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Un articolo che attraversa l'Italia del lavoro

01/10/2014 

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ha una lunga e tormentata storia che attraversa l'Italia del lavoro e inizia nel 1970. Il padre riconosciuto dello Statuto è Gino Giugni, ma a concepirlo fu l’allora giovane ministro del Lavoro, il socialista Giacomo Brodolini, che già aveva elaborato la riforma del sistema pensionistico e il superamento delle gabbie salariali. Brodolini istituì la commissione per le riforme guidata da Giugni ma non fece in tempo a vedere la sua “creatura”. Morì infatti l’11 luglio 1969, a soli 49 anni. Lo Statuto è rimasto invariato per un trentennio, senza particolari dibattiti. I tentativi più incisivi per modificare o eliminare del tutto una delle norme più discusse della nostra legislazione iniziano nel 2000, quando i partiti del Centrodestra e i radicali promuovono un referendum per abrogare l’articolo, ma si vedono respinti da dieci milioni di italiani che rispondono “no”. Quando Renzi si appella al popolo affermando che lui sa che gli italiani sono contrari all’articolo 18 sorvola su questo importante precedente.

I promotori della sua abolizione però non si sono dati mai per vinti. Nell’agosto 2001, dopo una stagione contrattuale segnata da molti scioperi e un accordo separato sul rinnovo per i metalmeccanici, il governo Berlusconi  è tornato all’assalto nuovamente a favore di modifiche all’articolo18, scatenando manifestazioni in tutto il Paese. Il 15 novembre 2001 il terzo governo Berlusconi la legge delega sul mercato del lavoro, un disegno riformatore basato sul Libro Bianco a cui aveva lavorato anche Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse. L’abrogazione dell’articolo 18 è uno dei pilastri della riforma. Ma il tentativo anche in questo caso viene respinto. A difendere in maniera più strenua l'articolo 18 è stata sicuramente la Cgil, che per dire no a un tentativo di modifica della norma, il 23 marzo 2002, al Circo Massimo di Roma, con Sergio Cofferati segretario generale, porta in piazza tre milioni di persone. Forse la più grande manifestazione sindacale della storia d’Italia. Il 10 marzo 2003 il nuovo segretario della Cgil Guglielmo Epifani consegna al presidente del Senato Marcello Pera oltre 5 milioni di firme raccolte dal suo sindacato contro le modifiche.

Il 15 e 16 giugno 2003 si tiene un nuovo referendum in senso opposto: riguarda l’estensione delle tutele anche nelle aziende con meno di 15 dipendenti. Ancora una volta, la sinistra arriva spaccata. Piero Fassino, segretario dei Ds, porta avanti la tesi dell’astensione, mentre la minoranza e la Cgil guidata da Guglielmo Epifani è dell’idea di andare alle urne e votare per il sì. Anche per questo non viene raggiunto il quorum e il voto si ferma al 27 per cento. Agli italiani, almeno stando a manifestazioni e referendum, l’articolo 18 piace così come è stato formulato. Altrimenti ci sarebbe stata una partecipazione più massiccia dei lavoratori nelle aziende con meno di 15 dipendenti. Nel 2008 il giuslavorista e senatore (all’epoca Pd, poi Scelta civica) Pietro Ichino presenta una proposta di legge per un contratto di lavoro unico per i nuovi assunti, con garanzie crescenti nel corso del tempo e ammette la possibilità di licenziare in caso di crisi economica comprovata dell’azienda,in cambio di indennità molto più consistenti e durature di quelle attuali. Nel 2011 Monti di fatto facilita i licenziamenti economici.

Nel febbraio 2013, la riforma del lavoro firmata da Elsa Fornero trasforma profondamente la disciplina dei licenziamenti illegittimi. La norma più contestata riguarda l’abolizione del reintegro automatico e la sua sostituzione in alcuni casi con un semplice risarcimento economico. Attualmente l’articolo 18 coinvolge 7,8 milioni di lavoratori dipendenti, pari al 65 per cento del totale, a fronte di 4,2 milioni di non aventi diritto e 10 milioni di autonomi e parasubordinati.Oggi tocca al Governo di Matteo Renzi introdurre le nuove modifiche.  

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