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mercoledì 14 aprile 2021
 
TERZA ETÀ
 

«Accogliere gli anziani è seminare speranza e futuro»

09/02/2021  Presentato il 9 febbraio il documento della Pontificia Accademia per la vita “La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia”. I dati dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) parlano chiaro: nel 2050 una persona su cinque sarà anziana. La “ricchezza degli anni” è un tesoro da valorizzare e proteggere.

Dieci pagine, sono dieci intense pagine quelle del documento della Pontificia Accademia per la Vita presentato questa mattina “La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia” in cui riflettere sul ruolo determinate degli anziani illuminato dai mesi difficili che abbiamo vissuto, travolti da un virus micidiale che ha sconvolto le nostre vite e rivoluzionato rapporti e priorità. Dove i più colpiti sono stati proprio gli anziani, falcidiati dai contagi. Morti soli, tante e troppe volte nelle case di cura. Il Covid ci ha rubato un'intera generazione, i nostri nonni, le radici delle nostre famiglie. Con loro i ricordi e la saggezza di quel tempo della vita.

«La pandemia» si legge nel documento che apre con un primo paragrafo Una lezione da apprendere «ha fatto emergere una duplice consapevolezza: da una parte l’interdipendenza tra tutti e dall’altra la presenza di forti disuguaglianze. Siamo tutti in balìa della stessa tempesta, ma in un certo senso, si può anche dire che stiamo remando su barche diverse: le più fragili affondano ogni giorno».

In questo difficile contesto «Si staglia l’ultima Enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti, che, provvidenzialmente, disegna l’orizzonte in cui collocarci per delineare quella “prossimità” al mondo degli anziani, che sino ad oggi è stato spesso “scartato” dall’attenzione pubblica. Gli anziani, infatti, sono stati tra i più colpiti dalla pandemia. Il numero di morti tra le persone oltre i 65 anni è impressionante».

Ecco allora l'appello di papa Francesco: «“Isolare le persone anziane e abbandonarle a carico di altri senza un adeguato e premuroso accompagnamento della famiglia, mutila e impoverisce la famiglia stessa. Inoltre, finisce per privare i giovani del necessario contatto con le loro radici e con una saggezza che la gioventù da sola non può raggiungere”.

Il Covid-19 e gli anziani

Il capo dell’Ufficio europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si legge nel documento, ha dichiarato che «nella primavera del 2020 fino alla metà dei decessi per coronavirus nella regione sono avvenuti nelle case di cura: una “tragedia inimmaginabile”, ha commentato[».

Questo pone il problema del ricovero degli anziani nelle case di cura: «L’istituzionalizzazione degli anziani, soprattutto dei più vulnerabili e soli, proposta come unica soluzione possibile per accudirli, in molti contesti sociali rivela una mancanza di attenzione e sensibilità verso i più deboli».

Tale approccio, infatti, «Manifesta in maniera evidente ciò che Papa Francesco ha definito la cultura dello scarto». […] «Già negli anni in cui era Arcivescovo di Buenos Aires, papa Francesco sottolineava che Eliminare gli anziani è una maledizione che spesso questa nostra società si autoinfligge”».

Ecco perché «È quanto mai opportuno avviare una riflessione attenta, lungimirante e onesta su come la società contemporanea debba farsi “prossima” alla popolazione anziana, soprattutto laddove sia più debole». E quanto sia più che mai necessaria «Una nuova visione, di un nuovo paradigma che permetta alla società di prendersi cura degli anziani».

La benedizione di una lunga vita

«Si impone anche a seguito dei grandi cambiamenti demografici a cui tutti assistiamo. Sotto il profilo statistico-sociologico, uomini e donne hanno in generale oggi una più lunga speranza di vita. Correlata a questo fenomeno si registra una drastica riduzione della mortalità infantile».

Un dato clamoroso indica la strada: «Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2050 nel mondo ci saranno due miliardi di ultrasessantenni: dunque, una persona su cinque sarà anziana».

«È pertanto essenziale rendere le nostre città luoghi inclusivi e accoglienti per gli anziani e, in generale, per tutte le forme di fragilità».

Perché «Essere anziani è un dono di Dio e un’enorme risorsa, una conquista da salvaguardare con cura». Ed è «Innegabile che la pandemia abbia rinforzato in noi tutti la consapevolezza che la “ricchezza degli anni” è un tesoro da valorizzare e proteggere».

Un nuovo modello di cura e di assistenza degli anziani più fragili

«A livello culturale e di coscienza civile e cristiana, è quanto mai opportuno un profondo ripensamento dei modelli assistenziali per gli anziani».

«Imparare ad “onorare” gli anziani è cruciale per il futuro delle nostre società e, in ultima istanza, per il nostro futuro».

«La realizzazione di una vita piena e di società più giuste per le nuove generazioni dipende dal riconoscimento della presenza e della ricchezza che costituiscono per noi i nonni e gli anziani».

Ecco allora che è necessario «Creare le condizioni migliori affinché gli anziani possano vivere questa particolare fase della vita, per quanto possibile, nell’ambiente a loro familiare, con le amicizie abituali».

Perché «Mettere al centro dell’attenzione la persona, con i suoi bisogni e suoi diritti è espressione di progresso, di civiltà e di autentica coscienza cristiana».

«Per individuare nuove prospettive abitative ed assistenziali è necessario partire da un’attenta considerazione della persona, della sua storia e delle sue esigenze».

Con l'obiettivo di «realizzare un continuum assistenziale tra la propria casa e alcuni servizi esterni, senza cesure traumatiche, non adatte alla fragilità dell’invecchiamento».

Con «Un’attenzione particolare alle abitazioni perché siano adeguate alle esigenze dell’anziano».

È necessario «E urgente attivare una “presa in carico” dell’anziano laddove si svolge la sua vita».

Pertanto «Vanno incrementate le figure dei care-giver». «Tutto ciò può consentire agli anziani di vivere in maniera “familiare” questa fase dell’esistenza». «Grande supporto può derivare dalle nuove tecnologie e dai progressi della telemedicina e dell’intelligenza artificiale».

«Un’alleanza attenta e creativa tra famiglie, sistema socio- sanitario, volontariato e tutti gli attori in campo, può evitare ad una persona anziana di dover lasciare la propria abitazione».

È necessaria, piuttosto, «una personalizzazione dell’intervento sociosanitario e assistenziale».

Vanno promosse «Con creatività e intelligenza l’independent living, l’assisted living, il co-housing». Tali esperienze, infatti, «Consentono di vivere in un alloggio privato, godendo dei vantaggi della vita comunitaria».

Ispirandosi al tradizionale vicinato, «Contrastano molti dei disagi delle città moderne: la solitudine, i problemi economici, la carenza di legami affettivi, il semplice bisogno di aiuto».

«Sono formule abitative ed assistenziali che richiedono un profondo cambiamento di mentalità e di approccio all’idea della persona anziana fragile, ma ancora capace di dare e di condividere: un’alleanza tra generazioni che può farsi forza nel tempo della debolezza».

Riqualificare la casa di riposo in un continuum” socio-sanitario

Ossia «Offrire alcuni loro servizi direttamente nei domicili degli anziani: ospedalizzazione a domicilio, presa in carico della singola persona con risposte assistenziali modulate sui bisogni personali a bassa o ad alta intensità, dove l’assistenza sociosanitaria integrata e la domiciliarità rimangano il perno di un nuovo e moderno paradigma».

È necessario «Supportare le famiglie che, soprattutto se costituite da pochi figli e nipoti, non possono sostenere da sole, presso un’abitazione, la responsabilità a volte logorante di prendersi cura di una malattia esigente, costosa in termini di energie e di denaro».

«Va reinventata una rete di solidarietà più ampia, non necessariamente ed esclusivamente fondata su vincoli di sangue». «Il declino delle relazioni sociali, infatti, colpisce in modo particolare gli anziani».

Basti pensare che da un'indagine svolta negli Stati Uniti «Nel 1985 le persone potevano contare su circa tre persone di fiducia, nel 2004 questo dato si riduce a uno».

Per questo «È importante invertire il trend, anche con attenti piani che promuovano sia nel versante civile che in quello ecclesiale l’attenzione e la cura perché coloro che invecchiano non siano lasciati soli».

In diversi Paesi, «Le case di riposo sono state, negli ultimi decenni, la risposta ad una domanda crescente, proveniente da un mondo in trasformazione».

Le famiglie, dal canto loro, «Ricorrono spesso alla soluzione del ricovero in strutture pubbliche e private per necessità, nella speranza di offrire ai propri cari un’assistenza di qualità».

«Nella gran parte di queste strutture, la dignità e il rispetto per l’anziano sono sempre stati i cardini dell’opera assistenziale».

«Col passare degli anni, tuttavia, le normative hanno imposto di ridurre le dimensioni delle grandi strutture residenziali, sostituendole con moduli più piccoli e più funzionali alle necessità degli ospiti».

«È pur vero che l’ambiente delle case di riposo appare strutturato più come un ospedale che come un’abitazione, senza che tuttavia vi sussista l’elemento più specifico: ossia il fatto che in ospedale si entra con la speranza di uscirne, una volta che si è stati curati. Un fattore che sta facendo ormai emergere un disagio diffuso nella coscienza collettiva, sia a livello medico che culturale».

Gli anziani e la forza della fragilità

In questo orizzonte si inserisce «L'invito a Diocesi, parrocchie e comunità ecclesiali a «Una riflessione più attenta verso il mondo degli anziani».

«La loro presenza è una grande risorsa». Hanno un ruolo determinate «Nella conservazione e trasmissione della fede».

Dal canto loro «Certamente, gli anziani, da parte loro, devono cercare di vivere con sapienza la vecchiaia. “Questi anni del nostro ultimo tratto di cammino, contengono un dono e una missione: una vera vocazione del Signore”».

Ecco perché «È necessario “annunciare la presenza di Cristo [anche] alle persone anziane”».

È indispensabile «Aiutarli a riscoprire il significato del proprio Battesimo, in una fase speciale della vita, [...]: per ritrovare lo stupore dinanzi al mistero dell’amore di Dio e all’eternità; [...] per scoprire la relazione con il Dio dell’amore misericordioso; per chiedere agli anziani che fanno parte delle nostre comunità di essere attori della nuova evangelizzazione per trasmettere essi stessi il Vangelo. Essi sono chiamati ad essere missionari”, come ogni altra età della vita».

In questo «“La Chiesa [può farsi] luogo dove le generazioni sono chiamate a condividere il progetto d’amore di Dio”».

«Questa condivisione intergenerazionale ci obbliga a cambiare il nostro sguardo verso gli anziani, per imparare a guardare al futuro insieme a loro».

Giovani e anziani, infatti, «Incontrandosi, possono portare nel tessuto sociale quella nuova linfa di umanesimo che renderebbe più solidale la società».

La vecchiaia, poi, «Richiama anche il senso della destinazione ultima dell’esistenza umana».

Nel 1999 Giovanni Paolo II diceva: «L’uomo che invecchia non si avvicina alla fine, ma al mistero dell’eternità».

Preziosa è anche «La testimonianza che gli anziani possono dare con la loro fragilità. Essa può essere letta come un “magistero”, un insegnamento di vita».

La vecchiaia «Va compresa anche in questo orizzonte spirituale: è l’età propizia dell’abbandono a Dio». «Caduti i puntelli umani, la virtù fondamentale diviene la fede, vissuta non solo come adesione a verità rivelate, ma come certezza dell'amore di Dio che non abbandona».

«La debolezza degli anziani » si legge nel documento «è anche provocatoria: invita i più giovani ad accettare la dipendenza dagli altri come modo di affrontare la vita». «Una società che sa accogliere la debolezza degli anziani è capace di offrire a tutti una speranza per il futuro. Togliere il diritto alla vita di chi è fragile significa invece rubare la speranza, soprattutto ai giovani. Ecco perché scartare gli anziani – anche con il linguaggio - è un grave problema per tutti. Implica un messaggio chiaro di esclusione, che sta alla base di tanta mancata accoglienza: dalla persona concepita a quella con disabilità, dall’emigrato a colui che vive per strada».

Come ripete papa Francesco «L'abbandono diviene una forma di eutanasia nascosta e propone un messaggio che mette a rischio l’intera società». «Ciò che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti (1Cor 1,27)».

E segue l'appello ai cristiani: «Loro, in particolare - debbono interrogarsi con l’intelligenza dell’amore per individuare prospettive e strade nuove con le quali rispondere alla sfida non solo dell’invecchiamento, quanto piuttosto della debolezza nella vecchiaia».

Il documento si conclude con un episodio significativo riportato solo nel Vangelo di Luca: «Un racconto evangelico, in particolare, mette in luce il valore e le sorprendenti potenzialità dell’età anziana. Si tratta dell’episodio della Presentazione al Tempio del Signore, ricorrenza che nella tradizione cristiana orientale è chiamata “Festa dell’Incontro”». «In quell’occasione sono infatti due persone avanti con l’età, Simeone e Anna, a incontrare il Bambino Gesù». «Simeone prende Gesù tra le braccia: il Bambino e l’anziano, quasi a simboleggiare l’inizio e il termine dell’esistenza terrena, si sostengono reciprocamente: infatti, come proclamano alcuni Inni liturgici, «il vecchio portava il Bambino, ma il Bambino sorreggeva l’anziano».

E continua: «Questo episodio compie la profezia di Gioele: “I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni” (Gl 3,1). In quell’incontro i giovani vedono la loro missione e gli anziani realizzano i loro sogni». «Il futuro – sembra dirci questa profezia – apre possibilità sorprendenti solamente se si coltiva insieme. È solo grazie agli anziani che i giovani possono ritrovare le proprie radici ed è solo grazie ai giovani che gli anziani recuperano la capacità di sognare».

Ecco perché «Privare gli anziani del loro “ruolo profetico”, accantonandoli per ragioni meramente produttive, provoca un incalcolabile impoverimento, un’imperdonabile perdita di saggezza e di umanità. Scartando gli anziani, si recidono le radici che permettono alla società di crescere verso l’alto e di non appiattirsi sui momentanei bisogni del presente».

E conclude: «Il paradigma che si intende proporre non è astratta utopia o ingenua pretesa, può invece innervare e nutrire anche nuove e più sagge politiche di salute pubblica e originali proposte di un sistema assistenziale più adeguato alla vecchiaia. Più efficaci, oltre che più umane». 1Sentire la responsabilità di suggerire e sostenere – all’interno di questa rivoluzione copernicana - nuove e incisive misure perché sia reso possibile agli anziani di essere accompagnati e assistiti in contesti familiari, nella loro casa e comunque in ambienti domiciliari che assomiglino più alla casa che all’ospedale. Si tratta di una svolta culturale da mettere in atto. La Pontificia Accademia per la Vita sarà attenta a indicare questa strada come la via più autentica per testimoniare la verità profonda dell’essere umano: immagine e somiglianza di Dio, mendicante e maestro d’amore».

 

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