioni ionizzanti possono causare disfunzionamenti cognitivi non solo a chi è stato effettivamente esposto, ma anche a causa della cosiddetta esposizione percepita, la paura delle radiazioni, o radiofonia”» afferma Damiano Rizzi, psicologo clinico e Presidente di Fondazione Soleterre che per 4 volte, a partire dal 2001, è stato all’interno della zona rossa della centrale di Chernobyl e che ha condotto con Soleterre una ricerca internazionale sulla percezione dell’accoglienza in Oncologia pediatria 

«I dati in letteratura» prosegue Rizzi «pubblicati di recente sull’International Journal of Radiation Biology hanno mostrato che in 35 anni di studi gli effetti dello stress psicologico sulla funzione cognitiva sono stati causati da infiammazione vascolare, la neuroinfiammazione, alti livelli di cortisolo e diminuzione della neurogenesi. L’ansia da radiazioni colpisce profondamente anche chi non è stato direttamente esposto perché si basa sulla paura di qualcosa di sconosciuto».

Fondazione Soleterre dal 2005 è attiva in Ucraina in aiuto a una media di 600 bambini malati di tumore all’anno con i loro genitori. Sostiene i reparti d’ospedale in termini di formazione, strumentazione diagnostica e chirurgica per diagnosticare per tempo il cancro ed eseguire le operazioni di amputazione nel caso di tumori solidi, al fine di aumentare i tassi di sopravvivenza. Oltretutto, al cuore dell’intervento di Soleterre in Ucraina c’è “La Dacha”, la casa di accoglienza a Kiev, creata e gestita in collaborazione con il partner Zaporuka, che rappresenta l’unica struttura in Ucraina che accoglie gratuitamente i bambini malati di cancro e le loro famiglie


 

 
 
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