Il Csi (Centro sportivo italiano) celebra oggi con il passaggio della porta ottant'anni di lavoro nell’educazione allo sport: una lunga avventura allenamenti e di gare, che comincia negli oratori e che si propone in prevalenza la crescita armonica della persona. Il successo sportivo, se viene, viene dopo, in base ai talenti ricevuti, ma non è lo scopo principale. Anche se è vero che tanti non sotterrati ai vertici sono sbocciati a partire da lì: Franco Nones, il primo non scandinavo arrivato all’oro olimpico nello sci di fondo; Francesco Moser, dal Csi al record dell’ora; Nadia Battocletti, il presente del mezzofondo italiano, solo per citare qualche esempio.

Abbiamo chiesto al presidente del Csi Vittorio Bosio di guidarci nelle sfide educative del presente.

Presidente Bosio, alla luce della sua lunga esperienza in Csi, prima come allenatore più di recente come presidente nazionale, qual è oggi la più grande sfida educativa dello sport per tutti, in un momento in cui spesso per primi i genitori fanno i tifosi da curva? 

«Direi, come 80 anni fa, l’ascolto dei bisogni tenendo conto che cambiano nel tempo: oggi si vive in un mondo molto individualista, dove guardare l'altro è sempre difficile, complicato, forse non interessa neanche, pertanto spesso ognuno tende a guardare solo al proprio personale interesse immediato o quello del proprio figlio, cosa che a volta porta i genitori a eccedere nel tifo. Ma dobbiamo anche dirci che in un grandissimo lenzuolo bianco capita che si noti qualche puntino nero, che però tale resta in mezzo a tante cose belle che lo sport fa in termini di aggregazione, di gioia, di vicinanza, in una attività sportiva che non è solo agonismo».

Di questi tempi si tende a spingere all’agonismo precoce, riuscite ancora come Csi a proporre un modello diverso?

«Noi siamo soprattutto un luogo di accoglienza, anche per coloro che non ne trovano altre parti perché non possono vantare abilità particolari. Noi li prendiamo per quello che sono non per quello che potrebbero diventare nello sport. Non siamo una scuola di sport, siamo una scuola di vita, e riusciamo a farlo perché i ragazzi capiscono chi tiene davvero a loro, chi li accoglie senza secondi fini poi le sconfitte educative fanno parte del gioco».

È vero che, come dicono alcuni, i più difficili da educare sono i genitori degli sportivi in erba? 

«Premesso che ritengo il "lavoro" di genitore il più difficile al mondo, io sono convinto che educare significhi, come dico sempre alle mie società sportive e ai miei comitati, mettersi in dialogo, anche con i genitori per fare capire quali sono gli obiettivi della società sportiva rispetto ai figli che vengono accolti. Io sono convinto che non ci siano grandi malizie, capita però che in un mondo di agonismo esasperato si perda il lume della ragione sul nulla, anche perché si portano attorno al campo le tensioni del mondo di fuori che nulla hanno a che fare con lo sport. Mettersi in dialogo vuol dire spiegare esattamente quali sono gli obiettivi della società sportiva, del campionato, delle gare che si fanno, che per noi è soprattutto partecipazione, poi certo c’è anche il risultato che nello sport fa parte del gioco ed è componente educativa: bisogna imparare a vincere, ma bisogna imparare anche a perdere. Ma con i genitori si deve sempre parlare. Qualche volta li abbiamo trascurati, io inorridisco quando sento qualcuno dire che bisognerebbe allenare gli orfani, perché noi non accogliamo i figli di nessuno ma i figli di una famiglia che cresce i propri bambini e che tante volte con tanti sacrifici investe su di loro. Dobbiamo rispettare i genitori».

Anche voi, nella vostra prospettiva meno competitiva rispetto ad altre dimensioni sportive, subìte la competitività esasperata che arriva dai social e dalle loro dinamiche?

«Come accade ad altre realtà educative i social non ci aiutano. Viviamo un tempo complicato, sicuramente più di quello che ho sperimentato io quando allenavo in oratorio. I ragazzi hanno altre esigenze, vengono da tessuti sociali diversi, spesso hanno contesti familiari difficili, ci si confronta con equilibri delicati. I ragazzi vivono le tensioni esterne e intanto il mondo li convince che è bravo e vale solo chi guadagna tanto. Mi ha dato da pensare un episodio vissuto in una trasmissione Tv in cui accompagnavo dei ragazzi di una nostra squadra da oratorio a dialogare con due calciatori professionisti di serie A, ospiti. È stato chiesto ai ragazzi che cosa avrebbero voluto fare da grandi ed è abbastanza ovvio che in un contesto così qualcuno dica il calciatore. Quello che mi ha spaventato è che alla domanda “perché?” tutti hanno risposto: “perché si guadagna tanto”. Mi chiedo: ma un bambino a dieci anni, invece che ad alzare la Coppa del mondo deve pensare al guadagno? Che sogno è? È il messaggio che diamo loro noi adulti, quando la vita poi riserva ben altro: sono pochissimi a riuscire nello sport, tutti gli altri vivono una normalità che dobbiamo insegnare ad accettare».


Educare nello sport è anche insegnare ad accettare il proprio limite e il talento superiore altrui?

«Lo sport credo che debba insegnare che nella vita si deve fare sacrificio per ottenere dei risultati che non sempre sono quelli eccellenti, di arrivare al vertice. Siamo contenti se qualche nostro giovane atleta da grande diventa campione, ne abbiamo anche avuti tanti, ma non è il vertice il nostro primo obiettivo, noi dobbiamo pensare di formare dei buoni cittadini, dei buoni ingegneri, dei buoni operai, delle persone che hanno l'opportunità di vivere con lo sport in momenti di serenità che li aiuto a vivere meglio».

Lei ha avuto una lunga esperienza in questo campo, è partito facendo l'allenatore di calcio, all'oratorio. Com'è cambiato lo sport degli oratori nel corso degli anni?

«Negli anni recenti abbiamo insistito tantissimo sulla formazione degli allenatori, dei tecnici, magari trascurando un po' i dirigenti che sono figure diverse, perché gli allenatori sono educatori vicini ai ragazzi e, se una volta bastava dire loro che cosa dovevano fare, oggi bisogna spiegare perché lo devono fare. Bisogna essere all'altezza: i ragazzi ti seguono e capiscono che sei preparato in quello che fai. Servono persone preparate, anche se poi resta molto importante la dimensione del volontariato in cui si mette la passione, l'anima e il cuore, per il bene dei ragazzi, senza pensare e sognare di creare per forza dei campioni».

Che cosa rappresenta per voi l’incontro di sabato 4 ottobre in Vaticano per gli 80 anni?

«L'importanza dell'evento credo non sia tanto nel celebrare, nel dirci che siamo stati per 80 anni bravi e che abbiamo fatto tanto, anche se un po’ di sano orgoglio ci sta, ma nel dare il giusto riconoscimento a tante persone che hanno lavorato con noi. Migliaia e migliaia di volontari in 80 anni hanno dato una parte di sé stessi e del loro tempo per il bene dello sport e dei ragazzi, credo che dobbiamo celebrare soprattutto loro, quelli che ancora lavorano con noi, e anche quelli che non ci sono più, ma che hanno aiutato la nostra associazione a contribuire al benessere del Paese attraverso lo sport».